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La Campagnolo delocalizza....
Testo
<blockquote data-quote="STEFANO-FAGGIAN" data-source="post: 5419313" data-attributes="member: 50118"><p>LItalia non attrae le imprese, non attrae investimenti, non attrae cervelli. LItalia sta rischiando moltissimo e rischierà sempre di più se non si farà presto qualcosa. Leconomia nazionale, per uscire da questa terribile crisi, ha bisogno di lavoro, dunque di imprese, sia italiane che straniere, disposte ad aprire e mantenere stabilimenti produttivi in Italia, ma non solo: abbiamo anche bisogno di nuovi imprenditori con idee tecnologiche ed innovative disposti ad avviare delle imprese startup nel nostro paese. Questo processo di DEINDUSTRIALIZZAZIONE ci sta rendendo sempre più poveri, disarmati dinanzi alla crisi economica ed incapaci di dare alle giovani genererazioni le prospettive di lavoro e di vita che fiduciosamente si attendono.</p><p>Riuscirà lItalia a vincere la sfida con sè stessa e a diventare realmente un paese competitivo ed allettante per chi vuol fare impresa? Come avrete modo di leggere in questo articolo, allestero stendono tappeti rossi e baciano i piedi alle imprese, sia nuove che preesistenti. Da noi, invece, le imprese vengono malmenate, torturate e trattate alla stregua di banditi dallordinamento fiscale, per essere infine prese in giro da una burocrazia assurda che invece di collaborare mette soltanto i bastoni tra le ruote. Queste non sono balle: è la pura verità. Per questo, gli imprenditori italiani che decidono di andare allestero non sono da considerare dei traditori, in quanto è lunico modo che hanno per poter sopravvivere e continuare a lavorare e dare lavoro. Qui il solo ed unico traditore è lo Stato nei confronti di noi cittadini: la burocrazia è eccessiva e le tasse sono troppo alte. E banale no? Voi dove vi recate preferenzialmente a fare la grande spesa, al supermercato oppure nel piccolo negozio dove i prezzi son più alti? La stessa cosa vale le imprese: a rigor di logica, è giusto che si localizzino dove le tasse e le agevolazioni fiscali sono loro più favorevoli!</p><p>N.B. Mentre lItalia del lavoro e dei lavoratori arranca, lo Stato spende ben il 60% del PIL legale dellItalia e più del 50% di tale spesa NON E destinata al welfare ed ai servizi ai cittadini!!! Questa è una vera zavorra, una voragine che sta fagocitando le nostre imprese, chiedendo loro sacrifici spesso impossibili per poter fornire allo Stato le ingentissime risorse economiche di cui necessita per sostenere tutta la malgestione che si porta dentro, con i suoi arroganti sprechi ed i suoi voluttuosi lussi. Questo spiega, in gran parte, perchè molte imprese stanno fallendo e perchè molte altre, se sono ancora in tempo, si stanno trasferendo al di là dei nostri confini </p><p>L.D.</p><p><a href="http://www.radiohope.it/economia/22_novembre_2011/la-delocalizzazione-e-la-crisi-delle-imprese-italiane.html" target="_blank">http://www.radiohope.it/economia/22_novembre_2011/la-delocalizzazione-e-la-crisi-delle-imprese-italiane.html</a></p><p>La delocalizzazione e la crisi delle imprese italiane</p><p>di Phil, 22/11/2011</p><p>Delocalizzare unazienda significa spostare fisicamente la produzione di beni e servizi in altri paesi, in genere in via di sviluppo. Il bene o servizio non viene venduto direttamente sul mercato dove viene prodotto, ma viene prima acquistato dallimpresa che opera nel paese di origine per poi essere rivenduto con il proprio marchio. Il fenomeno della delocalizzazione sta sempre più prendendo piede in Europa. A dire il vero, fino a pochi anni fa erano gli Stati Uniti a ricorrere maggiormente a questa pratica delocalizzando in Messico le produzioni che risultavano più convenienti, mentre Italia, Francia e Germania inizialmente preferirono rivolgersi ai paesi dellEuropa Orientale (come la Romania o paesi dellex URSS).</p><p>Ma perché gli imprenditori delocalizzano le aziende? Quali benefici porta questa soluzione, e soprattutto a chi? Il motivo principale per cui un imprenditore decide di delocalizzare la sua azienda è quello dellabbattimento dei costi di produzione. Oltre a disporre di manodopera a basso costo, alcuni paesi adottano dei regimi fiscali sulle imprese molto più convenienti rispetto a quelli italiani. Altri importanti motivi posso essere la presenza di materie prime vicine al luogo di produzione, di leggi meno restrittive sulla salvaguardia dellambiente e poter disporre di energia a costo contenuto.</p><p>Dobbiamo considerare però gli effetti negativi che si creano nel paese che perde delle capacità produttive: limpoverimento delleconomia nazionale con conseguente perdita di posti di lavoro e valore aggiunto, il rischio della perdita di controllo della qualità dei beni prodotti con conseguente perdita dimmagine per lazienda, il rischio del fattore paese, laumento dei costi logistici.