Notte prima della gara 

Nikolai e Anton 

 

 

Dopo aver pranzato ero in viaggio su  un taxi con l’indirizzo di Anton che avevo scarabocchiato su un pezzo di carta quando me lo dettò al telefono.    Mi disse di aver lasciato il dormitorio dell’Università e che viveva nell’alloggio del suo fratellastro che non era mai a casa.  Il fratellastro lavora nell’industria cinematografica.  Passa più tempo sui set che nell’appartamento di Mosca.  

Chiesi al tassista di fermarsi da qualche parte lungo la strada per comprare una bottiglia.  “Cosa cerchi?” mi domandò.  Gli raccontai che stavo andando dal mio migliore amico e che mi serviva qualcosa di speciale.   

Armyanski konyak?”  

“Si’”, risposi “cognac armeno”.  

Non mi portò da nessuna parte per comprare il liquore. Aprì il portaoggetti dell’auto e tirò fuori una bottiglia decorata con lettere armene che ai miei occhi avevano senso quanto degli ideogrammi cinesi.   

“Oro liquido invecchiato cinque anni”, affermò, impugnando la bottiglia per il collo davanti alla mia faccia.   “Dalle cantine del Cremlino.”  

I tassisti, in tutta la nazione, più intraprendenti vendevano vodka nei loro taxi.   I negozi di liquori chiudevano alle sette in punto, non importa dove abitassi.  Ma, in un Paese con una pena detentiva per la “speculazione sull’alcol”, si sarebbe potuto comprare l’alcol in qualsiasi momento, bastava sapere dove.  I taxi erano una delle molte fonti di alcol fuori orario.  Avresti potuto chiamarne uno alle due del mattino, aprire la porta e chiedere all’autista se aveva della vodka a bordo.   

Il cognac armeno di solito era troppo esclusivo e snob per questo tipo di commercio.   D’altra parte questa era Mosca, dove molta gente aveva fatto fortuna.   

Ho pagato tre volte il prezzo in negozio della bottiglia e l’ho riposta sotto la mia giacca di pelle per tenerla al caldo.  

Sono sceso di fronte ad un edificio di venti piani fatto di blocchi di cemento.  L’entrata aveva una porta di metallo verniciata decenni fa con quella che una volta era una tonalità di blu.    

Ho aperto la porta e sono entrato in un atrio buio.  Un fascio di luce entrava attraverso una finestra sul muro di fronte all’entrata.  Puzzava di urina, birra e profumo francese.  

La porta dell’ascensore era aperta come se qualcuno me lo avesse mandato.  Le possibilità che un macchinario sovietico si rompesse a due piani dalla destinazione erano sempre alte.  Ho guardato le scale.  Per i ciclisti, camminare era già abbastanza ai limiti, salire le scale era verboten, assolutamente vietato.  

Entrai nell’ascensore e guardai la pulsantiera per trovare il bottone che mi serviva. Avevano tutti un buco da bruciatura di sigaretta al centro che rendeva illeggibile il numero del piano, solo il tasto del tredicesimo piano era stato risparmiato 

Con il dito contai altri sei bottoni dal tredicesimo.  Che burloni, non hanno sistemato l’ascensore solo per spedire i visitatori al piano sbagliato.  

Raggiunsi l’appartamento di Anton e suonai il campanello.  Dieci secondi dopo aprì la porta.  Sorriso, jeans e maglietta.  

“Entra, entra”, disse, facendo cenno con la mano.  

Entrai in un appartamento buio, immerso nella nebbia delle sigarette e nell’odore di erba.  Mi portò nel luogo sacro di in un appartamento sovietico, la cucina, dove ci si incontra per festicciole e per bere tè.   

Una tenda copriva tre quarti della finestra lasciando al fumo una via di fuga ed uno spiraglio dove un raggio di luce si intrufolava.  Tangerine dei Led Zeppelin era sparata all’interno dell’appartamento.  Vidi un grande registratore a bobina piazzato dentro una libreria in soggiorno con un paio di casse a tre vie negli angoli.  

Un ragazzo e una ragazza erano seduti al tavolo da pranzo di legno in cucina.  Il tipo aveva dei lunghi capelli biondi mossi.  Cadevano sul suo viso sottile da entrambi i lati come un cappuccio.  Portava una barba a coda di rondine che gli allungava la faccia come un chicco di riso.  

