[Libro] Il ribelle -21- Uno sgancio Campagnolo vale un nuovo passaporto

[Libro] Il ribelle -21- Uno sgancio Campagnolo vale un nuovo passaporto

10/08/2019
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10/08/2019

 

Uno sgancio Campagnolo vale un nuovo passaporto 

 

 

Lo sgancio rapido del Super Record di Campagnolo in uso all’epoca 

Ordinai il cocktail Falce e Martello, il famoso liquore Vecchia Tallinn mescolato con champagne rosé di Crimea.  Dalla mia ultima visita a Tallinn, sapevo che due di questi di fila mi avrebbero segato le gambe e mi avrebbero trattenuto sullo sgabello come se mi ci avessero inchiodato. Dopo di che, se sarò di buon umore, chiederò al tizio dove l’ho già visto.  

“Credo di conoscerti”, disse il tipo dall’aspetto familiare in russo e si alzò.  “Posso?” indicandomi uno sgabello accanto.   Non mi diede il tempo di rispondere, salì sullo sgabello e disse: “Sono Arvi.  Non ti ricordi di me?”   

Se si tenessero i campionati di lingua russa in Estonia, Arvi sarebbe nel gruppo di testa.  Parlava il miglior russo che abbia mai sentito in Estonia.  

Il Falce e Martello era arrivato, ne bevvi un sorso e guardai nuovamente il tipo.  Le spezie del Vecchia Tallinn e l’uva di Crimea mi esplosero in testa: tre anni fa, la mia ultima stagione con Piotr Trumheller, una corsa a tappe a Sochi.  Tombola.  

Si svolse nella prima settimana di novembre, quando tutti nel Paese erano nella pausa di fine stagione.  Squadre dalla Russia meridionale volarono a Sochi per allungare la stagione grazie al clima caldo.  

La gara iniziava con una cronometro fino alla cima del Monte Ahun e proseguiva con un percorso simile a quello della gara a tappe élite di aprile. Quella estone era una delle squadre provenienti da fuori regione che aveva aggiunto un certo sapore “internazionale” al gruppo.  

Quell’anno soggiornammo al Primorskaya con gli Estoni, le uniche due squadre nell’hotel.  Le bici restarono nel seminterrato. Non potevano entrare nelle stanze di questo pomposo hotel costruito durante il regno di Stalin.   

La mattina della prima tappa scesi a prendere la mia bici. Gli Estoni discutevano tra di loro.  Mulini a vento fuori controllo, braccia che roteavano come pale.  Uno sguardo bieco sembra indirizzarsi a me e dei miei compagni di squadra.  

“Problemi?”  Chiesi a un tizio che era il più depresso tra loro. 

“Sì” “A due bici mancano gli sganci rapidi. Sganci Campagnolo.  Qualcuno li ha rubati”.   

Scrollando le spalle dissi: “Che peccato.  Usa quelli di fabbricazione sovietica, anche loro fanno il loro lavoro”.  

“Ne abbiamo solo un paio di scorta” mi rispose.  

Presi la bici e uscii.   Non era un mio problema.   

“Ehi” sentii alle mie spalle.  “Hai degli sganci di ricambio?”   

Avevo imparato da Trumheller a portare sempre almeno uno sgancio posteriore di riserva.  Avevano l’abitudine di spezzarsi a metà quando avevi fretta di riallineare la ruota posteriore sulla linea di partenza.  La puzza sotto il naso sulla faccia del tizio era sparita.  

“Si.  Ne ho un paio, anteriore e posteriore”.  

Stavo guardando il tizio a cui avevo prestato i miei sganci di riserva tre anni fa.   

“Non mi hai mai restituito gli sganci”.  

“Lo so.  Mi sono dimenticato.  Mi spiace. I colpi li offro io stasera”. 

Abbiamo bevuto Falce e Martello per le due ore seguenti.  Provammo altri intrugli dall’aspetto selvaggio e parlammo come se avessimo rotto un voto di silenzio la sera prima.   