</p><p>Gli effetti positivi della delocalizzazione sono percepibili nel contenimento dei prezzi di vendita dei prodotti che negli ultimi anni sono cresciuti in modo sensibile.</p><p>In conclusione la delocalizzazione può essere un modo per rafforzare le imprese italiane, rendendole più competitive nel mercato internazionale, ma può danneggiare leconomia del paese dorigine. La possibile soluzione di questo problema può venire dallo sviluppo di beni e servizi che vengono creati da mano dopera altamente qualificata non disponibile nei paesi in via di sviluppo. Il fatto di abbassare il costo del lavoro e aumentare le tasse sui consumi, potrebbe essere unaltra soluzione?</p><p><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/25/numeri-e-casi-di-un-esodo-per-ora-inarrestabile/193678/" target="_blank">http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/25/numeri-e-casi-di-un-esodo-per-ora-inarrestabile/193678/</a></p><p>Delocalizzazione, la mappa delle aziende emigrate oltreconfine</p><p>di Redazione Il Fatto Quotidiano | 25 febbraio 2012</p><p>Da Fiat a Benetton, passando per Telecom e Ducati. Ecco una mappa delle attività spostate allestero da alcuni grandi gruppi italiani.</p><p>FIAT: stabilimenti aperti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina. Circa 20. 000 posti di lavoro persi, dai 49. 350 occupati nel 2000 si arriva ai 31. 200 del 2009 (fonte: LEspresso).</p><p>DAINESE: due stabilimenti in Tunisia, circa 500 addetti; produzione quasi del tutto cessata in Italia, tranne qualche centinaio di capi.</p><p>GEOX: stabilimenti in Brasile, Cina e Vietnam; su circa 30. 000 lavoratori solo 2. 000 sono italiani.</p><p>BIALETTI: fabbrica in Cina; rimane il marchio dell omino, ma i lavoratori di Omegna perdono il lavoro.</p><p>OMSA: stabilimento in Serbia; cassa integrazione per 320 lavoratrici italiane.</p><p>ROSSIGNOL: stabilimento in Romania, dove insiste la gran parte della produzione; 108 esuberi a Montebelluna.</p><p>DUCATI ENERGIA: stabilimenti in India e Croazia.</p><p>BENETTON: stabilimenti in Croazia.</p><p>CALZEDONIA: stabilimenti in Bulgaria.</p><p>STEFANEL: stabilimenti in Croazia.</p><p>TELECOM ITALIA: call center in Albania, Tunisia, Romania, Turchia, per un totale di circa 600 lavoratori, mentre in Italia sono stati dichiarati negli ultimi tre anni oltre 9. 000 esuberi di personale.</p><p>WIND: call center in Romania e Albania tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori. H 3 G: call center in Albania, Romania e Tunisia tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 400 lavoratori impiegati.</p><p>VODAFONE: call center in Romania tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori impiegati.</p><p>SKY ITALIA: call center in Albania tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 250 lavoratori impiegati. Nellultimo anno sono stati circa 5. 000 i posti di lavoro perduti solamente nei call center che operano nel settore delle telecomunicazioni, tra licenziamenti e cassa integrazione.</p><p>Da Il Fatto Quotidiano del 25 febbraio 2012</p><p>_____________________________________________________________</p><p><a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/02/14/news/startup_italia-29843748/" target="_blank">http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/02/14/news/startup_italia-29843748/</a></p><p>Startup, lItalia del futuro il business dei giovani.it</p><p>Le nuove imprese del web oggi sono il vero motore delloccupazione. Lanciate da giovani e giovanissimi fatturano milioni e il mondo ce le invidia</p><p>di RICCARDO LUNA</p><p>OLTRE il posto fisso, forse non cè il baratro. Cè un esercito di startup che si è finalmente messo in moto. Alzate lo sguardo. In Cile qualche giorno fa una startup italiana ha vinto la gara mondiale per i migliori progetti di innovazione e business. Doochoopropone un sistema per fare i soldi con i sondaggi in rete, ha già conquistato clienti come Ikea e Toyota, ed è guidata da un giovane che quando parla sembra sempre che stia per ribaltare il mondo: Paolo Privitera, veneziano, 35 anni, da dieci negli Stati Uniti (me ne sono andato perché volevo correre). [ ] l8 dicembre a Parigi unaltra startup italiana ha vinto LeWeb, il più importante evento europeo dedicato alleconomia digitale. [ ] Antonio Tomarchio, 29 anni, partito da Giarre, provincia di Catania, sapeva di dover battere anche lo spread della credibilità: è salito sul palco ed ha sbaragliato la concorrenza parlando di Beintoo (una piattaforma per applicazioni legate al gioco che ha tre milioni di utenti al giorno, di cui un milione solo in Cina). Ancora un passo indietro: a ottobre aveva fatto scalpore il fatto che Mashape, limpresa di tre ventenni che avevano polemicamente lasciato lItalia, era stata finanziata con circa un milione e mezzo di dollari dal numero uno di Google