[Libro] Il ribelle -14- Alla sommità della piramide: la nazionale maggiore 

[Libro] Il ribelle -14- Alla sommità della piramide: la nazionale maggiore 

22/06/2019
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22/06/2019

 

 

Alla sommità della piramide: la nazionale maggiore 

 

 

Viktor Demidenko, uno dei migliori della nazionale del 1984 (vincitore del Giro della Lunigiana del 1980 tra gli Juniores, NdT) 

Crogiolandomi al sole e percorrendo facili chilometri in Crimea, ricevetti la notizia che ero stato convocato per la prima squadra della nazionale. Tra tre settimane avrei pedalato a fianco dei giganti del ciclismo sovietico.  Questo era il gradino più alto della scala, non si poteva raggiungere nessuna vetta più alta, ero in cima.    

Solo un anno fa ero seduto alla riunione della Titan e ascoltavo Yuri Elizarov parlare del suo piano per la medaglia d’oro.  La porta verso la nazionale élite e le Olimpiadi del 1988. Ed eccomi qui, all’Hotel Primorskaya, a parlare con una receptionist e spiegarle il motivo del mio soggiorno.   

“Oh,” disse sorridendo, “tu devi essere uno dei ragazzi di Viktor Arsentyevich.  Vediamo in che stanza sei.” Mi consegnò le chiavi della mia stanza e aggiunse: “Meglio che tu corra al ristorante, la colazione è già iniziata.  Viktor Arsentyevich è una persona molto puntuale.”  

Viktor Kapitonov, o Viktor Arsentyevich per coloro il cui solo nome di battesimo non dica nulla, è stato uno dei grandi dello sport sovietico e una leggenda del ciclismo.  Il dramma e il trionfo della corsa olimpica del 1960 diede inizio al dominio dell’Unione Sovietica tra i dilettanti. La gente parlava dell’era pre e post-Kapitonov, di quello che abbiamo fatto e di come abbiamo fatto le cose prima e dopo Roma.  

Ha scritto il primo libro che abbia mai letto sul ciclismo in cui raccontava la sua vittoria olimpica.   Pedalando nelle colline nel Caucaso settentrionale, dove sono cresciuto, mi piaceva immaginarmi mentre correvo quella gara.  Scivolare nei panni di Kapitonov e sognare ad occhi aperti di affrontare Livio Trapè tra le mura dei boati dei tifosi [in italiano anche nella versione originale, NdT].   Avrei trovato il modo di sconfiggere il nemico perché conoscevo ogni dettaglio di quella gara.  Qual era il piano, come tutto fosse andato storto.  Come gli Italiani avessero annientato tutti.  Come Kapitonov portò Trapè sulla linea del traguardo, fece un errore e sprintò per la volata con un giro di anticipo.  Come Trapè attaccò a sua volta quando vide quanto idiota fosse Kapitonov.   L’inseguimento, l’aggancio, il secondo sprint, quello vero, quello che contava, e poi la vittoria. Il monumento e l’orgoglio del mio sport, del mio Paese e del nostro sistema.   

A ripensarla decine di volte, quella gara ha smesso di essere reale e si è trasformata in un film visto al cinema. L’eroe, sapevo che era reale, era da qualche parte, ma la possibilità di incontrarlo, per non parlare di lavorare con lui, era nulla. 

Si ritirò nel 1965 e prese il controllo della nazionale facendo diventare l’Unione Sovietica la nazione più importante del ciclismo.  Il suo palmares: tre medaglie d’oro olimpiche nella cronometro a squadre dal 1972 al 1980. Tra campionati del mondo e giochi olimpici, la cento chilometri a squadre divenne il marchio di fabbrica dei sovietici.  

A partire dalla metà degli anni settanta e fino agli anni ottanta, gli uomini in maglia rossa CCCP dominarono anche la Corsa della Pace. Guardare in televisione quattro di loro che andavano in fuga nel 1984 per suggellare la seconda vittoria di Sergey Soukhorouchenkov fu un’emozione indimenticabile.  

Quando entrai nel ristorante del Primorskaya quella mattina, varcai la soglia di una stanza affollata dai più grandi corridori dell’epoca. Due campioni olimpici e cinque del mondo, ragazzi che avevo visto in TV o di cui avevo letto sui giornali.   

La porta di legno si aprì su di una sala con il soffitto alto dalle pareti bianche, illuminata da finestre alte come un uomo. La tovaglia bianca ricamata che arrivava fino al pavimento pendeva dai tavoli.  I ciclisti sedevano a due o tre a tavola sul lato opposto della stanza chiacchierando mentre erano intenti a mangiare dal loro piatto. Non c’era nessun altro nel ristorante.  Quando la squadra nazionale era a tavola gli altri clienti non potevano mangiare al Primorskaya. 

Mi bloccai e passai in rassegna i tavoli in cerca di uno vuoto a cui sedermi.  Alcuni ragazzi mi guardarono mentre continuavano a parlare e a masticare.  Due o tre mi guardavano con lo sguardo che diceva “chi-è-questo-buffone”.   Gli sguardi bruciarono la mia pelle e i miei occhi saltarono da un volto all’altro, alla fine della stanza, al pavimento e alle finestre.   

