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Sono Coppi
Testo
<blockquote data-quote="Val_Ter" data-source="post: 2277613" data-attributes="member: 19668"><p>La casa e' come in fondo te l'aspetti.</p><p>Ci sono le bici coi tubolari screpolati e sgonfi, i cambi strani, coi tubi a volte arrugginiti le prime o di un inconfondibile celeste quelle piu' famose. Ci sono le maglie: quelle tricolori, quelle iridate, quelle gialle e quelle rosa, quasi tutte con quel buffo colletto a punta cosi' demode' adesso tanto quanto era attuale cinquant'anni fa.</p><p>Ci sono le prime pagine dei giornali, le illustrazioni, le foto appese alle pareti: i trionfi, le cadute, le montagne, i campionati, i guai giudiziari, la morte.</p><p>Ci sono gli oggetti di uso comune, i soprammobili e i lampadari che ricordano un po' quelli di Gozzano per il gusto, cosi' simili a quelli che in tante case son prima finiti in cantina e poi dispersi, chissa' dove.</p><p> </p><p>C'e' la ragazza bionda, carina e sorridente che ci accompagna e che quando ne parla lo chiama "Fausto", perche' raramente l'ho sentito chiamare per cognome, almeno qui.</p><p>Siamo noi tre in casa, io la mia compagna e la nostra guida, ed e' strano perche' e' un bel sabato di sole, fuori c'e' tanta gente che guarda l'arrivo di una garetta ciclistica, di quelle che ormai si chiamano solo piu' "Gran Fondo" o meglio GF perche' "garetta" suona quasi dispregiativo, un po' come "campioncino".</p><p>C'e' la signora al piano di sotto che ci ha accolti che un po' si lamenta, perche' nonostante la visita costi pochissimo quasi nessuno di quei ragazzi che pure il ciclismo lo praticano oggi e' venuto a trovare Fausto.</p><p>Dice proprio cosi': "a trovare Fausto".</p><p> </p><p>C'e' un aria da santuario laico, e vien da pensare a come sarebbe la mia di casa se mai un giorno dovesse diventare un museo: "ecco qui scriveva, qui teneva le sue cose, qui andava a letto -con chi? da solo? Mah!- qui si lavava, qui mangiava e guarda, guarda, ecco le bici, i vestiti, i giornali..."</p><p>Ci sono le sue cose, non tutte ma molte, solo lui non c'e': e' come se fosse appena andato via.</p><p> </p><p>Proviamo a cercarlo nella piazza poco distante, dove il gonfiabile segna il traguardo della corsa e dove un tizio col megafono sta portando a termine il rito delle ultime premiazioni. Ci sono i ragazzi, tutti giovani e vestiti da ciclisti, ci sono i furgoni e le ammiraglie coi marchi degli sponsor, poca gente che guarda e qualcuno che comincia a sbaraccare.</p><p>Ci sono le miss, strette nei tubini colorati al termine di una giornata passata su tacchi troppo alti, che finalmente trovano una panca all'ombra e si siedono, e chissa' a cosa pensano, se al book dato a quell'agenzia, o alla prossima domenica alla sfilata d'auto d'epoca, o magari al prossimo catalogo di pigiami che con un po' di fortuna, chissa', si potrebbe anche fare.</p><p>E ci siamo noi che con le nostre bici in mano, le borse sul portapacchi, l'aria interrogativa ci guardiamo, come a chiederci se sara' qui, o dove se no.</p><p>Ma si che e' qui, e ancora una volta e' proprio come nelle foto, come ce l'aspettavamo.</p><p>Le urne con la terra del Galibier, delle Dolomiti, dell'Abetone, le targhe, i fiori, la cappella coi cimeli e ancora foto, maglie, simboli e ricordi.</p><p>Due tombe affiancate, la sua e quella del fratello, noi che guardiamo ed io che ancora mi domando dove sia finito.</p><p> </p><p>Perche' forse quel che cercavo non e' qui: non poteva essere qui.</p><p> </p><p>Me ne accorgo che gia' ci allontaniamo e mi giro un'ultima volta a guardare Castellania, mentre le ruote frusciano sull'asfalto poco prima di affrontare un breve strappo in salita.</p><p>Mentre ci lasciamo dietro le bici rugginose, le maglie colorate, i trofei e le medaglie.</p><p>I quadri che lo ritraggono, le gigantografie che occhieggiano ad ogni angolo del paese, i ricordi di una vita che poteva essere iniziata qui come nel paese vicino perche' non e' questo che ha importanza, in realta'.</p><p>Lo capisco nel momento in cui per spingere mi alzo sui pedali e ricomincio cosi' il gioco senza tempo al quale tutti abbiamo giocato prima o poi, e chissa' se anche lui non avrebbe voluto, se avesse potuto, allontanarsi cosi': da tutto e da tutti, finalmente libero, in una giornata di sole mentre i pedali girano e l'aria rinfresca e la bella stagione sembra non dover finire mai.</p><p>Perche' l'importante non e' essere dei campioni, ma giocare ad esserlo: non importa esser forti, quanto sentircisi.</p><p> </p><p>E allora guardami mentre pedalo facendo ondeggiare il manubrio come se scattassi, anche se ho le borse dietro, anche se sono in salita, anche se non sono nessuno: perche' io in questo momento sono Binda, sono Girardengo, sono Bartali, sono Gimondi, sono Merckx, sono Pantani.</p><p> </p><p>Sono Coppi.</p><p> </p><p> </p><p>Castellania, 5 giugno 2010</p></blockquote><p></p>
