[Libro] Il Ribelle -1-

[Libro] Il Ribelle -1-

23/03/2019
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23/03/2019

La traduzione della storia che verrà pubblicata nelle prossime settimane nasce da una serie di incontri che hanno cambiato completamente la mia vita di impiegato paracomunale. Il primo cinque anni fa, quando durante un cicloviaggioin Normandia sotto il diluvio e con la traccia GPS non funzionante mi fermai in un bistròper chiedere informazioni e riparo, poco dopo una ciclista australiana si è fermò a sua volta. In quella vacanza avevamo programmato lo stesso itinerario, itinerarioche poi è diventato di vita, Emily è infatti ora la mia compagna. Il destino mi ha così portato a vivere Australia dove ho iniziato a frequentare la comunità ciclistica e leggere riviste di settore, tra cui Rideche pubblicava i racconti di Nikolai Razouvaev, un ex campione del mondo juniores per l’allora Unione Sovietica, a cui mi appassionai. Due anni fa, partecipando con la mia amata Colnago Super alla manifestazione per bici d’epoca che si svolge nella mia zona, la Noosa Strade Bianche, ebbi l’occasione di conoscere Nikolai che vive a Brisbane, gli chiesi subito di poter tradurre in italiano la sua storia fatta di ciclismo, ma anche di avventure rocambolesche nell’Unione sovietica che stava collassando a fine negli anni ottanta. Nel frattempo ho avuto l’opportunità di tradurre anche per professione, questo è un omaggio che voglio fare a tutta la comunità di BDC che frequento dal lontano 2005 come Gamba_tri, se volete conoscere i miei progetti futuri potete seguirmi su Facebook nella mia pagina Sportintranslation.

Buona lettura!

Giuseppe Gambarini

 

 

 

 

Introduzione 

 

Il Ribelle è una collezione di memorie che ho scritto per la rivista RIDE Cycling Review [pubblicata in Australia, NdT] tra il 2014 e il 2017. Per quanto mi è dato sapere, una prima assoluta nella letteratura in inglese per una storia di ciclismo ambientata nell’Unione Sovietica dietro la cortina di ferro. 

Quello che andrete a leggere è solo una parte della storia, quello che voglio raccontare. Non ho mai avuto intenzione di trascrivere la serie che ho scritto per RIDE fino a quando decine di lettori mi hanno contattato per dirmi che avrebbero apprezzato poter leggere l’intera storia sotto forma di libro. 

A quel punto tre o quattro numeri erano già stati pubblicati. La storia inizia quando è iniziata per la rivista, non quando sarebbe iniziata se mi fossi seduto a scrivere un libro. E la narrazione, so come narrare una storia come so pescare, e non ho mai pescato un pesce in vita mia. Questo è il motivo per cui, dopo che RIDE ha cessato le pubblicazioni nel 2017, mi sono chiuso nel mio studio notte dopo notte per tagliare e correggere questo manoscritto, per dargli uno stile più vicino a quello che ho iniziato ad utilizzare alla fine della serie. 

Come qualsiasi altra abilità, scrivere richiede un tempo di apprendimento. Da quando ho iniziato nel 2014 all’ultimo capitolo della serie che ho scritto, ho la stessa sensazione di essere passato dal finire una corsa in gruppo a correre per il podio. Due cose diverse. 

Ho tagliato tra le seimila e le settemila parole della versione della rivista. Cose che andavano bene per una rivista, ma non si addicono ad un libro. I dialoghi, tagliati e portati all’essenziale. 

Parliamo dei dialoghi. 

Immaginatevi di dover trascrivere una conversazione che è avvenuta trent’anni fa. Anche solo ieri. Non ieri, questa mattina. O dopo aver litigato con qualcuno. Provate a trascriverlo. Provate a registrarlo e confrontare gli appunti. Non corrisponderanno. 

Anche la memoria difetta. Chi ha detto cosa, nel passato. Quanto buona è la vostra memoria? Quante volte vi hanno detto: “Non ho detto che…” O: “Ma tu dicevi…” 

Quanto buona è la vostra memoria? 

