Fratelli

Anton era su un treno per pendolari diretto a Mosca quando siamo atterrati all’aeroporto Sheremetyevo provenienti da Parigi.   I palazzi clonati scorrevano fuori dal finestrino nella direzione opposta del treno.  Voltò il capo lontano dagli edifici in movimento e osservò la carrozza affollata.  

La maggior parte delle persone leggeva: lIntelligentsiya, libri e riviste letterarie. Il Gapota, il Plebes, quotidiani e riviste illustrate.  Cosa diavolo potresti leggere su queste pagine artefatte dagli spin doctors della macchina della propaganda? Annebbia la mente anche solo guardare i titoli. “Nuova Era nella storia dell’umanità”. “Grande eroismo di un grande popolo”. “Potenti ali della nostra madrepatria”. “Princìpi eterni del marxismo-leninismo”. Chi scrive tutto questo? Probabilmente dei pazzi. Come possono scriverlo senza impazzire? 

Si dondolò la faccia tra le mani, posò i gomiti sulle ginocchia e guardò il pavimento attraverso le dita.  Sotto il sedile vide un giornale arrotolato tremare all’unisono con il treno. Da quello che si poteva capire tra i listelli di legno, non era una copia della Pravda o dell’Izvestiya. L’afferrò per farsi una risata delle acrobazie linguistiche degli imbecilli e lo sfogliò. Era il nuovo numero di Sovetskiy Sport, il giornale meno avvelenato da Mosca. Era ancora pieno di sciocchezze, ma i tirapiedi del partito non avevano ancora capito come distorcere a loro vantaggio i risultati dello sport. Un punteggio è un punteggio e secondi e minuti sono gli stessi ovunque, non si può piegare troppo la realtà nello sport. 

Le prime pagine analizzavano le possibilità dello Spartak Mosca nell’imminente primo turno di Coppa UEFA. Affrontava una squadra finlandese e tutti gli esperti prevedevano che lo Spartak avrebbe asfaltato i finlandesi. Non essendo un grande tifoso di calcio sfogliò il giornale cercando qualcosa da leggere. Alla fine, una frase attirò la sua attenzione. Ritornò sulla pagina, la scansionò e trovò cosa stava cercando. Un breve resoconto su quattro ciclisti sovietici che “schiacciavano la squadra americana in una sconfitta umiliante” ai mondiali juniores. Lesse nuovamente e sobbalzò sul sedile. Braccia al cielo, urlò nella carrozza piena di passeggeri: “Mio fratello è campione del mondo!” 

Si girò verso il suo amico addormentato sul sedile accanto per scuoterlo. 

“Liosha!  Svegliati, Kolya è un campione del mondo!”  

“Cosa?”  replicò Liosha. 

“Kolya è un campione del mondo!” 

“Chi?”   

“Kolya, fratello mio.” 

“Quale fratello?” 

“Mio Fratello, stupido, mio fratello.” 

Se non fosse stato per il ciclismo uno come Anton e me non sarebbero mai potuti diventare amici.  Era il figlio unico di un preside di scuola, senza amici, cresciuto da sua madre su Cechov e Dostoevskij.   

Mia madre proveniva da un piccolo villaggio sulla Volga.  Lasciò la scuola all’età di quattordici anni dopo la guerra per aiutare a mantenere la famiglia. Era una contabile quando ero piccolo e mio padre era un idraulico.  

Bevevo tè georgiano da una tazza da mezzo litro. In casa di Anton il tè proveniva dallo Sri Lanka ed era servito in porcellane cinesi. A scuola indossava i jeans della Levi’s e scarpe da ginnastica di importazione jugoslava. Io non avrei mai osato chiedere a mia madre di comprarmi dei jeans, perché si sarebbero potuti comprare solo al mercato nero per una cifra folle. Mi avrebbe riso in faccia se glielo avessi chiesto. Aveva due anni più di me, una grande differenza di età a tredici anni, quando l’ho conosciuto. 

Ho un fratello maggiore che è scomparso dalla mia vita quando avevo sei anni. Undici anni più vecchio di me, non posso dire che siamo stati molto insieme, ma di ogni volta potrei ripetere di qui all’eternità nella mia mente come abbiamo passato il tempo, ogni parola e ogni sua battuta.   

Iniziò ad andare in giro con le compagnie sbagliate sin da bambino. Un giorno non tornò a casa. Lo aspettammo giorno dopo giorno, ma non fece ritorno.  Pensavamo fosse morto.  Mia madre piangeva ogni notte in cucina e la sua angoscia mi arrivava al midollo.    

Amava i cavalli e lei seppe che viveva in una scuderia sulle montagne.   Io e mamma salimmo su un autobus e andammo al villaggio dove era stato visto.  Mamma lo trovò, ma lui rifiutò di tornare a casa, qualcosa a che fare con la polizia. Ero troppo piccolo per capire.  