e dal fondatore di Amazon, ovvero la Champions League della Silicon Valley. Ma il tumulto non riguarda solo gli startupper lontani. Se restiamo ai casi di successo, quello forse più eclatante in questi giorni èAppsBuilder, piattaforma per farsi da soli applicazioni per telefonino, creata da un ingegnere del Politecnico di Torino di 25 anni, Daniele Pelleri: in undici mesi ha già sfornato 20 mila apps che sono state scaricate oltre un milione di volte. Questo elenco potrebbe non finire mai. E vuol dire in fondo una cosa sola: avanza una generazione di startupper. Sono di solito molto giovani, in prevalenza uomini ma ci sono tanti casi di donne (RisparmioSuper di Barbara Labate è il più noto). E poi: sanno usare benissimo la Rete; parlano alla perfezione almeno linglese; viaggiano in economy anche quando hanno successo perché i soldi non si sprecano; spesso allinizio non hanno un vero ufficio e sanno raccontare il loro progetto in tre minuti esatti, non una misura qualsiasi, ma il tempo di una corsa in ascensore con un potenziale investitore (di qui la formula americanissima degli elevator pitch per le ormai tantissime competizioni a caccia di capitali).</p><p>Ma, soprattutto, gli startupper, non sanno cosè il posto fisso. Il nostro obiettivo nella vita non è trovarci un lavoro, ma creare lavoro, ha scolpito nel web Max Ciociola, 34 anni, fondatore di musiXmatch e startup activist. Loccasione fu la sua lettera di uno startupper a Berlusconi e la frase in realtà non è originale: è una citazione della risposta che il rettore di Harvard dà ai gemelli Winklevoss nel film The Social Network. Ecco, Mark Zuckerberg per molti è un modello: Ha successo secondo Ciociola perché sa rendere felici un miliardo di utenti. [ ] Oggi le imprese rischiose, innovative ma con dentro il seme del futuro, non sono più leccezione di moda: sono la maggioranza. Secondo le stime della Camera di Commercio di Monza e Brianza, nei primi tre mesi del 2012 per la prima volta ci sarà uno storico sorpasso: i ventenni che apriranno una impresa (19 mila) saranno di più di quelli che troveranno un posto di lavoro a tempo indeterminato (18 mila). Inoltre i primi assumeranno seimila persone. Lesempio più eclatante in casa nostra è quello di Groupon, il colosso dei coupon scontati lanciato nel novembre 2008 a Chigago da Andrew Mason. Alla fine del 2010 Giulio Limongelli, 30 anni e un curriculum lungo un metro, ha aperto la sede italiana a Milano: da allora ha assunto a tempo determinato 450 persone. Di media una al giorno. Quanti altri lo hanno fatto in Italia? Nellattuale sistema economico sono le startup lunico motore di nuova occupazione: fu questa conclusione di un report della fondazione Kaufmann a convincere il presidente Obama a lanciare esattamente un anno fa il progetto Startup America, ovvero una rete di incentivi, facilitazioni e collegamenti per far ripartire leconomia americana con una formula che andava oltre il posto fisso. In Italia un progetto simile non cè ancora ma alcuni tasselli stanno andando al posto giusto. Il primo è stato la possibilità per gli under 35 di costituire società semplificate con un euro di capitale e senza notaio. Sembra poco, ma è una svolta i cui effetti si vedranno presto [vedi articolo Decreto liberalizzazioni: le novità per i giovani]. In questi giorni tantissimi ragazzi stanno aspettando che questa previsione del decreto CresciItalia diventi operativa per trasformare il loro progetto in un business. Nasceranno migliaia di startup? Possibile. Ma per farle crescere servirà il venture capital, risponde Gianluca Dettori, ex startupper di successo degli anni Novanta, felicemente passato nel ruolo di talent scout dellinnovazione. In fatto di venture capital siamo lultimo paese dEuropa, per ogni dollaro investito in Italia, la Svizzera ne investe 69, lOlanda 62 e persino Portogallo e Grecia fanno meglio di noi. Come rimediare? Un anno fa, era il 2 febbraio, alla Camera dei deputati il premio Nobel per lEconomia Edmund Phelps venne a sostenere la causa di una Banca dellinnovazione. [ ] Il Fondo Italiano ha deciso di destinare 50 milioni di euro al finanziamento dei venture capital. Sono tanti soldi per il nostro mercato. Se sapremo approfittarne, può essere un anno memorabile. Startup, Italia!</p><p>14 febbraio 2012</p><p><a href="http://massimochiriatti.nova100.ilsole24ore.com/2012/05/erode-e-le-startup.html" target="_blank">http://massimochiriatti.nova100.ilsole24ore.com/2012/05/erode-e-le-startup.html</a></p><p>Chi è lErode delle startup italiane?</p><p>di Massimo Chiriatti 27 maggio 2012</p><p>Lo startupicidio è un fenomeno che colpisce e uccide le startup in tenera età. Gli esperti come Gianluca Dettori dibattono sulla natura di questa epidemia: è una malattia autoimmune dellinfanzia oppure cè un Erode che commette gli omicidi?