Mi disse che aveva lasciato il ciclismo l’anno prima e che ora stava studiando medicina.  Il suo russo diventava sempre più lento con il passare dei bicchieri.  Si prendeva il suo tempo per trovare la parola giusta o comporre una frase e a volte perdevo il filo del discorso. 

Senza preavviso disse: “Sai, vado in Norvegia”.  Mi fissò per due secondi e aggiunse: “Dopo aver conseguito la laurea”.   

Mi guardai in giro per vedere se qualcuno stesse ascoltando.   Nessuno ci aveva fatto caso.  

“Norvegia? Perché in Norvegia?”  gli chiesi.  

Mi disse che suo nonno viveva in Norvegia.  Prima della guerra, sua nonna, incinta di sua madre, lasciò il marito e andò a vivere a Tallinn.  Poi arrivò l’Armata Rossa e costrinse l’Estonia ad unirsi all’URSS.   

“Finirò l’università, comprerò un viaggio organizzato in Norvegia e, puff, andato!”, disse.  

“Il KGB non ti farà uscire se hai un parente in Norvegia”.  

“Non lo sanno.  Mia madre è nata qui.  Mia nonna ha sposato un Estone, ha un cognome estone.  Nessuno ne sa niente”.  

“Perché mi stai dicendo questo?”  gli chiesi. 

“Perché sono ubriaco”, disseE perché mi hai dato gli sganci.  Sai cosa significava per me?” disse.  

“No, non lo so”.  

Ho aspettato una spiegazione, ma Arvi non me l’ha mai data. Gli ho raccontato invece la mia storia.  Come sono andato alla stazione di polizia in Francia per chiedere asilo, mi sono pisciato addosso all’ultimo momento e mi sono voltato.  Di Bogdan, della Coors Classic e di come devo trovare un maiale del KGB disposto a procurarmi un nuovo passaporto. Con le sopracciglia arcuate e sorseggiando un liquido verde con una cannuccia da un bicchiere da drink, Arvi ascoltò la mia saga senza proferire  parola 

“Conosco qualcuno”, guardò il fondo del suo bicchiere vuoto, agitò i cubetti di ghiaccio con la cannuccia e disse: “La moglie di mio cugino lavora per il KGB.  Seconda moglie.  Ha divorziato da sua moglie e poi ha sposato questa giovane donna russa che ha conosciuto a Leningrado.  Lavora per il KGB, qui a Tallinn.  Nessuno della nostra famiglia parla con lui, tranne me.  Non mi importa se ha sposato una russa.  Non mi importa se lavora per il KGB.  Mi piace, è a posto.  È lei che mi ha introdotto al ciclismo, faceva gare”.  

La gente cade sempre in trappole come questa.  Nei film.  Qui a Tallinn, in questo momento, sono un pesce troppo piccolo perché qualcuno possa orchestrare una trappola così intricata.  E troppo ubriaco.  

“Pensi che possa procurarmi un passaporto?”  Gli chiesi. 

“Non lo so, adora i soldi, però”.  

Decidemmo di terminare qui la serata.  Arvi mi disse che sarebbe andato a trovare suo cugino il giorno dopo e avrebbe cercato di indagare se Olga, la moglie, avesse voluto guadagnare qualche dollaro.  

“Quanto puoi pagare?” mi disse dopo che ci fummo alzati.  Uscimmo e ci dirigemmo verso la Casa della Fratellanza delle teste nere in via Pikk.  

“Offrile duemila dollari, ma posso pagarne tre o di più, se serve”  

“No, no, no”, alzò le mani.  “Io ne resto fuori.  Ho chiesto solo di sapere di che tipo di soldi stiamo parlando”.  

“Parlo di dollari americani”.  

“Dollari?”  Ci siamo fermati e ci siamo guardati.  “Sono un sacco di soldi. Adesso soffoco”.  

“Aspettami all’hotel Pirita.  Non andare da nessuna parte.   Potrebbe volerci un giorno o due.  Puoi aspettare?”  

“Certo”.  

Superammo la Casa della Fratellanza e raggiugemmo una strada stretta sulla nostra sinistra.  “Questa è via Vaimu”, disse Arvi.  “A meno che tu non voglia vedere il quartier generale del KGB di Tallinn in via Pikk, dovremmo girare a sinistra”.  