Con la luce soffusa, avvolto nel fumo di sigaretta, potrebbe passare per un santo di un’icona russo-ortodossa.  

Con il braccio destro alzato, si appoggiava su un gomito impugnando l’articolazione bloccata tra pollice e indice.  I suoi occhi azzurri mi guardavano con un calore e benevolenza che non avevo mai visto negli occhi di nessun altro. 

“Vuoi fare un tiro?” mi chiese.   

“Sì, certo”, dissi e afferrai una sedia dal tavolo. 

La ragazza, ho supposto che fosse la sua fidanzata, sorrideva come se le avessi riferito la migliore notizia possibile della giornata. 

Privet! Sono Lena.”  

Lena era bella come un tramontouna bellezza angelicata. Un viso classico slavo, rotondo, scolpito da linee dolci e contorniato da una cascata di capelli biondi che cadevano dietro la schiena.  I suoi occhi azzurri, grandi come un lago, brillavano al buio.  

“So chi sei, Kolya”, disse.  “Io e Liosha eravamo sul treno con Anton quando ha trovato quell’articolo di giornale su di te e sulle Olimpiadi che hai vinto.” 

“Campionato del mondo”, borbottai 

Lei lo ignorò e io mi maledissi per aver pensato che le importasse o che conoscesse la differenza.   

Parlava con una voce di seta e ogni parola usciva dalle sue labbra come una nota musicale di cui godere. Aveva un bell’accento moscovita e un sorriso che le rimaneva sul viso anche quando parlava.   

In meno di due anni Liosha sarebbe andato in overdose di oppio. Lena l’avrebbe seguito dopo poco. Ma questo all’epoca era nel futuro, allora non importava.  

Fumavamo e parlavamo di filosofia, cristianesimo, esistenzialismo, Buddismo e rock and roll.  Loro parlavano. I nomi di Jean Paul Sartre, Hermann Hesse, Jorge Luis Borges, Julio Cortazar e Max Frisch rimbalzavano nella cucina affumicata.  

Non riuscivo ad entrare nella conversazione e mi dava fastidio.  Mi dava fastidio che non avessi letto un libro da anni, anche se leggevo continuamente a scuola.  Mi dava fastidio il fatto di conoscere Robert Plant o Eddy Merckx, ma non Borges o Cortazar.  Mi dava fastidio che non sapessi neanche chi fosse esattamente Gesù Cristo.  Le superstizioni russo-ortodosse e l’ateismo avevano inquinato la mia mente stantia.  Portavo una Bibbia nella mia borsa ovunque andassi, ma non era la fonte della conoscenza di Dio, era un feticcio portafortuna. Ne avevo letto dieci o venti pagine da quando Anton me l’aveva regalata un paio di anni fa.  

Liosha continuava a lanciare le sue frecciatine una dopo l’altra.  Il cognac armeno che avevo portato si era dileguato prima di quanto pensassi.  A mezzanotte, affrontammo il problema eterno dei sovietici: dove prendiamo altro alcol?  

Anton disse che conosceva un bar dove avremmo potuto comprare alcolici da un cameriere, ma sarebbe costato una mancia.  Erano al verde da due giorni. Dalla mattina avevano mangiato un sacchetto di mele, nient’altro.  Gli ultimi dieci rubli li avevano spesi in tre bottiglie di chardonnay, bevute prima che arrivassi.  

I soldi non sono un problema, portami al bar.   

Fu quando Lena disse la frase che mi ha accompagnato per anni.  Disse: “Kolya può avere tutto, ma non ha nessuno che sia come lui.”  

Abbiamo riso.  In quel momento, proprio allora, non c’era nessuno come me, aveva ragione.  

Io e Anton abbiamo preso un taxi e cinque minuti dopo siamo scesi di fronte a un edificio vecchio di un secolo con un bar nel seminterrato.  Diedi al buttafuori dieci rubli per zittirlo ed entrammo. 

Il posto era saturo di parolacce proferite da dozzine di ubriachi.  Tutti, compreso un barista grasso, fumavano.  Si sarebbe potuto lanciare un’ascia in aria e avrebbe galleggiato nel fumo di sigaretta.  

