[Libro] Il ribelle -20- Sorseggiando Falce e Martello a Tallinn

[Libro] Il ribelle -20- Sorseggiando Falce e Martello a Tallinn

04/08/2019
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04/08/2019

 

Sorseggiando Falce e Martello a Tallinn 

 

Liquori tipici di Tallinn, foto di Simm– Opera propria, CC BY-SA 2.5,  

 

Tra una dozzina di aeroporti, ho scelto Tallinn.  Avrei potuto volare a Sochi e sdraiarmi su una spiaggia per schiarirmi le idee.  Tallinn era l’opposto di Sochi.  Fredda e ventosa, un’isola di capitalismo svanita in uno stato militarizzato.  La città sotto il dominio sovietico era decaduta, il suo profilo medievale infangato dallo stile brutale degli architetti sovietici.  

Nessuno parlava un russo fluente a Tallinn e la maggioranza delle persone si rifiutava di usare anche una versione base della lingua della Grande e Potente Madrepatria. Ti fissavano con una faccia di marmo e fingevano di non capirti quando parlavi russo.  Se ne avesse avuto la possibilità, un musulmano mi avrebbe pugnalato a Nalchik o in qualsiasi parte del Caucaso, o in Asia centrale, perché ero un russo.  A Tallinn ti sorridevano e si rifiutavano di parlare la lingua che tutti nel Paese avrebbero dovuto conoscere.  

Mi dava fastidio che il barista dell’hotel in cui alloggiavano macchiasse il mio caffè dopo che gli avevo detto che lo volevo liscio.  Aveva capito ogni parola che avevo pronunciato, sorrideva e mi versava il latte nella tazza.  Avevano le palle, gli Estoni.  

Hotel Pirita, lo stesso posto in cui ero stato all’inizio della stagione quando eravamo venuti per un paio di gare a Tallinn, era l’unico hotel che conoscessi.  Costruito per ospitare atleti olimpici durante i Giochi di Mosca, era a pochi metri dalla Baia di Tallinn sul golfo di Finlandia e vicino al centro della città.  Avrei passato la giornata osservando il golfo da un balcone per poi uscire a bere qualcosa dopo il tramonto.  

In aereo avevo capito qual fosse il mio problema.  Il mio amico del KGB, Bogdan, mi aveva messo sulla lista dei “non idonei a viaggiare all’estero”.  Nessuno aveva mai visto queste liste.  Non che le pubblicassero sulla prima pagina della Pravda, ma sapevamo che esistevano. Se finivate su di una, la lingua russa disponeva di un vocabolo per voi: nevyeyzdnoy, ossia non adatto a viaggiare all’estero. 

Alla maggior parte delle persone in Unione Sovietica non importava se il KGB le considerasse adatte a viaggiare all’estero o meno.  Non importava neanche tanto del KGB.  Tieni la bocca chiusa, presentati al lavoro ogni giorno, procrea e muori prima di spendere troppo della tua pensione.  Non preoccuparti del KGB. 

Per un atleta professionista, o un artista, allora era una storia diversa.  Ti saresti preoccupato della tua posizione con il KGB.  Chi poteva o non poteva lasciare il Paese era nelle mani del Kontora 

Per attraversare il confine ti serviva un passaporto rilasciato dal KGB.  Un documento diverso dai passaporti interni di ogni cittadino sovietico.  Controllato e approvato dal KGB per viaggi all’estero, si otteneva il passaporto solo poche ore prima della partenza, a volte già in aeroporto. Nel momento in cui avevi passato la dogana, lo restituivi a un agente del KGB e lo rivedevi in occasione di un nuovo viaggio all’estero All’interno del Paese, non avevi mai un passaporto in mano: una mosca rinchiusa in un barattolo di vetro.  

Attraversare i confini naturali per uscire dal Paese è un suicidio.  A ovest l’Unione Sovietica era posizionata dietro un cordone: il blocco orientale.  Tutti sapevano che la polizia di frontiera aveva l’ordine di sparare a chiunque cercasse di attraversare il confine a piedi.  Se i Sovietici ti avessero mancato, ti avrebbero sparato i Polacchi o i Cecoslovacchi.  Avevano gli stessi ordini di salutare con dei proiettili chiunque provenisse dalla terra del paradiso proletario.  

Anche se fossi arrivato in Polonia o in Cecoslovacchia, avresti dovuto attraversare un altro confine per raggiungere la Germania o l’Austria.  Gli austriaci non ti avrebbero sparato, ma la polizia di frontiera ungherese lo avrebbe fatto, se quella era la destinazione della tua fuga.  

A sud confinavamo con la Turchia, l’Iran e l’Afghanistan.  All’estremo oriente con Cina e Mongolia.  Lì non saresti fuggito nemmeno se ti avessero pagato per farlo.   

A nord i nostri vicini erano la Finlandia e ancora più a nord la Norvegia.  La Finlandia aveva un accordo con l’URSS per rispedire indietro i rifugiati sovietici appena catturati.  Avresti dovuto sopravvivere ai proiettili, entrare in Finlandia, evitare l’arresto e poi andare in Svezia.  Il confine norvegese era troppo a nord per pensarlo come una possibile via di fuga.  