“Andiamo a salutare i compagni di Bogdan”.  

“Lascia perdere”.  

Arvi non si presentò il giorno dopo il giorno dopo ancora.  Pagai altre due notti in hotel e pensai che dopo quelle me ne sarei andato, se non si fosse fatto vivo.  Avevo la paranoia di non riuscire ad incontrarlo.  Non avevo nessun numero da chiamare, nessun indirizzo a cui andare.  Rimasi in camera mia tutto il giorno a leggere un libro di Raymond Chandler che avevo comprato in una libreria di libri usati. 

Un’ora prima dell’orario del check-out, il telefono in camera mia squillò.  Era Arvi.  Non mi diede nessuna spiegazione sul perché fosse scomparso per così tanto tempo, ma mi disse che Olga mi avrebbe incontrato quella sera al Vana Toomas Café nella città vecchia.   

“Non entrare nel locale. gironzola intorno a piazza Raekoja nelle vicinanze dell’entrata del Vana Toomas tutto quello che mi disse.  

Presi un taxi dal Pirita e quindici minuti dopo ero vicino alle porte del Vana Toomas.  Cercai di dare un’occhiata a piazza Raekoja per individuare l’Olga che mi ero immaginato: tailleur, tacchi neri e pistola Makarov nella borsa nera.  

Arrivò alle mie spalle da via Mündi.   

“Nikolai?”   Sentii una dolce voce femminile.  Mi girai e vidi una mora alta e magra in jeans e un maglione da montagna con uno zaino di jeans sulla spalla destra.  “Sono Olga”, disse.  “Ho sentito che vuoi fare un giro della vecchia Tallinn”.   

Annui, borbottai un sì e la segui.   

Attraversammo piazza Raekoja in silenzio, girammo in via Kinga e quindi ci dirigemmo a sud.   

“Raccontami la tua storia”, disse Olga.  “Tutto”.   

E quindi dovrei dirti, ad un agente del KGB, come ho  pianificato di scappare dall’URSS sin da quando ero adolescente?  Ma che altre opzioni ho?  Sono qui per scoprire se può procurarmi un nuovo passaporto o no.  Per cosa è qui, per arrestare un traditore?   Dovrei fare il finto tonto e fingere che ci sia stato un malinteso?  O credere ad Arvi quando dice che Olga “ama i soldi”? La guardai di nuovo di sottecchi: i jeans Levi’s, scarpe e maglione importati, uno zaino alla moda.  Tremila dollari sono circa cinque anni di stipendio o sessanta paia di Levi’s.  Vale la pena tentare.  

Ho saltato la parte da dove ho avuto l’idea di scappare ad ovest.  Le ho detto del campionato, della pedalata alla stazione di Polizia di Caen e di tutto quello che seguiva.  Abbiamo camminato per un’ora per le strade di Tallinn parlando del mio viaggio in macchina con Bogdan.  Voleva sapere ogni dettaglio della mia conversazione con lui, cosa sapeva e cosa sono riuscito a evitare.  

“Non posso credere che tu sia ancora a piede libero”, mi disse quando fermammo vicino alla Cattedrale di Alexander Nevsky. “Non perdono tempo con persone sospettate di tradimento.  Sei un uomo fortunato”.  

“Alcuni lo pensano.  Fortunato lo sarò quando sarò su un aereo fuori dallo spazio aereo dell’Unione Sovietica”.   

Mi fermai un secondo prima di chiederle se fosse venuta per farmi confessare o per scoprire quanto possa pagare per un passaporto sottobanco.  Cercai  di carpire dai suoi occhi cosa stesse pensando.  Stava fissando la cattedrale dietro di me da quando abbiamo smesso di camminare.   

Aveva dei dubbi, ne ero sicuro.  Per quanto ne sapeva, questo poteva essere stato organizzato dal KGB per verificare quanto fosse vulnerabile.  Era una giovane, attraente donna russa che viveva in Estonia.  Nessun amico e la famiglia del marito si rifiutava di accettarla a causa della sua etnia e del lavoro che faceva.  