</p><p>Quando la realtà (assenza di startup) mostra un comportamento che differisce dal modello di previsione (ce ne dovrebbero essere tante), si dà luogo a due interpretazioni metodologiche:</p><p> tra chi crede che la causa sia interna (i giovani incapaci, poco propensi al rischio, etc.)</p><p> e chi ritiene che la causa sia esterna (ambiente, leggi, infrastrutture).</p><p>Come in tutte le realtà dove sono coinvolti il gene e lambiente, è molto difficile diagnosticare chi ha più influenza sullaltro [ ]</p><p>Si concepiscono nuove imprese con grande passione e coraggio, subito dopo la nascita però emergono lincapacità a sostenersi e a crescere. [ ] Certo nascere in un luogo adatto è già un bel passo avanti. La Silicon Valley è il luogo più citato, ma ci si dimentica di approfondire le ragione del suo successo: le ottime università, unapertura al business che tollera anche il fallimento, le infrastrutture, ma soprattutto limmigrazione di talenti. [ ]</p><p>Invece di fare si preferisce discutere sulleterno dilemma delluovo e della gallina: alcuni affermano che non è colpa dellincapacità dei giovani o nella mancanza di fiducia nel futuro, ma che lecosistema è inospitale per far nascere una startup; altri ribattono che se facciamo il paragone con i distretti italiani, che hanno avuto un discreto successo, vedremo che più che il luogo, le infrastrutture o le leggi sono le persone a essere determinanti.</p><p>Lunica cura risiede proprio nel cervello delle persone e nel numero di coloro che si prendono cura delle startup. [ ] Da Adam Smith in poi abbiamo capito che le regole delleconomia non cambiano: la ricchezza delle nazioni è sempre data da quante persone (sul totale) sono impiegate nel lavoro produttivo. Con la perseveranza nella ricerca della cura, creeremo un centro deccellenza in Italia che connetta idee, eventi, persone.</p><p>La startup è essenzialmente velocità. Lì dove cè chi parla e non fa, chi aspetta qualcosa o qualcuno, agisce lErode che è dentro di noi. Lunica cifra che misurerà il successo della cura sarà il numero delle dimissioni, in gergo, le exit.</p><p>_____________________________________________________________</p><p><a href="http://www.economiaweb.it/in-italia-le-imprese-pagano-piu-tasse/" target="_blank">http://www.economiaweb.it/in-italia-le-imprese-pagano-piu-tasse/</a></p><p>Imprese italiane tassate al 58%</p><p>di Sara Ferrari 21-01-2012</p><p>Studio Confindustria-Deloitte: lonere fiscale per le aziende è molto superiore a quello di Germania, Regno Unito e Spagna.</p><p>Le aziende italiane pagano un conto per le tasse molto più salato rispetto agli altri grandi Paesi europei. Secondo uno studio di Confindustria e Deloitte, limposizione fiscale complessiva in rapporto al reddito imponibile, il cosiddetto effective tax rate, è infatti al 58%, «decisamente superiore» rispetto alla Germania (43%), al Regno Unito (40%) e alla Spagna (29%).</p><p>SOLO IN FRANCIA IL CARICO È MAGGIORE. «Di poco diversa la situazione della Francia, dove il carico fiscale complessivo (60%) risulta lievemente superiore a quello italiano», ma solo per lindeducibilità del compenso corrisposto ad amministratori esterni allimpresa.</p><p>Limprenditoria italiana paga dunque un differenziale, in termini di tasse, pesante. Questo nuovo studio conferma tra laltro quanto più volte evidenziato anche dagli osservatori internazionali sul fisco, come lOcse.</p><p>Nel dossier sono stati presi in considerazione quattro Paesi dellUnione europea Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna ed è stato messo a confronto lonere fiscale gravante su una società per azioni residente in Italia, con lonere fiscale che la stessa società avrebbe subito applicando le regole fiscali di ciascuno dei Paesi considerati.</p><p>LONERE FISCALE COMPRENDE VARIE IMPOSTE. Lonere fiscale comprende, oltre alle imposte sul reddito, anche le altre principali forme di imposizione che nei Paesi in esame pesano sulle società: ad esempio, le imposte locali sugli affari, le imposte sugli immobili, le imposte di solidarietà sociale ed altre specifiche imposte locali. Inoltre, è considerata la tassazione del reddito in capo al socio, dopo lassolvimento delle imposte dovute sullutile prodotto e distribuito.</p><p>La stessa società nel caso di studio una società per azioni con un fatturato di circa 27,5 milioni di euro che svolge attività di ricerca nel campo dellautomazione dei processi industriali, con circa 180 dipendenti, ed un export pari al 65% della produzione se in Italia è chiamata a versare al Fisco 523.878 euro, in Spagna avrebbe unimposizione di neanche la metà: 261.854 euro. Pagherebbe meno anche in Germania (382.492) e in Gran Bretagna (355.643 euro). Conto più alto, ma di meno di 10.000 euro con le regole fiscali della Francia.</p><p>NULLA È CAMBIATO DAL 1996. Tutto questo è rimasto più o meno invariato negli anni: uno studio analogo a questo era stato effettuato, sempre da Confindustria e Deloitte, nel 1996. «Anche allora si rilevava che limposizione complessiva era significativamente più elevata in Italia che negli altri Paesi considerati (Italia 58%, rispetto a Spagna 29%, Gran Bretagna 40%, Germania 43%, Francia 60%)», si sottolinea nel dossier.</p><p><a href="http://www.finanzautile.org/tasse-le-imprese-italiane-sono-le-piu-tartassate-deuropa.htm" target="_blank">http://www.finanzautile.org/tasse-le-imprese-italiane-sono-le-piu-tartassate-deuropa.htm</a></p></blockquote><p></p>
