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Giro d'Italia
7° Tappa 2010, Carrara - Montalcino
Testo
<blockquote data-quote="ilGallus" data-source="post: 2241174" data-attributes="member: 8084"><p>Se dici così probabilmente ti sei perso una serie di interessanti aneddoti sulla storia del ciclismo che nei giorni scorsi sono passati tra le telecronache delle tappe. Dai quali esce un Ciclismo Eroico sicuramente spettacolare, ma tutt'altro che pieno di "fair play" come si potrebbe pensare. "Pietà l'è morta", era lo slogan predominante nel gruppo. Se qualcuno cadeva, non solo non lo si aspettava, ma lo si attaccava con tutti i mezzi e tutte le forze, e in un'epoca in cui non c'erano le radioline e le auricolari le squadre predisponevano informatori, staffette e "spie" lungo il percorso per comunicare in tempo reale ai corridori che qualche loro avversario era caduto o aveva forato, scatenendo in tal modo la bagarre.</p><p></p><p>Del resto, perchè mai un corridore che cade dovrebbe essere considerato un episodio sfortunato, quasi avulso dalla corsa, tanto da pretendere che gli altri si fermino ad aspettarlo? Correre a tutta in discesa o nei tratti più scorrevoli cercando nello stesso tempo di rischiare il meno possibile è parte integrante di questo sport. Correre e cadere vuol dire aver fatto male i calcoli, o magari è segno di scarso controllo del mezzo, o di un momento di distrazione di troppo. Vino non è caduto, Nibali sì, e hanno percorso entrambi la stessa strada. Se ne conclude che Vino in quel punto E' STATO PIU' BRAVO DI NIBALI. Ed è giusto a questo punto che si sia avvantaggiato dalla sua caduta.</p><p></p><p>Nibali inoltre montava ruote a profilo medio, o addirittura alto. Se ha perso il controllo della bici probabilmente è stato dovuto anche a questo eccesso di confidenza, di cui Vinokurov certo non ha la colpa. Ancora, Nibali sembra a volte un po' troppo spregiudicato nella guida della bici, e lo ha dimostrato durante la prima tappa di Amsterdam. Che prima o poi possa finire a terra dipende a questo punto solo da lui, e certo un corridore che taglia le curve come fa lui non può prendersela con gli altri se qualche volta gli va male, magari in una giornata di pioggia.</p><p></p><p>Può sembrare un discorso cinico, ma questo è il ciclismo. Un po' come nel calcio, quando si recrimina perchè magari una squadra ha perso per un autogol. Senza considerare il fatto che chi fa un autogol commette un errore madornale, mentre chi evita di farlo è in quel contesto più bravo e più meritevole di chi segna nella porta sbagliata. </p><p></p><p>Forse se Menchov lo scorso anno avesse perso il giro per la caduta nel tratto finale della cronometro di Roma avrebbe potuto pretendere di essere comunque il vincitore morale della corsa? E perchè mai? Ma se riuscire a rimanere in equilibrio sui sampietrini viscidi era proprio la grande sfida di quell'ultima tappa!</p><p></p><p>L'unica eccezione è costituita dagli episodi davvero dovuti al caso, o ad eventi non dipendenti dalla volontà del corridore che li subisce. E in questo senso l'episodio del Tour 2003, con Ulrich che aspetta Armstrong caduto PER COLPA DI UN FOTOGRAFO CHE SI ERA SPORTO TROPPO, è assolutamente corretto. In quel caso Ulrich aveva davvero l'obbligo morale, oltre che sportivo, di aspettare l'avversario. Cosa che non avrebbe avuto se Lance fosse finito a terra per una curva troppo allargata, o per una traiettoria sbagliata.</p></blockquote><p></p>
[QUOTE="ilGallus, post: 2241174, member: 8084"] Se dici così probabilmente ti sei perso una serie di interessanti aneddoti sulla storia del ciclismo che nei giorni scorsi sono passati tra le telecronache delle tappe. Dai quali esce un Ciclismo Eroico sicuramente spettacolare, ma tutt'altro che pieno di "fair play" come si potrebbe pensare. "Pietà l'è morta", era lo slogan predominante nel gruppo. Se qualcuno cadeva, non solo non lo si aspettava, ma lo si attaccava con tutti i mezzi e tutte le forze, e in un'epoca in cui non c'erano le radioline e le auricolari le squadre predisponevano informatori, staffette e "spie" lungo il percorso per comunicare in tempo reale ai corridori che qualche loro avversario era caduto o aveva forato, scatenendo in tal modo la bagarre. Del resto, perchè mai un corridore che cade dovrebbe essere considerato un episodio sfortunato, quasi avulso dalla corsa, tanto da pretendere che gli altri si fermino ad aspettarlo? Correre a tutta in discesa o nei tratti più scorrevoli cercando nello stesso tempo di rischiare il meno possibile è parte integrante di questo sport. Correre e cadere vuol dire aver fatto male i calcoli, o magari è segno di scarso controllo del mezzo, o di un momento di distrazione di troppo. Vino non è caduto, Nibali sì, e hanno percorso entrambi la stessa strada. Se ne conclude che Vino in quel punto E' STATO PIU' BRAVO DI NIBALI. Ed è giusto a questo punto che si sia avvantaggiato dalla sua caduta. Nibali inoltre montava ruote a profilo medio, o addirittura alto. Se ha perso il controllo della bici probabilmente è stato dovuto anche a questo eccesso di confidenza, di cui Vinokurov certo non ha la colpa. Ancora, Nibali sembra a volte un po' troppo spregiudicato nella guida della bici, e lo ha dimostrato durante la prima tappa di Amsterdam. Che prima o poi possa finire a terra dipende a questo punto solo da lui, e certo un corridore che taglia le curve come fa lui non può prendersela con gli altri se qualche volta gli va male, magari in una giornata di pioggia. Può sembrare un discorso cinico, ma questo è il ciclismo. Un po' come nel calcio, quando si recrimina perchè magari una squadra ha perso per un autogol. Senza considerare il fatto che chi fa un autogol commette un errore madornale, mentre chi evita di farlo è in quel contesto più bravo e più meritevole di chi segna nella porta sbagliata. Forse se Menchov lo scorso anno avesse perso il giro per la caduta nel tratto finale della cronometro di Roma avrebbe potuto pretendere di essere comunque il vincitore morale della corsa? E perchè mai? Ma se riuscire a rimanere in equilibrio sui sampietrini viscidi era proprio la grande sfida di quell'ultima tappa! L'unica eccezione è costituita dagli episodi davvero dovuti al caso, o ad eventi non dipendenti dalla volontà del corridore che li subisce. E in questo senso l'episodio del Tour 2003, con Ulrich che aspetta Armstrong caduto PER COLPA DI UN FOTOGRAFO CHE SI ERA SPORTO TROPPO, è assolutamente corretto. In quel caso Ulrich aveva davvero l'obbligo morale, oltre che sportivo, di aspettare l'avversario. Cosa che non avrebbe avuto se Lance fosse finito a terra per una curva troppo allargata, o per una traiettoria sbagliata. [/QUOTE]
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