Per quanto mi riguarda, tutto quello che ho conservato è un’immagine, un fotogramma. Quello che so con certezza è che mi conosco. So quello che avrei detto se chi mi stava di fronte avesse detto questo o quello, se. 

Fotogrammi che ho tirato fuori dalla memoria uno per uno e attaccati alla lavagna. È accaduto veramente? A qualcuno importa? 

È per questo che ho eliminato un po’ di dialoghi: troppe parole, dialoghi solo ricostruiti. Si cerca di ricreare un dialogo e si finisce per scrivere quello che ci si aspetta di vedere in un libro, solo che nessuno parla in quel modo nella realtà. Non lo sapevo nel 2014 quando ho iniziato a scrivere. Non sapevo che scrivere i dialoghi sarebbe stata la parte più difficile del lavoro. Pensavo che sarebbe bastato scrivere come farebbe uno scrittore per cavarsela, peccato che non me la cavo. Quando parlo, voglio essere me stesso, quando qualcun altro parla, voglio che sia proprio lui e voglio che lei sia lei. E aggiungete che tutti i protagonisti dei dialoghi parlavano russo, è complicato. 

Mi merito un po’ di comprensione per quanto riguarda i dialoghi: se non me la concederete, me la prenderò comunque. Sono stati adattati, quello che sto cercando di dire è che li ho resi più vivi nel manoscritto, questo per voi lettori, tutto in questo libro è pensato per voi lettori. 

Che cosa rimane da dire? Il prossimo passo sarà raccontare il resto della storia: la fuga dall’URSS, quando mi sono innamorato, il peregrinaggio in Europa, il viaggio in Canada, l’arrivo in Australia. 

Si consideri questo libro come una prima parte. 

Nikolai 

Brisbane, 25 Maggio 2018. 

 

Nikolai Razouvaev 

 

 

Il Ribelle 

In questo radioso futuro, canta Bob Marley, non puoi dimenticare il tuo passato. Ho seppellito il mio passato in un paese che oggi non troverai su una mappa: è esploso settant’anni dopo essere salito sulla scena mondiale, nel 1917. 

Eravamo unici, ecco cosa ci insegnavano i nostri maestri. Circondati da paesi capitalisti, eravamo la prima nazione sulla terra che dava inizio ad una nuova era nella storia dell’umanità. Eravamo sulle ginocchia e ci siamo rialzati per costruire una società di pace e prosperità. 

In meno di vent’anni trasformammo un impero basato sull’agricoltura in una nazione industriale. Abbiamo sepolto trenta milioni di uomini per liberare il mondo dal nazismo. Siamo risorti dalle ceneri della seconda guerra mondiale per lanciare la prima navicella spaziale della storia. 

Per proteggere il nostro stile di vita abbiamo costruito un arsenale nucleare letale a sufficienza da distruggere il pianeta più volte. Osservavamo il mondo corrotto rincorrere beni materiali dalla culla alla tomba. Mente osservavamo abbiamo mostrato la supremazia del socialismo nell’arena internazionale dello sport. 

Abbiamo mandato una squadra di hockey su ghiaccio in tour in Canada e negli Stati Uniti negli anni settanta per dimostrare la nostra superiorità sulla NHL. Abbiamo costruito decine di campioni olimpici. Marciavamo verso il dominio del mondo su tutti i fronti con un passo implacabile. 

Credevo in tutto ciò quando ho iniziato a correre in bici all’età di dodici anni. La Corsa delle Pace e le Olimpiadi erano le gare più importanti del nostro sport. I professionisti e il loro Tour de France erano alimentati da droghe e soldi: fai sparire il doping e li avremmo avuti in pugno, come chiunque altro. 