Una mattina la porta si aprì e Sergey, mio fratello, entrò. Papà era vicino alla porta, pronto ad andare al lavoro. Sergey entra e si guardano per un secondo. Papà, un uomo robusto con muscoli scolpiti, ruota sul torso, si rialscia e scarica un pugno sulla faccia di Sergey. Il diretto lo manda a terra come se qualcuno gli avesse tolto un tappeto da sotto. Atterra col sangue che sgorga dal naso inondando tutta la faccia.  Il pugno l’ha steso.  Giaceva sul pavimento con le nostre scarpe, giacche e cappotti che si erano sparsi intorno a lui mentre si schiantava contro l’armadio.  

Mi sono seduto per terra e ho pianto mentre mia madre assisteva Sergey per farlo rinvenire. Sangue sul viso e sul petto, questo era un ribelle, un figliol prodigo che ha avuto la sua ricompensa per i problemi che aveva creato. Sul pavimento, in una pozza di sangue, ai miei occhi appariva come l’esempio della disobbedienza alla forza, del non cedere all’autorità in qualsiasi forma essa si manifesti. 

Quando Sergey, non ancora diciottenne, disse che si sarebbe sposato i miei genitori non protestarono. Pensavano che il matrimonio lo avrebbe portato sulla retta via, ma non lo fece. Ha litigato con la persona sbagliata e l’hanno rinchiuso per tre anni a novemila chilometri da casa. Quando mamma ha sentito il verdetto si è inginocchiata e ha pianto. 

Mesi dopo, una notte mi svegliai per andare in bagno. La mamma è in salotto seduta da sola al tavolo della cucina con una fotografia sei per quattro di Sergey tra le mani. Le lacrime scorrevano, diceva: “Signore, Dio, puniscimi. Puniscimi, ma ti prego, risparmia mio figlio.” 

L’amicizia di Anton ha colmato il vuoto che Sergey aveva lasciato quando era andato in prigione. Abitavamo due condomini di distanza e pedalavamo insieme per raggiungere la sede della squadra per l’allenamento.  Sulla strada del ritorno, dopo esserci allenati con gli altri ragazzi, ci separavano da loro e attraversavamo la città.  Eravamo quelli che abitavano più distanti dalla squadra.  

È in queste pedalate che abbiamo perfezionato le nostre abilità di guida. Impennare, inchiodare con il freno anteriore e sollevare la ruota posteriore il più in alto possibile. Aprirsi gli sganci rapidi delle ruote l’uno con l’altro. E, la madre di tutte le abilità, procedere con i piedi sul manubrio. 

Facevamo le volate ai cartelli stradali e ai pali della luce nelle nostre pedalate verso casa. A nessuno interessavano queste volate tranne a me e Anton che non ha mai perso uno sprint e non mi sarei dato pace finché non lo avessi battuto. Abbiamo disputato centinaia di questi sprint e non ho mai vinto una sola volta. 

Ho cercato di ingannarlo con volate a bassa velocità, brevi e dietro unacurva. Individuavo un palo della luce a cinquanta metri di distanza, prendevo un po’ di velocità da dietro e urlavo “L’arrivo è al palo!” e quindi lui faceva esplodere la sua potenza e mi batteva sulla linea immaginaria con le braccia alzate. Provavo a colpirgli il manettino del cambio posteriore con la mano per indurirgli il rapporto e quindi sprintare. Non ha mai funzionato, mi batteva, rapporto troppo lungo o meno. 

Anni dopo, quando ormai aveva smesso correre, andammo a fare un giro intorno a Nalchik in una delle mie visite a casa dalla Titan.  Pedalava la mia vecchia bici da inverno indossando sandali senza grip con una sigaretta in bocca.  Io ero in buono stato di forma dopo un blocco di corse, era la mia occasione per batterlo in uno sprint.  Aveva un rapporto troppo lungo per la velocità a cui stavamo andando. Scalai su un rapporto più agile, strinsi i cinghietti dei puntapiedi, mi misi in presa bassa, cinquanta metri da un palo della luce e urlai “Volata!” Mi ha ripreso a cinque metri dal palo e ha dato il colpo di reni sul “traguardo”, battendomi di mezza ruota.  

“Amico”, ha detto dopo aver ripreso a respirare. “Mi hai fatto perdere la sigaretta.” 

 

Nikolai ed Anton a Nalchik 

Quando Anton mi ha chiamato bratka, fratellino, per la prima volta, una parola che solo un fratello di sangue avrebbe usato, ho pensato che avrei fatto qualsiasi cosa per lui. Si trasferì a Mosca per studiare e io andai a Kiev e non lo sentivo da più di un anno. Mi ero dimenticato del mio amico come avevo dimenticato tutto quello che non era rilevante per gli obiettivi che volevo raggiungere.  

