[Libro] Il ribelle -22- L’amaro ritorno al ritiro in Ucraina

[Libro] Il ribelle -22- L’amaro ritorno al ritiro in Ucraina

21/08/2019
Whatsapp
21/08/2019

 

L’amaro ritorno al ritiro in Ucraina 

 

L’amaro ritorno al ritiro in Ucraina 

La cronosquadre prevedeva estenuanti allenamenti che riproducevano la gara 

 

 

Il mio aero atterrò a Kiev nel tardo pomeriggio del giorno dopo.  Nessuno aveva avuto mie notizie per sei giorni.  Se fossi scomparso per un giorno tra il ritiro e le gare, avrei potuto farla franca.  Sei giorni, neanche per sogno.  Non quando un altro ritiro era in corso a Prolisok vicino a Kiev.  Sarei stato messo fuori anche per sgarri minori.  

Il ritiro era per portare in forma i corridori della Titan per la seconda più importante crono-squadre della stagione.  Avevano iniziato il progetto per sviluppare specialisti del cronometro di classe mondiale.  I nazionali erano il culmine della stagione.  Quello che stava per arrivare era la gara in cui tutti i centri di sviluppo olimpici come quelli della Titan si sarebbero confrontati. Era come un campionato nazionale a cronometro a squadre senza il titolo in palio.  

Yuri Elizarov aveva fatto programmi fin dall’anno precedente per vincere questa gara.  Voleva rompere il muro delle due ore, il Santo Graal delle cronosquadre.   

Avevo sentito che solo due o tre squadre al mondo erano andate sotto le due ore.  Un risultato ufficiale era quello dei fratelli Pettersson in uno dei loro tre titoli mondiali alla fine degli anni sessanta.  

Elizarov desiderava il riconoscimento del suo lavoro.  Non vedeva l’ora di mostrare cosa i suoi ragazzi fossero in grado di fare sulla liscia e veloce autostrada Brest-Litovsk.  

Avrei dovuto essere in America a correre la Coors Classic e questo ritiro e la cronometro non erano nei miei pensieri.  Quando ero volato a Tallinn non ero sicuro che sarei tornato presto a Kiev e ora avevo bisogno della Titan più che mai.  Avrei dovuto resistere per un paio di mesi, pagare Olga e andarmene da qui.  

Non avevo il coraggio di chiamare Elizarov per dirgli che ero a Kiev.   Irradiava così tanta autorità, paura e rispetto, che non volevo mentirgli su dove ero stato per sei giorni.   

Ho dovuto mentire.  Chiamai Rogozyan e gli dissi che mio zio era improvvisamente morto in un incidente d’auto.  Non abbiamo un telefono dai miei genitori, gli dissi.  È difficile organizzare una chiamata interurbana da un ufficio postale a Nalchik.   

Non se la bevve, ma come avrebbe potuto?  Mi chiese di portare un biglietto aereo per provare la mia storia e ovviamente gli dissi che non l’avevo tenuto.  Mi sono ricordato il numero del volo per Minvody e l’ora di partenza di sei giorni prima, quando stavo cercando di comprare un biglietto.  Avevo controllato il volo più recente da Minvody sul display degli arrivi subito dopo essere atterrato a Kiev.  Quando Rogozyan, il subdolo bastardo, mi chiese quali voli avevo preso da e per Minvody, avevo le informazioni pronte per lui.  Mi disse di aspettare all’aeroporto e sarebbe venuto a prendermi tra un’ora.  

Quel giorno incontrai Elizarov a cena.  Non mi salutò, non mi fece nemmeno un cenno.  Saltare la Coors Classic mi aveva reso uno degli uomini chiave della cronometro che seguiva in calendario. Aveva lavorato su questo obbiettivo con i suoi ragazzi negli ultimi mesi.  Le possibilità di scendere sotto le due ore erano aumentate da quando mi avevano lasciato a casa dalla corsa americana.  E poi sono scomparso per sei giorni.   