Il mio allenatore, Piotr Trumheller, guidava la sua Lada rossa in silenzio sulla via del ritorno dalla mia prima gara a tappe. Avevo quindici anni e mentre viaggiavamo guardavo fuori dal finestrino e ripercorrevo ogni tappa che avevo corso. Il ragazzo che ero prima di questa corsa non c’era più: il ciclismo che conoscevo una settimana prima era Topolino al confronto, un fumetto per bambini. 

La prima tappa sulle strade ghiacciate di Maykop fu lo spartiacque tra il ciclismo che conoscevo, un gioco e quello vero. Due ore di disperazione in bicicletta ed erano solo l’antipasto delle sette tappe che avevo di fronte. 

Abbiamo corso con neve, pioggia e fango a temperature di una sola cifra sopra lo zero. Alla terza tappa avevo esaurito tutte le divise asciutte perché me ne avevano fornite solo due. Il posto in cui eravamo alloggiati non disponeva né di acqua calda, riscaldamento o docce. 

Indossai i pantaloncini di lana, ormai sformati, impregnati dei granelli sabbia dalla seconda tappa. Non ero riuscito a lavare via la sabbia nell’acqua fredda del lavandino del bagno e la sabbia si strofinava contro la pelle delle cosce ad ogni colpo di pedale. Non mi dava fastidio durante la gara, mentre lottavo per rimanere nel gruppo pieno di ragazzi più grandi di me. 

Superai il traguardo con le cosce che bruciavano come se qualcuno avesse passato le ultime tre ore a strofinarmi il soprassella con la carta vetrata. Alla fine della quarta tappa sanguinavo tra le gambe. Alla quinta tappa le ferite si sono infettate e avevo difficoltà a camminare, figuriamoci a pedalare. Ho finito la sesta tappa con un rivolo di sangue che scorreva da sotto i pantaloncini fino ai calzini. 

Ogni sera andavo a letto sperando di svegliarmi il mattino e scoprire una crepa nel telaio per avere una scusa per ritirarmi. Volevo cadere e rompermi una clavicola, un braccio o un osso qualsiasi. Qualsiasi cosa per evitare un’altra giornata in bicicletta in una primavera piovosa e con venti laterali. 

Vorrei aver pianto la notte, ma non lo feci. Vorrei poter dire di aver resistito, pieno di perseveranza. Vorrei poter dire che scavai nella profondità della mia anima per rimanere in gara o cose del genere, ma non lo feci. Nelle ultime quattro tappe volevo ritirarmi. Continuavo a pensare che a casa i miei compagni di scuola erano seduti in un’aula riscaldata. Io, invece, ero in attesa su una linea di partenza, gelato fino al midollo e terrorizzato dagli stronzi che mi circondavano, pronti a rendermi la vita un inferno. 

Sono caduto alla settima tappa facendomi un buco nel palmo della mano destra, mi tenevo il polso, fingendo di essermelo rotto. 

“Alzati!” Riecheggiò il grido di Trumheller. Arrestò l’ammiraglia e corse verso di me, afferrò la bici e fece girare prima una poi l’altra ruota per controllare che fossero a posto. Di nuovo, gridò: “Su! Alzati!” 

Venti chilometri dopo stavo ancora inseguendo il gruppo. Nessuna possibilità di riprenderlo. Mi affiancò e mi chiese se avessi bisogno di qualcosa, gli mostrai la mano e gli dissi che non sarei durato a lungo con quel dolore. Avevo difficoltà ad impugnare il manubrio su quelle strade dissestate. 

Inchiodò e un minuto dopo tornò sporgendo un braccio fuori dal finestrino che impugnava un paio di guantini. Li teneva in auto, un’abitudine dei tempi delle corse. “Mettiteli” mi disse. “Ci vediamo all’arrivo.” 

Non mi ritirai, il sistema di cui facevo già parte non lo permetteva: o dentro o fuori. O ti impegni completamente al cento per cento o niente. 

Nessun problema se non lo fai, ma non ti vogliamo e non abbiamo bisogno di te. Non farci perdere tempo, vai a fare qualcos’altro: gioca a calcio, studia, trovati un lavoro, costruisci il comunismo e servi il tuo Paese.