[QUOTE="Val_Ter, post: 2277613, member: 19668"] La casa e' come in fondo te l'aspetti. Ci sono le bici coi tubolari screpolati e sgonfi, i cambi strani, coi tubi a volte arrugginiti le prime o di un inconfondibile celeste quelle piu' famose. Ci sono le maglie: quelle tricolori, quelle iridate, quelle gialle e quelle rosa, quasi tutte con quel buffo colletto a punta cosi' demode' adesso tanto quanto era attuale cinquant'anni fa. Ci sono le prime pagine dei giornali, le illustrazioni, le foto appese alle pareti: i trionfi, le cadute, le montagne, i campionati, i guai giudiziari, la morte. Ci sono gli oggetti di uso comune, i soprammobili e i lampadari che ricordano un po' quelli di Gozzano per il gusto, cosi' simili a quelli che in tante case son prima finiti in cantina e poi dispersi, chissa' dove. C'e' la ragazza bionda, carina e sorridente che ci accompagna e che quando ne parla lo chiama "Fausto", perche' raramente l'ho sentito chiamare per cognome, almeno qui. Siamo noi tre in casa, io la mia compagna e la nostra guida, ed e' strano perche' e' un bel sabato di sole, fuori c'e' tanta gente che guarda l'arrivo di una garetta ciclistica, di quelle che ormai si chiamano solo piu' "Gran Fondo" o meglio GF perche' "garetta" suona quasi dispregiativo, un po' come "campioncino". C'e' la signora al piano di sotto che ci ha accolti che un po' si lamenta, perche' nonostante la visita costi pochissimo quasi nessuno di quei ragazzi che pure il ciclismo lo praticano oggi e' venuto a trovare Fausto. Dice proprio cosi': "a trovare Fausto". C'e' un aria da santuario laico, e vien da pensare a come sarebbe la mia di casa se mai un giorno dovesse diventare un museo: "ecco qui scriveva, qui teneva le sue cose, qui andava a letto -con chi? da solo? Mah!- qui si lavava, qui mangiava e guarda, guarda, ecco le bici, i vestiti, i giornali..." Ci sono le sue cose, non tutte ma molte, solo lui non c'e': e' come se fosse appena andato via. Proviamo a cercarlo nella piazza poco distante, dove il gonfiabile segna il traguardo della corsa e dove un tizio col megafono sta portando a termine il rito delle ultime premiazioni. Ci sono i ragazzi, tutti giovani e vestiti da ciclisti, ci sono i furgoni e le ammiraglie coi marchi degli sponsor, poca gente che guarda e qualcuno che comincia a sbaraccare. Ci sono le miss, strette nei tubini colorati al termine di una giornata passata su tacchi troppo alti, che finalmente trovano una panca all'ombra e si siedono, e chissa' a cosa pensano, se al book dato a quell'agenzia, o alla prossima domenica alla sfilata d'auto d'epoca, o magari al prossimo catalogo di pigiami che con un po' di fortuna, chissa', si potrebbe anche fare. E ci siamo noi che con le nostre bici in mano, le borse sul portapacchi, l'aria interrogativa ci guardiamo, come a chiederci se sara' qui, o dove se no. Ma si che e' qui, e ancora una volta e' proprio come nelle foto, come ce l'aspettavamo. Le urne con la terra del Galibier, delle Dolomiti, dell'Abetone, le targhe, i fiori, la cappella coi cimeli e ancora foto, maglie, simboli e ricordi. Due tombe affiancate, la sua e quella del fratello, noi che guardiamo ed io che ancora mi domando dove sia finito. Perche' forse quel che cercavo non e' qui: non poteva essere qui. Me ne accorgo che gia' ci allontaniamo e mi giro un'ultima volta a guardare Castellania, mentre le ruote frusciano sull'asfalto poco prima di affrontare un breve strappo in salita. Mentre ci lasciamo dietro le bici rugginose, le maglie colorate, i trofei e le medaglie. I quadri che lo ritraggono, le gigantografie che occhieggiano ad ogni angolo del paese, i ricordi di una vita che poteva essere iniziata qui come nel paese vicino perche' non e' questo che ha importanza, in realta'. Lo capisco nel momento in cui per spingere mi alzo sui pedali e ricomincio cosi' il gioco senza tempo al quale tutti abbiamo giocato prima o poi, e chissa' se anche lui non avrebbe voluto, se avesse potuto, allontanarsi cosi': da tutto e da tutti, finalmente libero, in una giornata di sole mentre i pedali girano e l'aria rinfresca e la bella stagione sembra non dover finire mai. Perche' l'importante non e' essere dei campioni, ma giocare ad esserlo: non importa esser forti, quanto sentircisi. E allora guardami mentre pedalo facendo ondeggiare il manubrio come se scattassi, anche se ho le borse dietro, anche se sono in salita, anche se non sono nessuno: perche' io in questo momento sono Binda, sono Girardengo, sono Bartali, sono Gimondi, sono Merckx, sono Pantani. Sono Coppi. Castellania, 5 giugno 2010 [/QUOTE]
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