Se attraversare il confine a piedi era da pazzi, allora dovevo trovare un modo per ottenere un nuovo passaporto.  In un Paese in cui tutti sono in vendita, qualcuno da qualche parte sarebbe ansioso di guadagnare della moneta in valuta forte.  

Bogdan?  Qual è il suo prezzo?    Quanto ci vorrebbe per farmi consegnare il passaporto in una busta, ricevere le sue scuse e portarmi in aeroporto?  Cinque, diecimila dollari? 

Diecimila dollari erano circa quarantamila rubli sul mercato nero.  Quanto guadagna, tremila all’anno?  Sono tredici anni di stipendi, amico mio.  Ecco qua, goditeli.  Dammi il mio passaporto e non ci rivedremo mai più.  

La ragazza al bancone dell’accoglienza dell’hotel Pirita mi accolse con un grande sorriso e qualcosa in estone.  Sorrisi e le dissi, in russo, che avevo bisogno di una stanza.  

“Quante tante?” mi chiese.  Pensai che fosse meglio non correggere il suo russo perché avrebbe potuto scoprire che non vi erano stanze disponibili al Pirita.  Le dissi che avevo intenzione di rimanere per due o tre notti.  

“Paga per due e chiedimi per più, ok?”  

“Ok”, ho detto.  Mi piacque come ci dicemmo “ok”, così non sovietico.  

Dopo aver pagato, mi consegnò le chiavi e mi disse: “Vista sul golfo di Finlandia, ok?”  

“Grazie”.  

Feci una doccia e tornai alla reception per chiedere se ci fosse qualche bar ancora aperto nelle vicinanze dell’hotel.  Puntò il dito decorato da un’unghia scarlatta verso la porta d’ingresso e disse “Taxi.  Vai a Noku Klubi”.  

“Cos’è Noku Klubi?”  gli chiesi, quel nome non mi suonava bene.  

“È un bar”, disse.  Strappò una pagina da un taccuino, vi scrisse un indirizzo e me la consegnò.  “Ti piace”, disse.  

Andai a Pirita Road, chiamai un taxi e mostrai al guidatore il pezzo di carta con l’indirizzo del Noku Klubi.  Non disse nulla, sorrise e mi portò nel centro storico di Tallinn.  

Mi ritrovai davanti ad una porta di legno, antica, dipinta di blu brillante e rosso con un cinque di rame inchiodato. Il posto non sembrava per niente un bar.  Spinsi la porta, ma era chiusa a chiave.  Era uno scherzo?  Mi guardai intorno per capire dove potessi andare.  Ci doveva essere un posto dove bere qualcosa raggiungibile a piedi.   

Stavo fissando la porta chiedendomi se dovessi andare su o giù per la strada quando si aprì.  Un tizio alto con capelli cotonati biondi e occhiali da nonna uscì e mi ha chiese qualcosa in estone.  

“Non parlo estone” dissi.  

“Oh!” “Cosa ci fai qui?”  

Era cordiale, nessun rancore nella sua voce.   

“Anna ha detto che avrei dovuto fare un salto”.  Gli diedi il pezzo di carta con l’indirizzo del Noku Klubi come prova che Anna mi aveva mandato qui.  Non conoscevo nessuna Anna a Tallinn, ma il tizio con gli occhiali da John Lennon sì perché ci sono un sacco di Anna in Estonia.   

Guardò l’indirizzo, aprì la porta e puntò l’interno con la testa.  

“Entra”, mi disse e chiuse la porta dietro di me dopo che fui entrato.  Sentii il rumore di una serratura.  Cos’è questo, l’Hotel California di Tallinn?  

Salii per una rampa di scale al secondo piano ed entrai in quello che sembrava un grande appartamento con un bar.  Era un guazzabuglio di sedie da discoteca, divani e tavoli sparsi a caso per la stanza.  La maggior parte dei agli angoli.   Alcuni tavoli erano liberi.  Una serie di sgabelli con solo un tipo appollaiato. Mi dava la schiena, sembrava il posto giusto per me.  

Montai su uno sgabello e mi girai verso il mio vicino, due posti più in là e gli feci un cenno di saluto con la testa.  Nel momento in cui i nostri occhi si incontrarono capii di averlo già visto.  Mi fermai un attimo e in quel momento pensai di alzarmi e andare ad un tavolo, ma notai che anche lui mi stava fissando.  Scappare sarebbe stato scortese.  Questo posto mi piaceva e volevo godermi un’ora o due qui.  

 

Continua…. 

www.sportintranslation.com 

 

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Littlepie

Correre in bici in URSS doveva essere piuttosto redditizio visto il tenore di vita che conduce il nostro eroe…
Aspetto il seguito, grazie 🙂

A
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aetius

sempre bello e interessante… lunga l’attesa per la prossima puntata!