“Posso procurarti un altro passaporto”, mi disse continuando a guardare altrove.  “Non adesso.  Potrebbero volerci due o tre settimane, o più.  Non li stampiamo.  E anche se lo facessimo, dovrebbero essere tutti in regola.  Ma posso farlo”.   

Tirò fuori dalla tasca un pezzo di carta sgualcito: “Questo è il numero di telefono di una mia amica a Kiev.  Chiamala per organizzare un incontro e porta mille dollari con te.  Non muoverò un dito finché non la sentirò.  Quando avrai il passaporto, pagherai altri duemila dollari.  Ti farò sapere quando e come”.  

Sapeva di quanti soldi disponevo e me li stava chiedendo tutti.  

“Non stiamo giocando ad Indiani e Cowboy.  Apri la bocca, come hai fatto con Arvi, e puoi considerarti finito.  Hai capito?”  

“Capito”.  

“Odio doverlo ripetere, ma è meglio che tu lo senta due volte per ricordarlo: per il tuo bene, tieni la bocca chiusa”.  “Per ora è solo una cosa tra me e te.  Continua così e sarai fuori di qui entro la fine dell’anno.  Non parlare, mi hai capito?  Ne ora, né mai.  Ciao”. [In italiano anche in originale, NdT]. 

Si è girata, ha attraversato la strada fino al lato opposto ed è svanita nell’ombra dopo pochi passi.  

 

Continua…. 

www.sportintranslation.com 

 

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Luca38
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Luca38

Grazie a Pier ed a Beppe….più passa il tempo e più diventa avvincente….

golias
Member

“Non lo so, adora i soldi, però”.
:-)xxxx

O
Member
okrim01

Bellissimo!!!

clunker
Member
clunker

un thriller in bicicletta 🙂 gli sganci campa poi…

L
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Littlepie

D’ora in avanti terrò sempre con me un coltellino, un pezzo di spago e due sganci rapidi, non si sa mai. Bell’appuntamento settimanale, grazie 🙂

P
Member

Sempre intrigante, come avevo già scritto…
p.s.: visto che il KGB esiste ancora e se la passa ancora bene (ed ha la memoria mooolto lunga! ) direi che il nostro Nikolai le ha fatto un bel servizio: una russa che verso la metà degli anni '80 lavorava a Tallinn ed era sposata con un'estone: quante mai ce ne saranno state? Anche se non si chiamava Olga (se era italiana si chiamava Maria, scommetto) io non la saprei trovare… ma loro si.

A
Member
aetius

questo weekend non e’ uscita la nuova “puntata”… mi sembra mi manchi qualcosa!

fabiopon
Member
Pancio

Sempre intrigante, come avevo già scritto…
p.s.: visto che il KGB esiste ancora e se la passa ancora bene (ed ha la memoria mooolto lunga! ) direi che il nostro Nikolai le ha fatto un bel servizio: una russa che verso la metà degli anni '80 lavorava a Tallinn ed era sposata con un'estone: quante mai ce ne saranno state? Anche se non si chiamava Olga (se era italiana si chiamava Maria, scommetto) io non la saprei trovare… ma loro si.

Bhe…la parte narrativa di collegamento tra un "fatto e l'altro" immagino sia inventata, altrimenti sarebbe illeggibile.

P
Member

Mah, non so: in origine avrebbe dovuto essere romanzata ma sostanzialmente vera… o almeno io avevo capito così. Poi cacciatori, pescatori e scrittori russi sono tre categorie ai cui racconti bisogna fare la tara… (quattro, con i ciclisti…):sborone::sborone::sborone::sborone:

fabiopon
Member
Pancio

Mah, non so: in origine avrebbe dovuto essere romanzata ma sostanzialmente vera… o almeno io avevo capito così. Poi cacciatori, pescatori e scrittori russi sono tre categorie ai cui racconti bisogna fare la tara… (quattro, con i ciclisti…):sborone::sborone::sborone::sborone:

Savoldelli aggiungeva anche i cercatori di funghi :-))