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<blockquote data-quote="archmarco" data-source="post: 581282" data-attributes="member: 4043"><p>La prova di Coppa del Mondo che si è disputata a Treviso è stata l&#8217;occasione per un incontro informale fra alcuni dei protagonisti del dibattito che sta scuotendo in queste settimane il mondo del ciclismo.</p><p>Vittorio Adorni, presidente del CUPT, non nasconde la sua preoccupazione ma nemmeno il suo ottimismo: «Confido nel buon sesno di tutte le componenti e penso che ci sia la possibilità di trovare una soluzione adeguata. Penso che, per quanto riguarda il ProTour, sarà sufficiente guardarsi negli occhi e usare il buon senso. Il DNA? L&#8217;importante è che se ne parli, dimostrando che il ciclismo non sta a guardare e ha voglia di risolvere i suoi problemi. Soffriamo ma vogliamo andare avanti. Il 10 novembre a Ginevra ne discuteremo insieme. Adottando l&#8217;esame del DNA si rischia di entrare nei Tribunali? Lo ripeto, parliamone».</p><p>Decisamente più preoccupato il presidente federale Renato Di Rocco: «Io credo che il ciclismo abbia già leggi molto rigorose, sarebbe sufficiente applicarle per rendere tutto molto più semplice. Certo, sono molto preoccupato e credo che sia importante non uscire dai confini, non esagerare, altrimenti il rischio è quello di ottenere un effetto non volouto».</p><p>Anche Silvio Martinello, ex professionista e oggi dirigente federale, non nasconde la sua grande preoccupazione per il momento che sta vivendo il ciclismo. «Credo che in questo momento sia molto importante la presa di posizione assunta dai corridori. Non sono un avvocato, ma nonostante questo è facile capire come l&#8217;esame del DNA potrebbe aprire la strada a numerosi probemi. Potremmo accettarlo se lo chiedesse la Wada per tutti gli atleti di ogni sport, ma credo che sia proprio impossibile. Ed il ciclismo non può essere sempre il solo sport a pagare: siamo i più controllati, vogliamo farci controllare ma non possiamo sempre pagare per tutti».</p></blockquote><p></p>
[QUOTE="archmarco, post: 581282, member: 4043"] La prova di Coppa del Mondo che si è disputata a Treviso è stata l’occasione per un incontro informale fra alcuni dei protagonisti del dibattito che sta scuotendo in queste settimane il mondo del ciclismo. Vittorio Adorni, presidente del CUPT, non nasconde la sua preoccupazione ma nemmeno il suo ottimismo: «Confido nel buon sesno di tutte le componenti e penso che ci sia la possibilità di trovare una soluzione adeguata. Penso che, per quanto riguarda il ProTour, sarà sufficiente guardarsi negli occhi e usare il buon senso. Il DNA? L’importante è che se ne parli, dimostrando che il ciclismo non sta a guardare e ha voglia di risolvere i suoi problemi. Soffriamo ma vogliamo andare avanti. Il 10 novembre a Ginevra ne discuteremo insieme. Adottando l’esame del DNA si rischia di entrare nei Tribunali? Lo ripeto, parliamone». Decisamente più preoccupato il presidente federale Renato Di Rocco: «Io credo che il ciclismo abbia già leggi molto rigorose, sarebbe sufficiente applicarle per rendere tutto molto più semplice. Certo, sono molto preoccupato e credo che sia importante non uscire dai confini, non esagerare, altrimenti il rischio è quello di ottenere un effetto non volouto». Anche Silvio Martinello, ex professionista e oggi dirigente federale, non nasconde la sua grande preoccupazione per il momento che sta vivendo il ciclismo. «Credo che in questo momento sia molto importante la presa di posizione assunta dai corridori. Non sono un avvocato, ma nonostante questo è facile capire come l’esame del DNA potrebbe aprire la strada a numerosi probemi. Potremmo accettarlo se lo chiedesse la Wada per tutti gli atleti di ogni sport, ma credo che sia proprio impossibile. Ed il ciclismo non può essere sempre il solo sport a pagare: siamo i più controllati, vogliamo farci controllare ma non possiamo sempre pagare per tutti». [/QUOTE]
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