Io e Anton discutemmo su chi avrebbe chiesto dell’alcol a un cameriere.  “Io pago e tu parli come concordato” e lui mi fece notare la giacca di pelle che indossavo che mi faceva sembrare un gangster.  

“Ferma un cameriere e digli cosa vuoi”.  “Parla come è nostra abitudine nel Caucaso settentrionale.  Abbiamo una certa reputazione qui”.  Corrotto da cima a fondo, il Caucaso settentrionale era famoso per il traffico di droga e le bande di criminali. Se vieni dal Caucaso del Nord la gente di solito pensa che tu sia un fuorilegge, non scendi a patti, non ragioni e probabilmente sei armato.  Qualcuno da evitare, se non cercate problemi.   

“Tieni una mano nella giacca”. “Il coglione si piscerà addosso pensando che tu abbia una pistola in tasca.”   

Lo guardai per capire se fosse serio e ridemmo di nuovo, i bambini non crescono mai.  

Non ho dovuto inseguire un cameriere in giro per il bar, uno ci approcciò e ci chiese cosa volessimo.  Tirai fuori un biglietto da 50 rubli per infilarglielo nella tasca della camicia e gli chiesi se aveva un paio di bottiglie di cognac decenti da qualche parte che prendevano polvere.  Uscimmo con due bottiglie di brandy Napoléon e tornammo a casa di Anton a piedi per schiarirci le idee e parlare. 

Facemmo delle soste al parco giochi e su alcune panchine del tutto a caso sulla via del ritorno bevendo dalla bottiglia a turno e parlammo.  Venni a conoscenza dei festival cinematografici e della proiezione di film proibiti a cui Anton aveva assistito attraverso i contatti nel settore di suo fratello.  Mi parlò di Tarkovskij, Fellini e Buñuel come se avesse cenato con loro la sera precedente.  Eccitato, mi chiedeva se avessi visto questo o quel film.  La risposta era sempre la stessa: no, mai sentito nominare.   Oh, cavolo, sospirava, dovresti vedere questo o quello.  

Gli chiesi se gli mancasse il ciclismo e mi disse che gli mancava il divertimento e il cazzeggio intorno ad esso, ma non l’allenamento e le corse.  

“Quelle cadute, amico, no grazie”.  

Tre anni prima, in discesa, si era schiantato di fronte a me contro una macchina parcheggiata.  La sua bici mi era volata sopra la testa, lui atterrò sull’asfalto e sembrava che non si sarebbe mai rialzato. 

Eravamo vicino al suo appartamento quando mi disse: “Perché non ti trasferisci a Mosca?”  

“Perché?”  

“Amico, non hai idea di quanto sia figo questo posto.”  

“Certo“, dissi.  “Una Parigi russa.”  

“Non conosco Parigi.   Mosca è una bomba.”   

“Mi caccerebbero dalla Titan se lasciassi Kiev.”  

“Titan shmitan.  Dimentica quella fottuta Titan.  Ricordi cosa ci ha detto Trumheller?”  

“Cosa?”  

“Prepara il tuo piano B. Domani cadi e il ciclismo per te è finito.  Qual è il tuo piano B?”  

“Amico, non sono sicuro di avere un piano A, tanto meno uno B.”  

“Esattamente.  È perché sei stupido.  Pensi che gareggerai per sempre e quei cretini della Titan si prenderanno cura di te per tutta la vita. Sbagliato. Ti guardano e vedono una macchina senza cervello con due gambe per spingere sui pedali.  Sei una macchina senza cervello, fratello?”  

“Mi piacerebbe pensare di no, ma sei tu il veggente, lo sai bene.”  

“Non sono un veggente.  Tra dieci anni ti guarderai indietro e dirai, merda, avrei dovuto mollare nel 1985, quando ero giovane.”  

“E perché dovrei dirlo?”  

“Perché cosa succede se, Dio non voglia, domani cadi e non riesci più a correre?”  Cosa farai?” 

“Io non cado in quella maniera.”  

“Certo che no.  Sei fatto di acciaio, vero?”  

“Qualcosa del genere.”  