Le mie buffonate avrebbero fatto innervosire qualsiasi direttore sportivo ed Elizarov non era un direttore sportivo qualunque.  Il suo silenzio e il fatto che mi ignorasse significava che mi aveva dichiarato scacco matto.  Di che tipo non lo sapevo, ma non mi avrebbe lasciato impunito.  

Il mio primo giorno in bicicletta dopo una lunga pausa è stato un giro di quattro ore con tremendi intervalli di quattro per venticinque chilometri a cronometro.  Erano la classica cartina tornasole per l’allenamento della Cento chilometri a squadre.  Pedalati ad intensità di gara, si doveva essere in buona forma per gestirli tutti e quattro.  Il primi tre intervalli furono ok.  È stato il quarto che mi ha distrutto le gambe.  Quel giorno è stato il primo test di una serie e non avevo la gamba buona.  

La volta successiva ho iniziato ad andare in riserva ai cinque chilometri del primo intervallo.  Ho provato a saltare un paio di cambi, ho perso le ruote, mi sono staccato e sono esploso.   

Elizarov mi affiancò sulla mia destra.  Voleva parlarmi.  Ho afferrato la porta della macchina attraverso un finestrino aperto, ho premuto la coscia contro di essa e ho abbassato la testa per sentirlo nel vento.  

“Malato?” mi chiese.  

“No”. 

“Che succede?”  

“Gambe di merda”.  

“Mettiti dietro la macchina” e fece cenno con la testa.  

In un qualsiasi altro giorno una mezz’ora di dietro motore mi avrebbero fatto tornare a posto, solo che quel giorno non c’era speranza. Le gambe molli erano solo una parte del problema, potevo sopportarlo.  Non avevo la motivazione di una volta.  Le gambe mi facevano male, ma non era una cosa che non avessi mai affrontato prima.  Mi ero arreso, mi rifiutavo di andare avanti.   Tutto questo circo di uscite, corse, allenamenti, aveva smesso di aver senso per me.  

Ho resistito ancora meno al secondo intervallo e sono andato dritto dietro la macchina dopo due brevi trenate.   Dieci minuti dopo Elizarov ha premuto sull’acceleratore e se ne è andato.  Ho pedalato da solo dopo che tutti gli altri mi erano passati davanti a velocità doppia, alla fine ho girato la bici e sono tornato indietro.  Un altro peccato cardinale nel codice della Titan.   

Dopo pranzo ero a letto in camera mia quando sentii bussare alla porta.   

“È aperto”, dissi e richiusi il libro che stavo leggendo.   Era il nuovo medico della Titan che avevo visto in giro.  Non si era ancora presentato dopo il mio arrivo.  Io non mi ero neanche disturbato a salutarlo.   

Ho sentito che lavorava nell’atletica o nel nuoto, forse canottaggio, non ricordo.  Non mi sono mai piaciuti quelli che da altri sport passavano al ciclismo.  Parlavano sempre come se conoscessero il ciclismo, mentre non dicevano altro che sciocchezze.  

Teneva un asciugamano bianco nella mano destra, piegato due volte su sé stesso, che sembrava un mattone.  Si sedette sul mio letto e aprì l’asciugamano.  All’interno una siringa con il cilindro di vetro e uno stantuffo cromato mi guardava dal tessuto bianco.  

“Girati e dammi il tuo sedere”, mi disse.  

“Cos’è questo?”  gli chiesi. 

“Vitamina”.  

“Stronzate”.  

“Dai, non fare lo stupido” mi disse.  

“Cosa c’è nella siringa?”  

“B12 e altre cose”.  

“Dimmi cosa c’è nella siringa o vattene dalla mia stanza”, continuai.  

“Sei fuori di testa?” 

“Non sparerai quella merda nel mio corpo se non mi dici cos’è”.   

Mi fissò, alzò la mano con la siringa e me la avvicinò alla faccia.  

“Questa, “disse, “è il tuo salvagente.  Non spetta a te decidere quando te ne serve uno o di che tipo sia.  Abbassati i pantaloni”.  

