[Libro] Il ribelle -5-

[Libro] Il ribelle -5-

20/04/2019
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20/04/2019

 

 

Le proposte

 

 

Quel pomeriggio stesso ero sdraiato sul letto nella mia stanza d’albergo. Gambe contro il muro, guardando foglie di tè che galleggiano su e giù in un barattolo di vetro da due litri di acqua messa a bollire, in attesa che il tè sia pronto. Rasoio in mano, passai in rassegna le mie gambe per recidere ogni singolo pelo che trovavo. Se la cronometro non aveva attirato l’attenzione della Kuybyshev, allora all’indomani avrei dovuto vincere la gara su strada. C’era una salitella a meno di due chilometri dall’arrivo: se mi fossi piazzato bene nell’avvicinamento e avessi preso un po’ di velocità prima di imboccarla, avrei potuto attaccare lì. Se il gruppo avesse esitato a reagire per dieci secondi, avrei potuto mantenere il distacco e arrivare al traguardo. Dieci secondi, tutto quello di cui avevo bisogno era che il gruppo non facesse nulla per dieci secondi. 

Sentii bussare alla porta quando un uomo in una tuta blumarina della Adidas entrò nella stanza e si piazzò davanti a me L’emblema dell’URSS sul petto lo collocava in alto nella gerarchia del ciclismo. Anche senza la targhetta sul petto sapevo chi fosse: Pavel Grigoriev, il responsabile del vivaio della Kuybyshev. 

“Come va?” disse, afferrò una sedia e si sedette accanto al mio letto con le gambe incrociate. In mutande, non riuscivo a capire cosa fosse meno imbarazzante, se fingere di non essere imbarazzato o alzarmi, camminare attraverso tutta la stanza per prendere i vestiti e indossarli. 

“Bene”, dissi e mi sedetti sul mio letto. 

“Sai chi sono?” 

“No”, mentii. 

“Sei andato bene nella cronometro, stamattina”, disse. “Sbucato dal nulla e finito secondo”. 

“L’ultima possibilità di entrare nel radar della Kuybyshev”. 

“Senti, non ho molto tempo. La faremo veloce e semplice: se vuoi correre per la Kuybyshev, facci vedere cosa sai fare”. 

Gli dissi che mi sarebbe piaciuto molto e mi disse che avrei dovuto andare a Ivano-Frankovsk nell’Ucraina occidentale il mese successivo: “Un ritiro per preparare la corsa a tappe di Yunist”. 

“Se verrai selezionato”, aggiunse, “e vai bene in gara, ti terrò almeno fino alla fine della prossima stagione. Fatti selezionare e vedremo che tipo di corridore possiamo trarre da te”. 

Si alzò e gli dissi che ne avrei parlato con Piotr Trumheller all’indomani, dopo la gara. Mi porse la mano per una stretta ed uscì. 

Mi sedetti e versai del tè in un bicchiere a cui aggiunsi un cucchiaino di marmellata di more della mamma che avevo portato da casa: “Ce l’ho fatta”, dissi a voce alta. 

Il giorno più bello della mia vita stava anche per migliorare. Dieci minuti dopo, la porta si aprì di nuovo e Trumheller entrò con un uomo che non avevo mai visto prima. 

Aveva i capelli scuri e corti con le orecchie da elefante che spuntavano come due parabole. Occhi marroni, ravvicinati, sopra un nasone che gli davano un aspetto da pagliaccio. Indossava dei pantaloncini cachi con una camicia a maniche corte a scacchi che non si intonava la cravatta scozzese bianca e gialla. Un paio di scarpe da ginnastica bianche completavano la divisa da Arlecchino. 

“Questo è Nikolai Rogozyan. È del centro di sviluppo Olimpico della Titan di Kiev”, lo introdusse Trumheller. “Vuole parlarti”. 

Mi rimisi sul letto, ancora in mutande, mentre loro presero due sedie. 

Come Grigoriev prima di lui, Rogozyan non perse tempo e andò dritto al punto. 

“Sono venuto qui da Kiev per trovare corridori per la Titan”, disse. “Sei andato bene stamattina, quindi io e Piotr abbiamo fatto una chiacchierata dopo la gara. Pensiamo che dovresti volare a Kiev e farti valutare da noi per vedere se sei adatto al programma della Titan”. 

Guardai il mio direttore sportivo: raccontargli della visita di Grigoriev avrebbe significato distruggere la mia fresca carriera da professionista. Il “noi” nel discorso di Rogozyan significava che Trumheller appoggiava il mio viaggio a Kiev: non vi era altra scelta, dovevo comunicargli la novità. 

“Grigoriev è passato a parlarmi. Dice che vuole che vada a Ivano-Frankovsk con loro il mese prossimo”. 

Nessuno dei due sembrava troppo preoccupato da quella che mi sembrava una situazione complicata. 

“Guarda, “replicò Trumheller “So che vedi la Kuybyshev come il passo successivo, ma non è l’unico. Senza altre opzioni, certo, la Kuybyshev è il passo obbligato, ma dimenticateli e vai a Kiev”. 

“Perché l’Ucraina se posso rimanere in Russia e gareggiare per la migliore squadra della nazione?” gli chiesi. 

“La Kuybyshev non è una squadra”, mi rispose Rogozyan, “È una macchina: dolce se sopravvivi, un boccone amaro se non ci riesci” 

Mi raccontò di come la Titan fosse stata creata un anno prima dal complesso agroindustriale ucraino con stretti legami con l’Università dello sport di Kiev. Un gruppo di scienziati, massaggiatori, un dottore e due meccanici erano nel loro organico. C’erano persone in alto nell’esercito che si occupavano della coscrizione militare: “Non vedrai un giorno con gli stivali”, disse. Versavano uno stipendio ai corridori della Titan: “Una fabbrica ti assumerà con un salario mensile. Non saprai dove si trova quella fabbrica né cosa produce”. 

Avevano accesso a tutte le gare più importanti del paese, un privilegio di cui non tutte le squadre godevano. Alla Titan avevano scelto uno ad uno i loro corridori e li trattavano come una risorsa, non come bestiame. Li prendevano da giovani e li formavano utilizzando metodi di cui pochi erano a completa conoscenza. La Titan era legata all’Università sportiva di Kiev dove i corridori potevano studiare in quanto membri della squadra. Qualcosa su cui contare se una caduta poneva termine alla tua carriera da ciclista prima del tempo. 

“Come è insito nella nostra denominazione,” aggiunse Rogozyan, “il nostro compito è creare dei campioni olimpici. Siamo sostenuti da membri del governo che vogliono vedere più medaglie olimpiche andare in Ucraina. È un progetto con obiettivi seri e seri sostenitori”. 

 

Continua…. 

 

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