[Libro] -Il ribelle- 6

[Libro] -Il ribelle- 6

27/04/2019
Whatsapp
27/04/2019

 

 

L’arrivo in Ucraina 

 

 

La replica del furgone UAZ in dotazione alla Titan, foto di Vitaly V. Kuzmin. 

 

Atterrai all’aeroporto Borispol di Kiev due settimane dopo. Entrai subito in contatto con la strana lingua ucraina dagli altoparlanti e dai tabelloni. Nikolai Rogozyan mi stava aspettando fuori in un furgone UAZ-452 quattro ruote motrici costruito per mangiarsi le strade sterrate siberiane per pranzo. 

 

 “Butta dentro la tua roba”, mi disse e ha aprì il portellone del furgone. Anonimo all’esterno, non vi era dubbio a cosa servisse il mezzo una volta visto l’interno. Una mezza dozzina di tubolari con il fianco in para stazionavano sul pavimento di acciaio. Ruote di scorta, una bottiglia di plastica piena di mastice con una spatola ricavata da un pattino dei freni per rimuovere dai cerchi quello in eccesso. Borracce, caschi alla danese di cuoio e dei rulli con i cilindri in legno posti tra i sedili adagiati su di un fianco. Un vago odore di Finalgon, l’olio di canfora preferito dai professionisti sovietici, permeava l’interno del furgone. Riposi la bici vicino ai rulli, gettai la borsa nel furgone e mi sedetti sul sedile del passeggero. 

“Dove stiamo andando?” gli chiesi. 

“Al ritiro, nel complesso di Lesnoye. A un’ora di auto da qui, a ovest di Kiev”. 

Per strada imparai quanto sarebbe stata diversa la mia vita d’ora in poi. 

A meno che tu non veda delle rocce cadere dal cielo, mi disse Rogozyan, usciamo in allenamento. Tre volte al giorno: quaranta chilometri prima di colazione, fino a duecento in seguito in mattinata, e altri quaranta nel tardo pomeriggio. È normale totalizzare fino a quattromila chilometri al mese”. 

La Titan aveva ridefinito il significato del giorno di riposo di un professionista: cinquanta chilometri al mattino seguiti da un sonnellino e sauna nel pomeriggio. È così che pensavano che un professionista dovesse riposare alla fine di un ciclo di allenamento. 

Si pedalava poco in doppia fila. Passavano molto tempo in gruppi di otto disposti a fila singola facendo lunghi intervalli a diverse intensità. 

Talvolta pedalavano a velocità vicine ai quaranta, ma la velocità non era il focus, l’intensità lo era. Due decenni di test avevano mostrato adattamenti migliori pedalando intorno a quell’intensità. 

Questo carico di lavoro era difficile da gestire senza riposo e adeguata alimentazione. Quando non pedalavano o mangiavano, i corridori della Titan dormivano o erano coricati sul letto a parlare di cavolate e a fare battute. La squadra aveva i suoi campi di allenamento lontano dalla civiltà e dormire era l’unica opzione durante il tempo libero. Nessuno poteva lasciare il campo senza permesso. 

Le fidanzate erano bandite. “Vedrai un sacco di ginnaste al centro di Lesnoye. La nazionale femminile ucraina soggiorna lì in questi giorni” aggiunse Rogozyan mentre attraversavamo il ponte Paton sul fiume Dnepr. “Se vi vedo a cinque metri da uno di loro, vi spedisco a casa. Fidatevi, conosco ogni scusa al mondo sul perché ritenete che dovreste stare vicino a una ragazza. Non provateci nemmeno. Se avete una ragazza a casa, scrivetele una lettera e ditele che con lei avete chiuso. Fatela finita adesso”.  

Due o tre volte all’anno, i corridori potevano tornare a casa per quattro giorni, ma il resto del tempo si viveva e si viaggiava per tutto il paese da corsa a corsa e da ritiro a ritiro con le stesse persone.  Ascoltando Rogozyan durante il viaggio sul furgone questo mi sembrava uno stile di vita da sogno, ma ancora non sapevo cosa significasse condividere una stanza con la stessa persona per diversi mesi. 

Alla Titan facevano del loro meglio per prendersi cura dell’alimentazione dei corridori, ma nessuno poteva garantire che il cibo fosse sempre di qualità. Attraverso i suoi legami con l’esercito, la squadra trovò un modo per disporre del cibo dei cosmonauti: scatole di cibo per lo spazio viaggiavano con la squadra ovunque andasse. Usavano gel di carboidrati confezionati in tubi di alluminio da 100 millilitri prima che i gel diventassero di uso comune. Una corsa su strada o una stazione spaziale, non importava, bastava che funzionasse. 