[QUOTE="STEFANO-FAGGIAN, post: 5419313, member: 50118"] LItalia non attrae le imprese, non attrae investimenti, non attrae cervelli. LItalia sta rischiando moltissimo e rischierà sempre di più se non si farà presto qualcosa. Leconomia nazionale, per uscire da questa terribile crisi, ha bisogno di lavoro, dunque di imprese, sia italiane che straniere, disposte ad aprire e mantenere stabilimenti produttivi in Italia, ma non solo: abbiamo anche bisogno di nuovi imprenditori con idee tecnologiche ed innovative disposti ad avviare delle imprese startup nel nostro paese. Questo processo di DEINDUSTRIALIZZAZIONE ci sta rendendo sempre più poveri, disarmati dinanzi alla crisi economica ed incapaci di dare alle giovani genererazioni le prospettive di lavoro e di vita che fiduciosamente si attendono. Riuscirà lItalia a vincere la sfida con sè stessa e a diventare realmente un paese competitivo ed allettante per chi vuol fare impresa? Come avrete modo di leggere in questo articolo, allestero stendono tappeti rossi e baciano i piedi alle imprese, sia nuove che preesistenti. Da noi, invece, le imprese vengono malmenate, torturate e trattate alla stregua di banditi dallordinamento fiscale, per essere infine prese in giro da una burocrazia assurda che invece di collaborare mette soltanto i bastoni tra le ruote. Queste non sono balle: è la pura verità. Per questo, gli imprenditori italiani che decidono di andare allestero non sono da considerare dei traditori, in quanto è lunico modo che hanno per poter sopravvivere e continuare a lavorare e dare lavoro. Qui il solo ed unico traditore è lo Stato nei confronti di noi cittadini: la burocrazia è eccessiva e le tasse sono troppo alte. E banale no? Voi dove vi recate preferenzialmente a fare la grande spesa, al supermercato oppure nel piccolo negozio dove i prezzi son più alti? La stessa cosa vale le imprese: a rigor di logica, è giusto che si localizzino dove le tasse e le agevolazioni fiscali sono loro più favorevoli! N.B. Mentre lItalia del lavoro e dei lavoratori arranca, lo Stato spende ben il 60% del PIL legale dellItalia e più del 50% di tale spesa NON E destinata al welfare ed ai servizi ai cittadini!!! Questa è una vera zavorra, una voragine che sta fagocitando le nostre imprese, chiedendo loro sacrifici spesso impossibili per poter fornire allo Stato le ingentissime risorse economiche di cui necessita per sostenere tutta la malgestione che si porta dentro, con i suoi arroganti sprechi ed i suoi voluttuosi lussi. Questo spiega, in gran parte, perchè molte imprese stanno fallendo e perchè molte altre, se sono ancora in tempo, si stanno trasferendo al di là dei nostri confini L.D. [url]http://www.radiohope.it/economia/22_novembre_2011/la-delocalizzazione-e-la-crisi-delle-imprese-italiane.html[/url] La delocalizzazione e la crisi delle imprese italiane di Phil, 22/11/2011 Delocalizzare unazienda significa spostare fisicamente la produzione di beni e servizi in altri paesi, in genere in via di sviluppo. Il bene o servizio non viene venduto direttamente sul mercato dove viene prodotto, ma viene prima acquistato dallimpresa che opera nel paese di origine per poi essere rivenduto con il proprio marchio. Il fenomeno della delocalizzazione sta sempre più prendendo piede in Europa. A dire il vero, fino a pochi anni fa erano gli Stati Uniti a ricorrere maggiormente a questa pratica delocalizzando in Messico le produzioni che risultavano più convenienti, mentre Italia, Francia e Germania inizialmente preferirono rivolgersi ai paesi dellEuropa Orientale (come la Romania o paesi dellex URSS). Ma perché gli imprenditori delocalizzano le aziende? Quali benefici porta questa soluzione, e soprattutto a chi? Il motivo principale per cui un imprenditore decide di delocalizzare la sua azienda è quello dellabbattimento dei costi di produzione. Oltre a disporre di manodopera a basso costo, alcuni paesi adottano dei regimi fiscali sulle imprese molto più convenienti rispetto a quelli italiani. Altri importanti motivi posso essere la presenza di materie prime vicine al luogo di produzione, di leggi meno restrittive sulla salvaguardia dellambiente e poter disporre di energia a costo contenuto. Dobbiamo considerare però gli effetti negativi che si creano nel paese che perde delle capacità produttive: limpoverimento delleconomia nazionale con conseguente perdita di posti di lavoro e valore aggiunto, il rischio della perdita di controllo della qualità dei beni prodotti con conseguente perdita dimmagine per lazienda, il rischio del fattore paese, laumento dei costi logistici. Gli effetti positivi della delocalizzazione sono percepibili nel contenimento dei prezzi di vendita dei prodotti che negli ultimi anni sono cresciuti in modo sensibile. In conclusione la delocalizzazione può essere un modo per rafforzare le imprese italiane, rendendole più competitive nel mercato internazionale, ma può danneggiare leconomia del paese dorigine. La possibile soluzione di questo problema può venire dallo sviluppo di beni e servizi che vengono creati da mano dopera altamente qualificata non disponibile nei paesi in via di sviluppo. Il fatto di abbassare il costo del lavoro e aumentare le tasse sui consumi, potrebbe essere unaltra soluzione? [url]http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/25/numeri-e-casi-di-un-esodo-per-ora-inarrestabile/193678/[/url] Delocalizzazione, la mappa delle aziende emigrate oltreconfine di Redazione Il Fatto Quotidiano | 25 febbraio 2012 Da Fiat a Benetton, passando per Telecom e Ducati. Ecco una mappa delle attività spostate allestero da alcuni grandi gruppi italiani. FIAT: stabilimenti aperti in Polonia, Serbia, Russia, Brasile, Argentina. Circa 20. 000 posti di lavoro persi, dai 49. 350 occupati nel 2000 si arriva ai 31. 200 del 2009 (fonte: LEspresso). DAINESE: due stabilimenti in Tunisia, circa 500 addetti; produzione quasi del tutto cessata in Italia, tranne qualche centinaio di capi. GEOX: stabilimenti in Brasile, Cina e Vietnam; su circa 30. 000 lavoratori solo 2. 000 sono italiani. BIALETTI: fabbrica in Cina; rimane il marchio dell omino, ma i lavoratori di Omegna perdono il lavoro. OMSA: stabilimento in Serbia; cassa integrazione per 320 lavoratrici italiane. ROSSIGNOL: stabilimento in Romania, dove insiste la gran parte della produzione; 108 esuberi a Montebelluna. DUCATI ENERGIA: stabilimenti in India e Croazia. BENETTON: stabilimenti in Croazia. CALZEDONIA: stabilimenti in Bulgaria. STEFANEL: stabilimenti in Croazia. TELECOM ITALIA: call center in Albania, Tunisia, Romania, Turchia, per un totale di circa 600 lavoratori, mentre in Italia sono stati dichiarati negli ultimi tre anni oltre 9. 000 esuberi di personale. WIND: call center in Romania e Albania tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori. H 3 G: call center in Albania, Romania e Tunisia tramite aziende in outsourcing, per un totale di circa 400 lavoratori impiegati. VODAFONE: call center in Romania tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 300 lavoratori impiegati. SKY ITALIA: call center in Albania tramite aziende di outsourcing, per un totale di circa 250 lavoratori impiegati. Nellultimo anno sono stati circa 5. 000 i posti di lavoro perduti solamente nei call center che operano nel settore delle telecomunicazioni, tra licenziamenti e cassa integrazione. Da Il Fatto Quotidiano del 25 febbraio 2012 _____________________________________________________________ [url]http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/02/14/news/startup_italia-29843748/[/url] Startup, lItalia del futuro il business dei giovani.it Le nuove imprese del web oggi sono il vero motore delloccupazione. Lanciate da giovani e giovanissimi fatturano milioni e il mondo ce le invidia di RICCARDO LUNA OLTRE il posto fisso, forse non cè il baratro. Cè un esercito di startup che si è finalmente messo in moto. Alzate lo sguardo. In Cile qualche giorno fa una startup italiana ha vinto la gara mondiale per i migliori progetti di innovazione e business. Doochoopropone un sistema per fare i soldi con i sondaggi in rete, ha già conquistato clienti come Ikea e Toyota, ed è guidata da un giovane che quando parla sembra sempre che stia per ribaltare il mondo: Paolo Privitera, veneziano, 35 anni, da dieci negli Stati Uniti (me ne sono andato perché volevo correre). [ ] l8 dicembre a Parigi unaltra startup italiana ha vinto LeWeb, il più importante evento europeo dedicato alleconomia digitale. [ ] Antonio Tomarchio, 29 anni, partito da Giarre, provincia di Catania, sapeva di dover battere anche lo spread della credibilità: è salito sul palco ed ha sbaragliato la concorrenza parlando di Beintoo (una piattaforma per applicazioni legate al gioco che ha tre milioni di utenti al giorno, di cui un milione solo in Cina). Ancora un passo indietro: a ottobre aveva fatto scalpore il fatto che Mashape, limpresa di tre ventenni che avevano polemicamente lasciato lItalia, era stata finanziata con circa un milione e mezzo di dollari dal numero uno di Google e dal fondatore di Amazon, ovvero la Champions League della Silicon Valley. Ma il tumulto non riguarda solo gli startupper lontani. Se restiamo