“Senti, c’è una scuola in specializzazione post laurea in medicina dello sport a Tallinn.  Corso di due anni.  Trasferimento da Kiev a Mosca, finisci l’Università qui e poi vai a Tallinn.  Puoi rimanere lì dopo la laurea se vuoi o puoi tornare a Mosca.  Lascia che siano gli ucraini puzzolenti a vivere nella tua puzzolente Kiev. Che ne dici come piano B?”  

“Impressionante.  Adoro la parte della medicina.  Non riesco a distinguere la chimica dalla fisica e tu vuoi che studi medicina?”  

“Medicina sportiva.  Lavorerai con atleti e altri idioti.  Somministragli la vitamina C, digli che li renderà più forti e, voilà, sono più forti.  Non è che curerai i malati di cancro.  Gli atleti, gli shmos.”  

Era fatto così, creare piani per entrambi era da lui.  Ha fatto piani che non ho mai seguito. 

Liosha era da solo in cucina quando tornammo con l’ultima bottiglia di brandy. Due siringhe riutilizzabili erano posate sul tavolo riempite a metà con del liquido marrone. Oppio cotto in casa.   

“Ho preparato questo per voi ragazzi”.  “Lena è andata a letto, voglio andarci anche io.  Divertitevi”  

Con cronometro a squadre di 50 chilometri da correre il mattino dopo dissi che per me era meglio tornare al Krylatskoye.  

I primi raggi di sole facevano capolino da dietro le nuvole quando respirai l’aria di strada satura delle fredde goccioline della pioggerella mattutina.  Anton mi accompagnò sulla strada principale per prendere un taxi.   Un letto caldo in questo momento sarebbe stato il paradiso.  Camminavamo in silenzio e guardavamo l’asfalto umido e gli edifici in cemento e le strade vuote e i corvi che zampettavano sull’erba e si mandavano messaggi gracchianti.  

“Dai, torniamo indietro, dormi sul divano”, disse Anton.  “Digli che sei malato.  Cammini come se qualcuno ti avesse sparato.”   

Abbiamo aspettato mezz’ora per un taxi e ci siamo arresi.  Un autobus per la metropolitana e un altro autobus funzionarono alla bisogna.   

Mi intrufolai nella mia stanza senza far scattare l’allarme. Il mio compagno di stanza era già sveglio, si stava lavando i denti in bagno, nudo.   

“Sembri morto”, disse, fissandomi dallo specchio sul muro di fronte a lui.  “Rogozyan era qui cinque minuti fa.  Gli ho detto che eri andato a fare una passeggiata.”  

“Cosa ha detto?” 

“Niente.  Sembra che nel tuo letto non ci abbia dormito nessuno.  L’ha visto.” 

“Esci dal bagno”, gli dissi. “Ho bisogno di una doccia.”  

“Puzzi come se avessi passato la notte in una fabbrica di tabacco”, disse e se ne andò.  

Nikolai Rogozyan, il secondo nella gerarchia della Titan, non dimostrò di sospettare in alcun modo che avessi commesso alcun peccato quando lo vidi fuori mentre riforniva l’ammiraglia di cibo e pezzi di ricambio.  Con Yuri Elizarov a Kiev per lavoro, aveva il potere di cacciarmi dalla corsa e far finire la mia carriera se mi avesse beccato a fare qualcosa di sbagliato. Si comportava come se il suo unico obiettivo nella vita fosse quello di beccarci in un atto di violazione della disciplina della Titan.  Non girare la chiave nella serratura la notte, in modo che Rogozyan controlli se sei dentro o fuori.  Ci incatenerebbe alle bici se potesse, costruirebbe una staccionata verso il mondo esterno e ci farebbe pensare solo alle corse. Per vederti soffrire si accostava con la macchina, ti guardava negli occhi e sorrideva. Rogozyan era un Pinochet che faceva credere di essere tuo amico per poi strangolarti nel momento in cui commettevi uno sbaglio.   

“Hai dormito bene stanotte?”  mi chiese mentre gli passavo la bici per metterla sul tetto dell’ammiraglia.   

“Seh.”  

“Sono passato stamattina e non ti ho visto in camera tua.”  

“Sono andato a fare una passeggiata.”  

 

 

Continua…. 

 

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