Costruire campioni era lo scopo del sistema. Erano regole non scritte: nessun codice, nessun manuale di istruzioni e nessun percorso chiaro da seguire. Si ascoltava quelli che ci erano passati prima di te come Piotr Trumheller e se ti piaceva quello che avevi visto ti buttavi nella mischia. 

Quello che avevo visto mi piaceva. L’uomo che ora era al volante era il migliore esempio di come si dovesse agire secondo il sistema e adesso si godeva una bella vita. Quando correva non era un campione. Buona fama, un corridore su cui si poteva contare, ma non materiale con cui si potesse costruire la storia dello sport. Ma oggi aveva una vita migliore di molti ex campioni olimpici con cui aveva corso. Piotr Trumheller aveva capito come funzionava il sistema, l‘aveva usato per plasmare una vita per sé stesso e per la sua famiglia che la maggior parte dei Sovietici poteva solo sognare. 

Mi chiese cosa ne pensavo della gara di Maykop e risposi che avevo sofferto come un cane dall’inizio alla fine. 

“Cosa ti aspettavi? Una passeggiata nel parco?” 

Non mi aspettavo una passeggiata nel parco, ma se il ciclismo era quello che avevo passato a Maykop, non faceva per me. Volevo ritirami. Ogni tappa pensavo di ritirarmi, non sapevo come arrivare all’ultima tappa. 

“Ritirarmi mi spaventava”, dissi. “Ma era quello che volevo fare”. 

“Ah, sì? “disse. “Lascia che ti dica una cosa. Facciamo che hai abbandonato il ciclismo. Tra due anni avrai finito la scuola, quando compirai diciotto anni partirai per il servizio di leva e potresti anche finire in Afghanistan, lì potresti morire o tornare con il cervello in pappa. A vent’anni anni, otterrai un lavoro in fabbrica dove produrrai roba inutile. Dopo due anni di lavoro senza senso, inizierai a bere. Entro i trentacinque, avrai distrutto il tuo fegato e sarai pronto ad andartene da questo mondo prima dei quarantacinque. Potresti sopravvivere di stenti per un po’ e quindi morire nel tuo stesso vomito chiedendoti cosa saresti potuto diventare se avessi continuato a correre. Che ti pare di questa prospettiva?” 

Non dissi nulla. 

“Invece trai qualcosa di buono dal mucchio di merda in cui viviamo, o puoi anche uscirne da questa discarica”. 

“Cosa?”  Gli chiesi. “Cosa intendi?” 

Dopo dieci secondi di silenzio, disse “Amo mia moglie e i miei figli. Vivo una bella vita qui in Unione Sovietica. Una cosa di cui mi pento, però, è non essere rimasto in Italia quando ne ho avuto l’occasione. Pensavo di poter lasciarmi alle spalle questo buco quando volevo, ma quel viaggio in Italia fu l’unico”. 

 

Fece una pausa, rifletté per un momento e disse: “Sono di origini tedesche. È possibile che il KGB abbia odorato qualcosa o qualcuno mi abbia denunciato, chissà. Spioni, un sacco di spie in giro. Corridori, direttori sportivi, meccanici, non si sa mai chi sparla di te. Hanno pensato che potessi essere un “runner”, un fuggitivo. Non sono mai più andato da nessuna parte dopo quel viaggio. Bloccato qui per il resto della mia vita. Un idiota”. 

Mi guardò e aggiunse: “Non voglio che tu faccia lo stesso errore. Non sprecare la tua occasione nel momento in cui ne hai una, non aspettare. Il primo paese occidentale in cui vai, corri come un dannato, non guardarti indietro”. 

Continuammo il viaggio senza dire una parola per molti minuti: quello che mi ha aveva detto, se il KGB lo avesse scoperto, lo avrebbe portato dietro le sbarre per molto tempo. Insegnare a un ragazzino di quindici anni a fare carriera nello sport solo per commettere un atto di tradimento era un crimine grave. 

“Ti aiuterò a crescere”, disse “Quando sarai pronto parlerò con le persone giuste e troveremo la squadra giusta per te, se vuoi farti il mazzo e farcela in questo sport”. 

La vita di cui parlava Trumheller era quello che desideravo: correre gare importanti su di una Colnago vestendo una divisa della Castelli, guadagnare soldi e, dopo quello che mi aveva detto, fuori dall’Unione Sovietica a correre il Tour de France un giorno. Pazzo. 

Uno scenario dopo l’altro mi passò per la testa. È la realtà? Posso farlo? Ho quello che serve per farlo? Vivrò da qualche parte in Francia o in Italia? Sì, l’Italia, mi piace l’Italia. 

Dissi: “Farò tutto quello che mi dirai: qualsiasi cosa”. 

Tornò nel suo silenzio. Senza guardarmi mi disse: “Se è questo quello che desideri, il ciclismo sarà il tuo lavoro per i prossimi quindici anni. Inizia a vivere da professionista: il tuo corpo è uno strumento con cui procurarti da vivere, come un martello o una pala. Impara come prendertene cura, impara a leggerlo e a sapere quando sei in forma, quando invece sei stanco e hai bisogno di riposo. Tutto quello che farai ti renderà più veloce o più lento. Vivi per allenarti e riposare. Mangia perché devi pedalare e dormi perché hai bisogno di riposo. Tutto il resto… cancellalo dalla tua vita. Mi ascolti? “ 

“Sì”.  

“Un’altra cosa”, disse. “Puoi essere il prossimo Eddy Merckx, vivere come un professionista e comunque fallire. Ricordati: tieni la bocca chiusa. Ti ho detto delle spie, non saprai mai chi sono, non fidarti di nessuno. Quello che pensi sia il tuo migliore amico può denunciarti. Non parlare con nessuno di quello di cui stiamo parlando ora. Il KGB, non ti rinchiuderanno se non hai fatto niente. Se solo pensano che potresti essere un “runner” non ti daranno mai un passaporto e non lascerai mai questo paese. Non ora, non tra vent’anni. Una volta che ti hanno messo nella lista nera, sei finito, è una condanna a vita”. 

La teoria darwiniana, per cui sopravvive chi meglio si adatta, trovava conferma perfettamente nel meccanismo del ciclismo su strada sovietico. Una religione di stato sposata ad un processo di selezione progettato per separare il grano dalla crusca. 

Gli insegnanti ci avevano spiegato che eravamo animali, sofisticati, ma pur sempre animali: giochiamo a scacchi e scriviamo poesie, costruiamo armi nucleari e ci uccidiamo a vicenda col piombo. Esaminate la storia umana e vedrete, dicevano, che terribile casino sia. Guarda indietro il più possibile e cosa vedi? Guerra, dopo guerra, dopo guerra, non ci fermiamo mai, vero? O uccidi o qualcun altro ti ucciderà. 

Ammanta il darwinismo della retorica comunista. Fai il lavaggio del cervello a tutti su quanto sarà luminoso e glorioso il futuro. Anche l’Occidente, quegli idioti ignoranti, un giorno vedrà la luce del marxismo e ci crederà. Dopo di che impiccheranno tutti quelli che non lo avranno fatto e si uniranno a noi nel nostro paradiso in terra. Nel frattempo, chiudi il becco. Lo sport che hai scelto tirerà fuori l’animale primordiale in te. O ti arrendi e ti unisci al branco o ti sputeranno via come il catarro. 

 

www.sportintranslation.com