ai casi di successo, quello forse più eclatante in questi giorni èAppsBuilder, piattaforma per farsi da soli applicazioni per telefonino, creata da un ingegnere del Politecnico di Torino di 25 anni, Daniele Pelleri: in undici mesi ha già sfornato 20 mila apps che sono state scaricate oltre un milione di volte. Questo elenco potrebbe non finire mai. E vuol dire in fondo una cosa sola: avanza una generazione di startupper. Sono di solito molto giovani, in prevalenza uomini ma ci sono tanti casi di donne (RisparmioSuper di Barbara Labate è il più noto). E poi: sanno usare benissimo la Rete; parlano alla perfezione almeno linglese; viaggiano in economy anche quando hanno successo perché i soldi non si sprecano; spesso allinizio non hanno un vero ufficio e sanno raccontare il loro progetto in tre minuti esatti, non una misura qualsiasi, ma il tempo di una corsa in ascensore con un potenziale investitore (di qui la formula americanissima degli elevator pitch per le ormai tantissime competizioni a caccia di capitali). Ma, soprattutto, gli startupper, non sanno cosè il posto fisso. Il nostro obiettivo nella vita non è trovarci un lavoro, ma creare lavoro, ha scolpito nel web Max Ciociola, 34 anni, fondatore di musiXmatch e startup activist. Loccasione fu la sua lettera di uno startupper a Berlusconi e la frase in realtà non è originale: è una citazione della risposta che il rettore di Harvard dà ai gemelli Winklevoss nel film The Social Network. Ecco, Mark Zuckerberg per molti è un modello: Ha successo secondo Ciociola perché sa rendere felici un miliardo di utenti. [ ] Oggi le imprese rischiose, innovative ma con dentro il seme del futuro, non sono più leccezione di moda: sono la maggioranza. Secondo le stime della Camera di Commercio di Monza e Brianza, nei primi tre mesi del 2012 per la prima volta ci sarà uno storico sorpasso: i ventenni che apriranno una impresa (19 mila) saranno di più di quelli che troveranno un posto di lavoro a tempo indeterminato (18 mila). Inoltre i primi assumeranno seimila persone. Lesempio più eclatante in casa nostra è quello di Groupon, il colosso dei coupon scontati lanciato nel novembre 2008 a Chigago da Andrew Mason. Alla fine del 2010 Giulio Limongelli, 30 anni e un curriculum lungo un metro, ha aperto la sede italiana a Milano: da allora ha assunto a tempo determinato 450 persone. Di media una al giorno. Quanti altri lo hanno fatto in Italia? Nellattuale sistema economico sono le startup lunico motore di nuova occupazione: fu questa conclusione di un report della fondazione Kaufmann a convincere il presidente Obama a lanciare esattamente un anno fa il progetto Startup America, ovvero una rete di incentivi, facilitazioni e collegamenti per far ripartire leconomia americana con una formula che andava oltre il posto fisso. In Italia un progetto simile non cè ancora ma alcuni tasselli stanno andando al posto giusto. Il primo è stato la possibilità per gli under 35 di costituire società semplificate con un euro di capitale e senza notaio. Sembra poco, ma è una svolta i cui effetti si vedranno presto [vedi articolo Decreto liberalizzazioni: le novità per i giovani]. In questi giorni tantissimi ragazzi stanno aspettando che questa previsione del decreto CresciItalia diventi operativa per trasformare il loro progetto in un business. Nasceranno migliaia di startup? Possibile. Ma per farle crescere servirà il venture capital, risponde Gianluca Dettori, ex startupper di successo degli anni Novanta, felicemente passato nel ruolo di talent scout dellinnovazione. In fatto di venture capital siamo lultimo paese dEuropa, per ogni dollaro investito in Italia, la Svizzera ne investe 69, lOlanda 62 e persino Portogallo e Grecia fanno meglio di noi. Come rimediare? Un anno fa, era il 2 febbraio, alla Camera dei deputati il premio Nobel per lEconomia Edmund Phelps venne a sostenere la causa di una Banca dellinnovazione. [ ] Il Fondo Italiano ha deciso di destinare 50 milioni di euro al finanziamento dei venture capital. Sono tanti soldi per il nostro mercato. Se sapremo approfittarne, può essere un anno memorabile. Startup, Italia! 14 febbraio 2012 [url]http://massimochiriatti.nova100.ilsole24ore.com/2012/05/erode-e-le-startup.html[/url] Chi è lErode delle startup italiane? di Massimo Chiriatti 27 maggio 2012 Lo startupicidio è un fenomeno che colpisce e uccide le startup in tenera età. Gli esperti come Gianluca Dettori dibattono sulla natura di questa epidemia: è una malattia autoimmune dellinfanzia oppure cè un Erode che commette gli omicidi? Quando la realtà (assenza di startup) mostra un comportamento che differisce dal modello di previsione (ce ne dovrebbero essere tante), si dà luogo a due interpretazioni metodologiche: tra chi crede che la causa sia interna (i giovani incapaci, poco propensi al rischio, etc.) e chi ritiene che la causa sia esterna (ambiente, leggi, infrastrutture). Come in tutte le realtà dove sono coinvolti il gene e lambiente, è molto difficile diagnosticare chi ha più influenza sullaltro [ ] Si concepiscono nuove imprese con grande passione e coraggio, subito dopo la nascita però emergono lincapacità a sostenersi e a crescere. [ ] Certo nascere in un luogo adatto è già un bel passo avanti. La Silicon Valley è il luogo più citato, ma ci si dimentica di approfondire le ragione del suo successo: le ottime università, unapertura al business che tollera anche il fallimento, le infrastrutture, ma soprattutto limmigrazione di talenti. [ ] Invece di fare si preferisce discutere sulleterno dilemma delluovo e della gallina: alcuni affermano che non è colpa dellincapacità dei giovani o nella mancanza di fiducia nel futuro, ma che lecosistema è inospitale per far nascere una startup; altri ribattono che se facciamo il paragone con i distretti italiani, che hanno avuto un discreto successo, vedremo che più che il luogo, le infrastrutture o le leggi sono le persone a essere determinanti. Lunica cura risiede proprio nel cervello delle persone e nel numero di coloro che si prendono cura delle startup. [ ] Da Adam Smith in poi abbiamo capito che le regole delleconomia non cambiano: la ricchezza delle nazioni è sempre data da quante persone (sul totale) sono impiegate nel lavoro produttivo. Con la perseveranza nella ricerca della cura, creeremo un centro deccellenza in Italia che connetta idee, eventi, persone. La startup è essenzialmente velocità. Lì dove cè chi parla e non fa, chi aspetta qualcosa o qualcuno, agisce lErode che è dentro di noi. Lunica cifra che misurerà il successo della cura sarà il numero delle dimissioni, in gergo, le exit. _____________________________________________________________ [url]http://www.economiaweb.it/in-italia-le-imprese-pagano-piu-tasse/[/url] Imprese italiane tassate al 58% di Sara Ferrari 21-01-2012 Studio Confindustria-Deloitte: lonere fiscale per le aziende è molto superiore a quello di Germania, Regno Unito e Spagna. Le aziende italiane pagano un conto per le tasse molto più salato rispetto agli altri grandi Paesi europei. Secondo uno studio di Confindustria e Deloitte, limposizione fiscale complessiva in rapporto al reddito imponibile, il cosiddetto effective tax rate, è infatti al 58%, «decisamente superiore» rispetto alla Germania (43%), al Regno Unito (40%) e alla Spagna (29%). SOLO IN FRANCIA IL CARICO È MAGGIORE. «Di poco diversa la situazione della Francia, dove il carico fiscale complessivo (60%) risulta lievemente superiore a quello italiano», ma solo per lindeducibilità del compenso corrisposto ad amministratori esterni allimpresa. Limprenditoria italiana paga dunque un differenziale, in termini di tasse, pesante. Questo nuovo studio conferma tra laltro quanto più volte evidenziato anche dagli osservatori internazionali sul fisco, come lOcse. Nel dossier sono stati presi in considerazione quattro Paesi dellUnione europea Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna ed è stato messo a confronto lonere fiscale gravante su una società per azioni residente in Italia, con lonere fiscale che la stessa società avrebbe subito applicando le regole fiscali di ciascuno dei Paesi considerati. LONERE FISCALE COMPRENDE VARIE IMPOSTE. Lonere fiscale comprende, oltre alle imposte sul reddito, anche le altre principali forme di imposizione che nei Paesi in esame pesano sulle società: ad esempio, le imposte locali sugli affari, le imposte sugli immobili, le imposte di solidarietà sociale ed altre specifiche imposte locali. Inoltre, è considerata la tassazione del reddito in capo al socio, dopo lassolvimento delle imposte dovute sullutile prodotto e distribuito. La stessa società nel caso di studio una società per azioni con un fatturato di circa 27,5 milioni di euro che svolge attività di ricerca nel campo dellautomazione dei processi industriali, con circa 180 dipendenti, ed un export pari al 65% della produzione se in Italia è chiamata a versare al Fisco 523.878 euro, in Spagna avrebbe unimposizione di neanche la metà: 261.854 euro. Pagherebbe meno anche in Germania (382.492) e in Gran Bretagna (355.643 euro). Conto più alto, ma di meno di 10.000 euro con le regole fiscali della Francia. NULLA È CAMBIATO DAL 1996. Tutto questo è rimasto più o meno invariato negli anni: uno studio analogo a questo era stato effettuato, sempre da Confindustria e Deloitte, nel 1996. «Anche allora si rilevava che limposizione complessiva era significativamente più elevata in Italia che negli altri Paesi considerati (Italia 58%, rispetto a Spagna 29%, Gran Bretagna 40%, Germania 43%, Francia 60%)», si sottolinea nel dossier. [url]http://www.finanzautile.org/tasse-le-imprese-italiane-sono-le-piu-tartassate-deuropa.htm[/url] [/QUOTE]
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