Niente di questo discorso avrebbe avuto significato se non avessi passato la selezione. Aspettai un momento di silenzio e chiesi: “Sono già nella Titan?”. 

“No, dobbiamo ancora fare la selezione”. Mi disse che volevano otto nuovi corridori dai sedici candidati che avevano invitato al ritiro. Avrei incontrato più di venti ragazzi, ma alcuni erano già in squadra. 

Il primo scoglio era il test incrementale al laboratorio dell’Università sportiva di Kiev. “É una sorta di tortura. Dobbiamo assicurarci di non perdere tempo con qualcuno che non abbia i parametri fisiologici per correre ai massimi livelli”, mi spiegò Rogozyan. 

Chi supererà il test di laboratorio resterà e parteciperà ad una corsa a tappe tra i candidati. “Abbiamo prenotato il circuito di Chaika per una settimana. Farete sei tappe di circa cento chilometri ciascuna. Venti uomini in gara, non ci si può nascondere. Il circuito è piatto. Dovrai correre come un cane sciolto per mostrarci chi sei. Roba dura, ti spingerà al limite. Che è poi quello che vogliamo”. 

Uscimmo dall’autostrada Brest-Litovsk per una stretta strada laterale. Dopo aver attraversato una fitta foresta, lo UAZ-452 si fermò vicino a un gruppo di casette in legno. 

“Il pranzo è tra due ore”, disse Rogozyan e indicò una delle casette. “Posa la tua roba e la bici qui ed inizia a disfare le valigie. Fai in modo di essere pronto per l’allenamento del pomeriggio”. 

Uscii dal furgone e respirai una boccata di pura e frizzante aria della foresta. Ero entrato nell’età adulta. I miei genitori, gli insegnanti, il mio primo allenatore e i miei amici erano rimasti tutti su un pianeta che avevo lasciato per sempre. Ero da solo, ora, senza idea di come dovevo comportarmi in questa nuova vita. 

Come aveva potuto George Orwell descrivere l’Unione Sovietica degli anni ottanta nel 1947 è difficile da spiegare, ma lo ha fatto. La nuova era che avevamo iniziato nel 1917 per liberare il mondo dal capitalismo era vicina al suo compimento se i teleschermi dicevano la verità. L’avversario, gli Stati Uniti e i suoi lacchè, è debole e sta per crollare. Vinceremo! gridavano gli slogan sui cartelloni, la vittoria è nostra! 

Pioveva il giorno in cui ho scoperto che il mondo in cui credevo era falso. Andai a casa di un amico per prendere in prestito un libro. Suo padre era un bibliotecario e anche l’appartamento in cui viveva sembrava una biblioteca: suo padre aveva trasformato ogni muro in una libreria e l’aveva riempita di letteratura. 

È qui che mi ha diede una copia battuta a macchina, un samizdat [testi clandestini in URSS perché contrari alla linea del regime, NdT] di Arcipelago Gulag di Solgenitsin. A quel tempo, possedere questo libro, per non parlare di passarlo agli amici, era un reato punito con un lungo periodo di prigionia. 

Prima di Arcipelago, vi fu Amerika. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblicò questa rivista in russo durante la guerra fredda. In cambio la sovietica The URSS approdò negli Stati Uniti in inglese. Ancora oggi non so come la manina del governo statunitense passasse attraverso le maglie della polizia sovietica. 

Sulle sue pagine patinate con fotografie a tutta pagina, lessi una storia sulle auto di seconda mano. Le somme di denaro di cui parlava quella storia erano di centinaia di dollari, non migliaia. Non potevamo comprare dollari in Unione Sovietica, ma ne sapevamo il valore: settanta copechi per un dollaro USA. Lo sapevamo dal tasso di cambio stabilito dallo stato pubblicato sull’Izvestiya cinque giorni a settimana. 

Con quel tasso cinquecento dollari erano trecentocinquanta rubli. Puoi comprare un’auto per trecentocinquanta rubli in America? Cosa? Un rottame mezzo morto in Unione Sovietica te ne costerà migliaia e una Lada nuova più di diecimila rubli sul mercato nero. Con uno stipendio medio, tra i cento e i centocinquanta rubli al mese, ci sarebbero volute una dozzina di vite per risparmiare per una macchina. In America un idraulico avrebbe potuto comprare più di un’auto usata ad ogni busta paga. O la storia era troppo bella per essere vera o c’era qualcosa che non andava nel tasso di cambio. 

 

 

Continua…. 

 

www.sportintranslation.com