“Vattene, Doc”.  

Si alzò ed uscì dalla stanza.   

“Un cane rabbioso”, lo sentii mentre sbatteva la porta.  

Vent’anni dopo un amico mi disse cosa c’era nella siringa.  Un cocktail lipotropico di aminoacidi e vitamina B12, come aveva detto il dottore.  Niente di sinistro, niente di illegale.  Non che mi importasse.  

Non avevo nessuna obiezione morale alle droghe.  Niente era più importante nella mia vita che vincere una corsa o aiutare qualcun altro a vincerne una per guadagnare rispetto.  Valutavo il valore di tutti in base alle prestazioni.  Tutti gli altri mi valutavano con lo stesso metro a loro volta.  Avevamo tutti una quotazione di mercato.  Saliva con buoni risultati e scendeva se non ne avevi.   

I professionisti occidentali avevano stipendi fissi per un determinato periodo di tempo, ma noi non avevamo alcun cartellino del prezzo attaccato ai nostri contratti.  Non avevamo nemmeno un contratto.  Il mio prezzo non era espresso in franchi svizzeri o in lire italiane.  Il mio prezzo era la somma totale di fiducia che gli allenatori avevano nella mia capacità di avere buone prestazioni oggi e in futuro.  

Questo valore effimero oscillava durante la stagione.  Alcuni corridori avevano capito come stabilizzarlo, ma non ero uno di loro.  Il mio prezzo era salito da zero a un livello che non avrei mai creduto di raggiungere.  Era nuovamente sceso a quasi zero in meno di nove mesi.  Non potevo prendere Sovetsky Sport e controllare il mio prezzo nelle pagine del ciclismo, ma non ce n’era neanche bisogno.  La mia svendita era in pieno svolgimento, una suonata funebre per violino era nell’aria e suonava per me.  L’ho sentita, annusata, vista.  Farei di tutto per invertire la spirale.  Doping?  Sì, per favore, se è quello che serve per aggrapparsi a questo lavoro in questo momento.  

Quando il dottore è entrato in camera mia con una siringa in mano non mi sarei lamentato minimamente se mi avesse detto che stava eseguendo gli ordini di Elizarov.  Lo sapevo, ma volevo sentirlo.  Se avesse mandato un dottore in camera mia per doparmi, avrei voluto che fosse venuto a dirmelo in faccia: “Voglio che tu prenda questo”.  Ero pronto, ma volevo che tutti quelli coinvolti giocassero a carte scoperte con me, non “Abbassati i pantaloni e fai quello che dico”, stronzate.  

Ho commesso un errore, ho calcolato male e sopravvalutato il mio prezzo.  Due ore dopo la porta si aprì di nuovo, era Elizarov ora.   

 

Continua…. 

www.sportintranslation.com 

 

5
Rispondi

Devi fare il Login per commentare
5 Comment threads
0 Thread replies
0 Followers
 
Most reacted comment
Hottest comment thread
5 Comment authors
AMpilade66LGamba_tri Recent comment authors

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.

  Sottoscriviti  
Più nuovo più vecchio più votato
Notificami
Gamba_tri
Member

Le virtù sono cardinali, i peccati capitali! Non si rilegge mai abbastanza, mi perdonino i lettori!

Sent from my MAR-LX1A using Tapatalk

L
Member
Littlepie

“Valutavo il valore di tutti in base alle prestazioni. Tutti gli altri mi valutavano con lo stesso metro a loro volta. Avevamo tutti una quotazione di mercato. Saliva con buoni risultati e scendeva se non ne avevi.”
Ecco, queste righe aiutano a capire con chiarezza perché ci si dopa.
Grazie per il lavoro di traduzione e per la pubblicazione. 🙂

pilade66
Member
pilade66

Sempre bello e istruttivo, grazie

M
Member

Si è fermato il racconto? Speriamo di no!

A
Member
aetius

sono ufficialmente in crisi d’astinenza…