Qualcuno mi stava guardando.  Il volto mi era familiare dalle trasmissioni sulla Corsa della Pace: Yuri Kashirin, un campione olimpico e mondiale.  Annuì con il mento rivolto verso il tavolo a cui era seduto con un tipo che non avevo mai visto prima.  Mi sono diretto verso il suo tavolo e mi sono impossessato immediatamente di una sedia.  

“Yura”, si presentò e mi porse la mano.   

“Kolya”, mi presentai a mia volta, gli strinsi la mano e guardai l’altro tizio per sapere come si chiamasse   

“Quanti anni hai, figliolo? “disse.   

“Diciotto.”  

Si rivolse a Kashirin e disse: “È legale?”   

“Legale cosa?”  Kashirin chiese.   

“Portare bambini diciottenni in nazionale.”   

“Sono sicuro che compirà 19 anni l’anno prossimo, giusto?”  Disse Kashirin osservandomi.   

“È questo il piano”, dissi.   

“Di che squadra sei?” disse l’altro.   

“Titan.”  

“Vi cucinano a decine in Ucraina, vero?” mi chiese.   

“Non sono ucraino.  Vengo dal Caucaso settentrionale”, fu la mia risposta.   

“Caucaso settentrionale?  Dove esattamente nel Caucaso settentrionale?”   

“Nalchik.”   

“Naaalchik?   Conosci Peter Trumheller?”   

“É il mio direttore sportivo.  Beh, lo era.  È stato il mio primo direttore sportivo.”   

“Come sei finito in Ucraina?”   

“La Titan mi ha offerto un passaggio.”   

“Pensavo che tutti i ragazzini russi andassero alla Kuybyshev al giorno d’oggi.”   

“Non io.”   

“Perché?”   

“Trumheller mi ha detto di andare alla Titan, ci sono andato.”   

Si versò una tazza di caffè nero da una caffettiera in acciaio inossidabile e si distese sulla sedia a fissare fuori dalla finestra il Mar Nero.   

Kashirin richiamò l’attenzione di un cameriere.  “Questo giovanotto, “disse e mi indicò,” ha bisogno della colazione.  Era in ritardo.”  Senza aver bisogno di sapere altro, il cameriere si girò e si affrettò a portarmi la colazione.   

“Io e Volodya Malakhov veniamo da Rostov”, disse Kashirin.  “Quasi vicini”, aggiunge.    

A più di trecento chilometri da Nalchik, Rostov era geograficamente nel Caucaso settentrionale, la più grande città della regione.  Vicini sì, sono stato a Rostov e da quello che ho visto, non vorrei passarvi più di un’ora, troppo sporca e piena di fabbriche.   

Allora, questo è Vladimir Malakhov, il velocista di punta e un campione nazionale su strada.   

“Abbiamo avuto alcuni ucraini negli ultimi due anni”, ha detto Kashirin. “Volodya non è molto entusiasta dell’idea.”  Volse lo sguardo verso Malakhov, sorrise e disse: “Perché non ti piacciono gli ucraini, nazista?”   

“Io nazista?  Non sono io a ingoiare anabolizzanti tutto il giorno.”   

“Ingoiare cosa?” Gli chiesi. Sapevo cosa fossero gli anabolizzanti.  Ormai il segreto era di dominio pubblico.  Chiunque volesse fare due più due sapeva di cosa fossero piene le nuotatrici della Germania Est.  Assomigliavano più a delle foche che a degli esseri umani, avevano perso le ultime tracce di femminilità anche nei loro volti.  Erano una truffa e tutti lo sapevano.   Ma il ciclismo?  La voce che circolava: gli anabolizzanti rimpiccioliscono i piselli e rendono gli uomini impotenti.  Era tutto quello che sapevo sugli anabolizzanti e ora sembrava che ci fosse qualcosa più di quanto pensassi.   

“Che vuol dire ingoiare anabolizzanti tutto il giorno?”  Chiesi dopo che aveva ignorato la mia domanda.   

“Ho sentito vi ingozzate di anabolizzanti a palate in Ucraina”, disse.  Il “voi“ che usò era in una forma generica che non si riferiva a nessuno in particolare.  Abbandonai la diplomazia e chiesi, usando il “noi” che includeva anche me personalmente: “E perché dovremmo prendere gli anabolizzanti?”  

“Per strizzare un qualcosa in più dalle gambe?”   

“Non si ingrassa in questo modo?”. 

“Se ti comporti bene, un giorno ti dirò cosa può fare un chilo o due di massa magra alla tua prestazione. Anche in salita. Nel frattempo, fai colazione, stai zitto e assicurati di essere al tuo meglio ogni giorno, se vuoi sopravvivere qui.”   

Colsi il velato suggerimento e mi tenni fuori dai piedi di Malakhov che d’ora in poi avrebbe sempre avuto una lezione di vita per me o un’intuizione brillante da offrirmi.   Perché in un ritiro invernale pedalavo con un pacco con il 24 finale invece che con il 27?”. Beh, mi ero risposto tra me e me, perché non me ne frega niente.  Era la prima ruota che avevo preso dal mucchio, non siamo in gara. 