Anche lui non era più lo stesso ragazzo di una piccola città provinciale nel Caucaso settentrionale. Era un moskvitch, un moscovita, che nuotava nelle acque bohemien degli eccentrici locali di Mosca. Aveva anche preso l’accento di Mosca, un’idiosincrasia irritante di cui non riuscivo a smettere di ridere quando ci siamo incontrati di nuovo a Nalchik. 

La Titan mi mandò a casa per rilassarmi dopo il mondiale e Anton tornò a Nalchik per un paio di settimane. Mi dissero di pedalare per almeno due ore al giorno. Non mi presi neanche la briga di togliere la bici dalla borsa e la nascosi sotto il letto lontano dai miei occhi. È il momento della fiesta. 

Il Comitato di stato ucraino per la cultura fisica e lo sport mi diede duemila rubli per i miei risultati in Francia. Si sarebbe potuto vivere per un anno in URSS con quei soldi, ma volevo bruciarne un po’ con il mio amico.  

Io e Anton salimmo su un jet Yak-40 da 24 posti e in 45 minuti atterrammo a Sochi.  

Prendemmo un taxi all’aeroporto e andammo direttamente al ristorante Chaika nel porto di Sochi. Il Chaika era il tipo di posto dove si doveva corrompere il maître per entrare anche se non c’era nessuno nel locale. Un edificio in stile neoclassico stalinista con colonne e soffitti alti dieci metri.  È dove si va a bruciare i soldi con stile. 

Servivano tutto al Chaika, dal beluga alla pizza.  Gli ospiti speciali potevano ordinare vodka di qualità per l’esportazione conservata nel freezer. 

Ho dato un chetvertak, un biglietto da 25 rubli, al maître appena entrati e abbiamo chiesto un tavolo sulla veranda. Prese i soldi e li infilò nella tasca della giacca con due dita. Annuì ad un cameriere dall’aspetto effeminato con un grembiule con merletti della borgogna e una camicia bianca ed inamidata che stava in piedi come una sfinge accanto a lui in attesa del comando del maître. Appena vide il cenno, ci portò ad un tavolo con vista sulle navi da crociera ancorate a cento metri di distanza.   

Ci siamo seduti e abbiamo ordinato vodka Stolichnaya fredda e caviale nero. Il cameriere tornò con la vodka in un decanter di cristallo, una ciotola di caviale e un piatto di funghi di pino rosso marinati.  

“Dallo chef”, indicò i funghi con un sorriso. “Chiamatemi quando siete pronti per ordinare.”  

Prima di sera dirigenti del governo in sovrappeso e personaggi della malavita riempirono il ristorante.  Le ore volarono mentre parlavamo e ridevamo. Ridevamo sempre. Ci inventavamo battute che nessuno avrebbe capito.  Ridevamo delle persone intorno a noi, ridevamo di noi stessi per delle cose ridicole che avevamo fatto.   

“Ehi, ti ricordi …” era spesso l’introduzione di un aneddoto che sarebbe finito in un mare di risate. 

Abbiamo finito di cenare e ordinato una bottiglia di cognac da portar via, pagato il conto e siamo andati fuori per cercare un taxi.  Un viaggio a Sochi non sarebbe stato un viaggio a Sochi se non avessimo nuotato nel Mar Nero.  

Un tassista armeno pazzo guidò come se gli rimanesse solo un’ora di vita.  Ci portò in una spiaggia deserta a Dagomys dove nuotammo nudi, bevemmo cognac per riscaldarci e ridemmo. 

“Ehi, ti rendi conto di quello che hai fatto in Francia?” Anton disse dopo che ci fummo rivestiti e trovammo un posto dove sederci su un frangiflutti.  

“Ho vinto i mondiali?” 

“No, voglio dire, sì, ma…“si fermò e osservò l’orizzonte illuminato dalla luna. 

“Cosa?”  

“Ora sei un campione del mondo. Lo capisci?”  

Credo di sì.” 

“Ho detto a tutti a Mosca che il mio migliore amico è un campione del mondo e nessuno mi crede.”  

“Sono degli idioti.”  

“Pensano che vi creino nei laboratori in luoghi segreti assieme ai cosmonauti. Ma eccoti qui, un idiota di Nalchik con una maglia iridata. Mi spaventa questo pensiero.” 

“Non esagerare, era solo un campionato juniores.” 

“Chi se ne frega, junior-giovanile. Un campione del mondo è un campione del mondo. È un titolo per la vita. Tra trent’anni sarai ancora campione del mondo. Sai che tipo di porte questo titolo ti aprirà?” 

“Dimmi.”  

“Non fare lo scemo, lo sai?”  

“No, dico sul serio.  Dimmi che tipo di porte si apriranno per me?”  

“Non lo so. Di tutti i tipi.  D’ora in poi, presentati come Nikolai Razouvaev, un campione del mondo.  Vediamo che succede.”  

Abbiamo riso di nuovo.  

“Finiamo la bottiglia e andiamocene”, disse Anton. “Si sta facendo freddo.” 

 

Continua…. 

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