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<blockquote data-quote="archmarco" data-source="post: 577951" data-attributes="member: 4043"><p>Sulla posizione assunta dai team di Pro Tour, schierati nell'applicazione dell'esame del DNA, oggi è scesa in campo «La Gazzetta dello Sport». Luca Gialanella, capo della rubrica ciclismo del più importante e diffuso quotidiano sportivo italiano, ha sentito il parere qualificato dell'avvocato Enrico Ingrillì (nella foto), che dal 1997 al 2002 è stato presidente dei corridori italiani e ha anche recentemente partecipato alla Camera di conciliazione del Coni per gli arbitrati di Calciopoli.</p><p></p><p>Secondo lei, quali infrazioni hanno commesso le squadre?</p><p>«Essenzialmente due: con la loro decisione di Parigi hanno di fatto costituito un "cartello" contro i corridori, cioè i lavoratori, e i cartelli sono vietati dall'Antitrust. E le squadre si trovano in posizione dominante rispetto alla controparte. Per fare un paragone, è come se le compagnie di assicurazione dicessero: se gli automobilisti non fanno questo test, non li assicuriamo. E poi c'è il secondo aspetto: le squadre ignorano e violano i diritti costituzionali dei lavoratori, non solo dei ciclisti. nessuno statuto dei lavoratori prevede che, per aver l'accesso al lavoro, si debba essere disponibili a fare il test del DNA. Questa è una limitazione professionale».</p><p></p><p>In quale modo si può difendere un corridore?</p><p>«Facendo due ricorsi: uno all'Antistrust, sia italiano sia dell'Unione Europea a Brixelles, e uno al giudice del lavoro. Ricorso può essere fatto sia dal singolo sia dall'associazione di categoria. Le squadre, anche se di è trattato di un "gentleman agreement" tra loro, non possono cambiare le regole di un contratto con clausole capestro che offendono la dignità umana».</p></blockquote><p></p>
[QUOTE="archmarco, post: 577951, member: 4043"] Sulla posizione assunta dai team di Pro Tour, schierati nell'applicazione dell'esame del DNA, oggi è scesa in campo «La Gazzetta dello Sport». Luca Gialanella, capo della rubrica ciclismo del più importante e diffuso quotidiano sportivo italiano, ha sentito il parere qualificato dell'avvocato Enrico Ingrillì (nella foto), che dal 1997 al 2002 è stato presidente dei corridori italiani e ha anche recentemente partecipato alla Camera di conciliazione del Coni per gli arbitrati di Calciopoli. Secondo lei, quali infrazioni hanno commesso le squadre? «Essenzialmente due: con la loro decisione di Parigi hanno di fatto costituito un "cartello" contro i corridori, cioè i lavoratori, e i cartelli sono vietati dall'Antitrust. E le squadre si trovano in posizione dominante rispetto alla controparte. Per fare un paragone, è come se le compagnie di assicurazione dicessero: se gli automobilisti non fanno questo test, non li assicuriamo. E poi c'è il secondo aspetto: le squadre ignorano e violano i diritti costituzionali dei lavoratori, non solo dei ciclisti. nessuno statuto dei lavoratori prevede che, per aver l'accesso al lavoro, si debba essere disponibili a fare il test del DNA. Questa è una limitazione professionale». In quale modo si può difendere un corridore? «Facendo due ricorsi: uno all'Antistrust, sia italiano sia dell'Unione Europea a Brixelles, e uno al giudice del lavoro. Ricorso può essere fatto sia dal singolo sia dall'associazione di categoria. Le squadre, anche se di è trattato di un "gentleman agreement" tra loro, non possono cambiare le regole di un contratto con clausole capestro che offendono la dignità umana». [/QUOTE]
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