“Hai messo troppo zucchero nel caffè”, mi disse una mattina a colazione.  “Ti rovina i denti e ti fa il culo pesante come un camion.”   

Mi stupiva quanto immacolata fosse la sua divisa, anche dopo diversi giorni di pioggia in bici.  Non avevamo lavatrici negli hotel in cui soggiornavamo e dovevamo lavare le nostre divise a mano nella vasca da bagno o nel lavandino.  Quando pioveva spesso mi dava fastidio fare il bucato ogni giorno. Da maestro di scorciatoie, asciugavo superficialmente la divisa al sole, scuotevo via la sabbia e ci pedalavo di nuovo.   

Malakhov invece si presentava con una divisa pulita, immacolato ogni volta, non importa quanto fosse stato brutto il tempo il giorno prima: la classe.   

Avrei gareggiato con il piumino, se Malakhov ne avesse indossato uno.  Un berretto sopra il casco o sotto?  Guarda Malakhov.  Manicotti su o giù?  Guarda Malakhov.  Mi diceva di indossare sempre i guanti in corsa e quando, un giorno, dimenticai di metterli, mi fece tornare al pullman per prenderli.  Arrivai in ritardo per la partenza e inseguii il gruppo per i primi chilometri di gara.  

Quando provavo a dire la mia mi zittiva, ma un giorno ho imparato quanto fosse una brava persona. Stavo prendendo del cibo dalle tasche della maglia con entrambe le mani quando qualcuno davanti a me ha fatto cadere una borraccia.  È rotolata sotto la mia ruota anteriore, ho perso il controllo e sono rovinato a terra.   Malakhov era sulla mia ruota, urtò la mia bici ed atterrò vicino a me. Pensavo che mi avrebbe ucciso proprio lì, sulla strada.  Invece, la prima cosa che gli è uscita dalla bocca appena fermi fu: “Stai bene, ragazzo?”   

Era il tipo di un ciclista che sostituiva il 53 con il 52 perché sapeva che la volata era in falsopiano.  Non attaccava mai, eppure, una fuga vincente non sarebbe quasi mai andata via senza di lui.  Non parlava quasi mai di corse, ma ogni volta che lo faceva, ascoltavo.   

Non importa quanto credessi di essere pronto per la parte alta della classifica, non lo ero.  Sedersi con Malakhov e Kashirin per il pasto tre volte al giorno ha cambiato le cose.   

Le gare juniores a livello nazionale erano dure e aggressive.  Iniziavano con i fuochi d’artificio, continuavano senza criterio per un po’ per scremare il gruppo di testa,  quindi si calmavano mentre ci si interrogava su quale sarebbe stata la prossima mossa.  Si poteva vincere una gara facendo una mossa furtiva mentre tutti gli altri si guardavano.   

Gli élite iniziavano tranquilli e si davano il tempo di scaldarsi.  In una giornata fredda, si spargeva la voce di andare piano per i primi dieci chilometri.  Poi il ritmo si alzava.  Se non portavi il culo in testa in tempo la cacca avrebbe colpito il ventilatore, e ti avrebbe coperto dalla testa ai piedi prima di sapere cosa stesse succedendo.   

Quando il martello dava la mazzata lo faceva con il botto.  Ti ritrovi in un ventaglio e se non sei tra i primi venti avrai difficoltà anche a rimanerci.  Il gruppo impazzisce, tutti lottano per stare a ruota, torturati da una velocità che si può a malapena tenere così a lungo.  

Il gruppo di testa non cede neanche dopo che i ventagli lo hanno eroso per chilometri.  Nessuno si arrende, non importa quanto la velocità ti faccia male.  I ragazzi di testa rimangono uniti fino a quando la pressione finisce.  Mentre il ritmo cala, orde calano verso la testa prima della prossima sferzata.  Non c’è tempo per rilassarsi, devi stare collegato e guardare dove ti ritrovi ad ogni colpo di pedale.   

La maglia rossa della squadra nazionale era un altro fardello che non avrei mai potuto ignorare.  Il credo di Kapitonov era: se indossi la maglia della CCCP, la onori con la tua prestazione ogni volta, senza eccezioni. L’aspettativa era che i suoi scalatori andassero meglio in salita degli altri scalatori, che gli sprinter dominassero gli sprint ogni volta, e che i diesel vincessero le cronometro.  Non accettava nessuna scusa per la tua prestazione di merda.  Kapitonov ti avrebbe concesso un po’ di tregua per una o due volte, ma se avessi continuato a fare casini saresti stato fuori dalla porta senza nessun preavviso 

 

Continua…. 

 

www.sportintranslation.com 

 

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Luca38
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Quando ero giovane aspettavo con ansia il il fine settimana per andare in disco a conoscere qualche ragazza, ora lo aspetto per la puntata successiva del ribelle 🙂 😀

Che tempi, che racconti ( di vita vera ), che paese la Russia….. andateci se non ci siete mai stati……

Come sempre grazie mille Beppe !!!

L
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Littlepie

Bello e interessante, grazie e a sabato 🙂