Nikolaj con un compagno

 

Mi sono arreso e mi sono unito al branco nel momento in cui sono entrato in un locale caldaia in un edificio di mattoni dopo la prima tappa a Maykop. Accanto all’entrata c’era una montagna di carbone alta tre metri. Il locale caldaia era pieno di ragazzi nudi. Erano in attesa del loro turno sotto le due docce posizionate da qualche parte sopra la loro testa. Uno strato di sabbia bagnata e sporcizia ricopriva il pavimento di cemento. Maglie, pantaloncini, calzini, berretti, tutti coperti di fango, erano adagiati sul pavimento in cumuli separati. 

Voltai il capo e guardai Trumheller. Le mie budella si rivoltarono alla vista dei corpi nudi nella stanza. 

“Non ci vado”, dissi. 

Meno di un’ora prima avevo finito una gara che pensavo non essere in grado di finire. Non era la velocità che mi aveva distrutto, ma il freddo. 

Stavo bene la prima ora, fino a quando la maglia di lana e i pantaloncini si sono inzuppati di acqua gelida e l’ipotermia ha preso possesso di me. 

I piedi sono stati i primi. È una gran rottura di palle non sentire i propri piedi quando sono l’unico legame tra te e i pedali. Non gli diedi importanza. In inverno ci allenavamo su strade bagnate e dato che ero troppo prò per usare i parafanghi, i miei piedi erano spesso bagnati e intorpiditi. Fastidioso, ma potevo sopportarlo. 

Poi il corpo iniziò a tremare. Niente di serio all’inizio, diventò più violento verso la fine della gara. Non rallentai frenando prima di una curva e inchiodai la ruota dietro, entrai nel panico nel tentativo di non schiantarmi sugli altri. Un casino, ma niente di irrimediabile. 

Le dita congelate sono state il colpo del KO. Frenare e cambiare mantenevano le mie dita in movimento. Per diciannove curve a giro. Azionare i manettini al telaio per cambiare due rapporti prima della curva e due dopo la curva spingeva il sangue ad affluire alle mie dita. Dopo un’ora, il corpo si arrese e sbloccò il proprio meccanismo di autodifesa. È finita amico, game over. 

La prima volta che non ho potuto tirare le leve dei freni prima di una curva, sono stato fiondato su una ruota posteriore, stendendo a terra il suo proprietario. Uscii dalla curva e un tipo mi urlò dietro ogni tipo di improperio. Pareva che avessi fatto cadere un suo compagno o che lo avessi terrorizzato. Ma non me ne frega niente. Memorizzai il suo numero schizzato di fango giurando che l’avrebbe pagata. Nessuno resta impunito, me l’ha detto Piotr Trumheller. Se ti mordono, mordili due volte se vuoi sopravvivere in questo sport. 

“E’ un branco di lupi”, diceva sempre, “non farti sbranare”. 

Altri due giri e non posso più neanche usare il cambio. Quando tolgo le mani dal manubrio, le dita sono ancora attaccate tra loro come se stessi ancora impugnando la piega. Dovendo azionare il manettino con la mano chiusa ed usando il bordo del palmo della mano al posto delle dita continuo a non riuscire ad inserire il rapporto che voglio. Ad ogni cambiata scendo troppo quando metto un rapporto più duro o salgo troppo quando ne metto uno più agile. 

Mi arrendo, rimango con il 53×14 e prego che non mi stacchino. Uscire dalle curve lento e accelerare con un rapporto troppo duro, giro dopo giro, ti ammazza le gambe. Rincorri e chiudi il buco dopo ogni curva solo per arrivare alla successiva. Fai casino con i freni, evita una caduta, ripeti tutto da capo. 

Mi sono diretto alla macchina di Trumheller non appena ho superato il traguardo pensando ai miei vestiti asciutti di ricambio. L’ho visto correre verso di me, gesticolando qualcosa con le mani. 

“Non fermarti”, urla. “Pedala fino all’hotel, devi mantenerti caldo”. 

Aprii la bocca per dirgli che avevo passato il punto di non ritorno del tenermi caldo ma parlare non valeva l’energia di muovere la lingua. Non avevo idea di dove fosse il nostro hotel. Ho visto i miei compagni di squadra che pedalavano diretti chissà dove e li ho seguiti. Pochi minuti dopo la macchina di Trumheller era davanti a noi. Ci siamo piazzati dietro per proteggerci dal vento e dal nevischio e abbiamo pedalata verso un posto caldo. Peccato che non avremmo trovato il caldo dove stavamo andando. 

Trumheller stava aspettando fuori dal foyer dell’hotel quando siamo arrivati.  

“Niente acqua calda e niente riscaldamento nell’hotel”, disse quando ci fermammo intorno a lui. “Vedete quella costruzione di mattoni con la ciminiera? È un locale caldaia. Troverete due docce e acqua calda. Prendete la vostra roba e correte laggiù il più velocemente possibile. Anche altri che erano in gara vi stanno andando e tra poco sarà pieno”. 

Mi sono tolto le scarpe e i calzini infangati, ho afferrato la borsa con i vestiti asciutti dalla macchina e ho zoppicato fino al locale caldaia. L’edificio sembrava una camera a gas nazista. 

Dietro la porta c’era una stanza piena di corpi insanguinati e nudi che galleggiavano in giro. Aggiungi mostri e coltelli alla scena e stai guardando un quadro di Hieronymus Bosch. 

“Non ci vado”, dissi. 

“Ripeti?”  

“Tornerò dopo quando avranno finito”. 

“No, hai bisogno una doccia calda adesso, non dopo. Togliti i vestiti e mettiti in coda. Non mordono”. 

Ho sputato sul pavimento ed ho iniziato a spogliarmi. 

Siamo tutti animali, quindi comportati come tale. Rivedi la tua idea di dignità del maschio caucasico settentrionale: unisciti al branco di lupi per vedere se riesci a vivere con quelle bestie, meglio ancora, diventa uno di loro. 

 

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