La cronosquadre della prova generale 

Alla partenza, Nikolai è il terzo da destra 

 

Dalla radio dell’auto lo speaker annunciò che attualmente vi erano nove gradi Celsius a Mosca e una pioggerellina ghiacciata prevista nel proseguo della giornata.  Con   questa notizia ci siamo diretti all’Università Statale di Mosca, sede di partenza della cronometro a squadre.  

Attualmente?  Cosa significa?  Il sole splenderà quando saremmo usciti dall’auto? 

Il mio petto era colmo di disgusto per il ciclismo, la pioggerellina, la Mosca bagnata fuori dal finestrino dell’auto e Nikolai Rogozyan.  

La radio stava ora diffondendo la visione della nuova Unione Sovietica di Mikhail Gorbaciov, appena incaricato dal Politburò della sua costruzione. Era il quarto Segretario Generale del Partito sotto cui vivevo, i tre precedenti erano morti uno dopo l’altro.  Eravamo usciti dal sentiero, diceva, il sentiero che il nostro grande Lenin aveva tracciato sessantacinque anni fa.  Il sentiero pavimentato con le ossa dei nostri antenati che ci avevano preceduto.  Abbiamo marciato lungo questo sentiero, ci siamo distratti, e ora è arrivato il momento di tornare su di esso prima di perdere ciò che avevamo costruito.  

Perdere cosa?  Cosa avevamo costruito?  Una prigione per 300 milioni di persone?  Fattorie collettive e negozi di alimentari vuoti?  Auto che si rompevano prima di lasciare la fabbrica, le stesse che non potevi comprare da nessuna parte tranne il mercato nero? Sì, certo, abbiamo costruito stazioni spaziali e armi nucleari, jet da combattimento, l’AK-47, i sottomarini.   Venite a prenderci.  

Un pozzo prosciugato.  Dicci che grande nazione siamo.   Chiamaci di nuovo alle armi, lo vogliamo.  Se l’America vuole il nostro sangue, venga a prenderselo.  Bombardate quei bastardi, cosa stiamo aspettando?  Vogliono la guerra?  Daremo loro la guerra.  Non ne hanno mai avuta una, non una vera sul loro suolo, comunque, non sanno cosa significhi perdere un milione o due di vite in una battaglia.  Li spazzeremo via prima che abbiano il tempo di scavare le loro stesse tombe.  Morire in guerra, è quello che facciamo, lo adoriamo.  Venite, cani, venite e assaggiate.  

Quando senti l’odore di una rissa, mio fratello mi ha detto la sera prima che iniziassi la prima elementare, non aspettare che ti travolga.  Colpisci per primo.  Colpisci, non smettere di colpire.  La paura, la gente capisce la paura.   

Ho finito la scuola con le nocche sfregiate per aver rotto i denti agli altri ragazzi.  I cani mangiano i cani.  

Avrei dovuto ascoltare mio padre e rimanere in una scuola di scacchi.  Mi ha insegnato a giocare quando avevo sei anni. La domenica mattina  correvo nella camera dei miei genitori con una scacchiera, saltavo sul letto di papà e gli chiedevo una partita. Non ha mai rifiutato.  Metteva da parte il suo giornale, il Trud, e mi concedeva due partite, una per ogni lato.  Parlò con un giocatore professionista che conosceva e iniziai ad andare alle lezioni di scacchi che teneva nel seminterrato di una scuola locale.   

Mio padre non ha mai mostrato che avesse a cuore i miei interessi, tranne quando ero preso dagli scacchi.  

“Hai gli scacchi nel sangue”, mi disse mentre ci sedevamo sul suo letto una mattina per giocare.  “È un gioco per persone solitarie.  Sarai un buon giocatore.”   

Arrivammo alla zona di partenza recintata da transenne d’acciaio e soldati in impermeabili inzuppati.  Le ammiraglie sparse in un largo spiazzo assegnato dalle autorità al gruppo.  I corridori, i meccanici e i direttori sportivi si muovevano avanti e indietro tra le auto con le loro giacche a vento blu marina o nere e i berretti bianchi girati all’indietro con la visiera all’insù 

Parecchi ragazzi si stavano riscaldando sui rulli. Ho chiuso gli occhi per immaginare come potrebbe andare oggi la gara, come avrebbe potuto svolgersi e i diversi epiloghi.   

Vicino alla linea di partenza, seduto sulla sella con la schiena ritta, braccia a penzoloni, guardai un grande cronometro Omega.  Dieci secondi alla partenza, mi abbassai e afferrai il manubrio per spremerlo con forza per contrarre i muscoli, percepire ok, pronto” da dentro il tuo corpo.  Il cuore inizia a pompare con battiti rumorosi, un colpo, un colpo nelle orecchie e si sente il primo bip, sei secondi alla partenza.  Perché proprio sei non l’ho mai saputo, ma quando inizia a trillare, tutto gli altri rumori si zittiscono e tutto ciò che si sente è il bip dell’Omega.  Cinque, quattro, tre, due, uno, via.  

Siamo andati a tutto gas fin dal colpo di pistola. Un buco si è creato davanti a me appena fuori dal cancelletto perché avevo saltato il riscaldamento.  In questo congelatore, le mie gambe erano come travi di cemento.  

Poiché si trattava di una cronometro inserita in una corse a tappe le squadre erano composte da sei corridori invece di quattro.  Avrei potuto chiamarmi fuori prima di raggiungere il primo chilometro.  Il cronometro si fermava con il quarto corridore oltre la linea, avevamo ancora un uomo di riserva se mi fossi ritirato. 

Ho immaginato il sorriso subdolo che sarebbe comparso sulla faccia di Rogozyan mentre mi passava in macchina.  Ti stai rammollendo, festaiolo?  Stasera sarà al telefono con Elizarov per dirgli che sono saltato nei primi trenta secondi di gara.  “Oh, e comunque ha passato la notte nessuno sa dove.”  Trenta secondi, anche un cadavere durerebbe più di così.  

Ho abbassato i gomiti, spinto e cercato di non perdere ulteriore terreno.   Tra pochi secondi il primo in testa dovrebbe chiedere il cambio e quindi chiudere il buco davanti a me.   Sarei stato a ruota un giro o due, mi riscaldavo, entravo in gara e facevo il mio lavoro normalmente.  Nessun problema. Rogozyan non si libererà di me oggi.  

A due chilometri dall’arrivo ho tirato fino all’attacco dell’ultima salita e mi sono fiondato a sinistra dei miei compagni di squadra.  Sono fuori ragazzi, arrivederci.   

Stavo deragliando sulla corona piccola quando Rogozyan mi affiancò con l’auto.  I nostri occhi si sono incontrati.   

“Che diavolo stai guardando?” avevo dipinto in faccia.   

“Ti avrò in pugno un giorno, bastardo che non sei altro”, lessi sul suo viso.  

 

Continua…. 

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