I mondiali in Francia 

Il quartetto vincitore del Mondiale Juniores del 1984 a Caen, da sinistra: Nikolai Razouvaev, Piotr Zjukivsky, Igor Soumnikov, Sergei Kapoustin 

 

 

Fui selezionato per i campionati del mondo juniores e volammo in Francia. I Giochi olimpici di Los Angeles boicottati dall’Unione Sovietica e dal blocco orientale erano finiti alcuni giorni prima.  Quel campionato fu il primo evento dopo le Olimpiadi in cui atleti sovietici e americani si incontravano.  I vertici del Paese, ci disse il dirigente in capo della nazionale, non vogliono che gli americani vincano.  Neanche una gara.   

Gli organizzatori ci avevano messo nello stesso hotel degli Yankees.  In arrivo da un’uscita di allenamento una mattina li vedemmo in tuta a stelle e strisce scaricare le bici da un pullman. 

L’attrezzatura da cronometro che tirarono fuori dai borsoni porta bici sembrava di provenienza aliena.  Telai con tubi a profilo aero, ruote anteriori piccole con cerchi a profilo alto e ruote posteriori lenticolari.  Caschi aero grossi come una bomba e, cosa ancora più strana, il nostro direttore sportivo chiacchierava con quello americano.  Li passiamo pedalando e parlano russo.  

“Eddie Borysewicz, un vecchio amico”, ci dice il nostro direttore sportivo seduto a tavola per il pranzo. “Ha defezionato negli Stati Uniti dalla Polonia anni fa.   Allenava la nazionale polacca juniores, ora lavora con gli americani.   Dice che i suoi ragazzi sono velocissimi e sarete fortunati se non vi prenderanno.  Sono gli ultimi a partire, ricordate? Voi due minuti prima di loro”.  

Sogghignammo all’idea che un’altra squadra ci venisse a prendere. Sognatori. 

Distanziammo gli americani di venti secondi nei primi dieci chilometri.  Il vantaggio crebbe ad ogni controllo cronometrico.  Lavorando come un orologio svizzero, dando cambi in testa di trenta secondi senza problemi, fummo in testa dall’inizio alla fine senza fiatare.  

A un chilometro dal traguardo abbiamo iniziato a sorridere e a stringerci la mano. Avevamo più di un minuto di vantaggio sui secondi, gli USA.   

Abbiamo vinto l’oro.  E senza nessun patema. 

Avevamo portato sei corridori in Francia e vi erano due posti disponibili per la gara su strada.  Il percorso vallonato con un lungo rettilineo di arrivo mi si addiceva e il DT mi chiese se volessi correre.  Dopo aver passato il processo di selezione, l’addestramento, dissi di no.   

Con la maglia iridata in borsa non avevo più motivazioni per gareggiare e volevo una pausa. E, mentre tutti sarebbe stati alla gara, io avrei preso la fuga. 

Durante i miei giri intorno a Caen, dove eravamo alloggiati durante il campionato, osservai una stazione di polizia. Dal nostro hotel potevo raggiungerla in bici in quindici minuti.  Dalle storie che avevo sentito su Radio Free Europe su altre defezioni, recarsi alla polizia era l’opzione migliore.  Se avessi detto loro che la mia vita era in pericolo, e che non volevo tornare in URSS, avrebbero dovuto lasciarmi restare. 

Attesi che tutti si recassero sul percorso della gara e misi la maglia iridata, la medaglia e i soldi in uno zaino che avevo comprato appositamente per la defezione.  Uscii, salii sulla mia Colnago e pedalai verso la stazione di polizia nel centro della città.  

Il mio cuore pompava sangue nelle vene con colpi accelerati e le budella mi si contorcevano.  Le gambe sembravano maccheroni scotti, anche se avevo un rapporto agile. A duecento metri dalla stazione, mi voltai per controllare se l’agente del KGB che doveva occuparsi di noi mi stava seguendo. 

Ci siamo, dieci minuti e posso dire all’inferno sovietico “Au revoir”. Si dimenticheranno della bici che sto pedalando in tutto questo casino della defezione che sto per fare? Una Colnago Nuovo Messico rosso Saronni che aveva solo due settimane, volevo tenerla. No, non lo faranno. 

La notizia verrà resa pubblica?  Qui in Francia, di sicuro. “Un campione del mondo dell’Unione Sovietica defeziona a pochi giorni dalla fine dei Giochi di LA” E a casa, se ne accennerà minimamente sui giornali? 

Mio padre, era silenzioso al telefono quando gli dissi che sarei andato in Francia a gareggiare per i Mondiali. Era silenzioso perché piangeva: “Yuri Elizarov, questo ragazzo, vorrei guardarlo negli occhi, stringergli la mano e ringraziarlo”.  Mia madre, che quando iniziai con il ciclismo aveva detto che avrei smesso di andare in bicicletta dopo solo due settimane, ora volevo mostrarle la mia medaglia. “Vedi? Non ho lasciato il ciclismo”.  

Mi fermai davanti alla stazione di polizia e fissai la porta.   Tre passi ed è fatta, non tornerò mai più, non indosserò mai più la maglia rossa della CCCP.  Ho guardato dall’altra parte della strada e ho visto un bistrot a cento metri. Siediti, fatti una birra e pensa a cosa stai facendo un’altra volta.  

Non sono arrivato al bistrot. Non potevo andarmene, non in questo modo.  Girati per tornare al porcile da cui sei venuto perché sei uno di loro.  Un maiale in un porcile che si vuole strofinare le spalle con altri maiali e godersi il dovuto omaggio. 

Ho una maglia iridata adesso, dammi il cinque e vediamo cos’altro posso fare.  

La defezione può aspettare. Posso andarmene quando voglio.  

 

Continua…. 

 

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