[Libro] Il ribelle -7-

[Libro] Il ribelle -7-

04/05/2019
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04/05/2019

 

Il test del Dottor Diavolo 

Nikolai con il compagno di squadra Zoukovsky

 

Mi risvegliai in una casetta di legno nel centro di Lesnoye sentendo la mano di qualcuno sulla mia pelle. Aprii gli occhi e vidi un ragazzo vicino al mio letto accosciato.   Teneva il mio polso nella sua mano. Indossava una camicia arancione e un cardigan che solo una nonna avrebbe indossato. Un taglio di capelli in stile militare con una frangia dritta lo fece apparire ai miei occhi come se passasse tutta la sua vita in un laboratorio di analisi. 

Buongiorno, disse in ucraino e sorrise. Controllo la tua frequenza cardiaca a riposo. Scusa se ti ho svegliato. Puoi tornare a dormire se vuoi. 

Le parole in ucraino mi passarono per il cervello confusamente, ma avevo capito quello che mi aveva detto. Parlò con tono educato. Prima di quella mattina, avevo sentito due o tre persone parlare in quel modo. Nel paradiso dei lavoratori abbaiamo. Non c’è spazio per “Per favore” e “Mi scusi”, mai un “Mi dispiace”, qui nessuno è mai dispiaciuto per niente. 

Uno studente di dottorato di Lvov: Yaroslav era una reliquia di un’epoca incontaminata dal comunismo. Diceva “Grazie” e “Per favore”, sorrideva e si prendeva cura di te. 

“Allora, come è il mio battito?” gli chiesi. 

“Se non sapessi che sei un ciclista, chiamerei subito un’ambulanza. È sotto i quaranta.” 

“E sotto i quaranta è positivo?” 

“Mettiamola così: il tuo cuore pompa la stessa quantità di sangue in una gettata come il mio pompa in due.” 

“Va bene?” 

Sorrise di nuovo, mi lasciò il polso e mi disse: “Lo sapremo dopo i test. Torna a dormire.” 

I test, tutti parlavano dei test. Il capo allenatore della Titan, Yuri Elizarov, credeva nella scienza e nei test. Quello che mi innervosiva era trovarmi di fronte una soglia che non conoscevo o a un numero di cui non sapevo nulla. Dammi un ciclista o un cronometro contro cui gareggiare, non una soglia. 

Iniziarono a prelevare un campione di sangue la mattina stessa del mio primo allenamento centrala. Pedalai al ristorante del Lesnoye e vidi due giovani donne in camice bianco sedute dietro ad un tavolo. Uno era indaffarata con delle provette, le etichettava e le disponeva in un contenitore apposito, l‘altra puntava il suo indice verso una sedia pieghevole che le stava accanto. Sembravano carine e mi balenò l’idea di inchiodare, così da sollevare la ruota posteriore e spaventare le ragazze. Se solo la bravata fosse andata male sarei atterrato sul tavolo pieno di provette e sarei salito su un aereo che volava verso casa quello stesso pomeriggio. 

“Ho bisogno del tuo sangue”, disse la ragazza con il dito ancora rivolto verso il basso quando mi fermai. 

“Chiedi per favore”, dissi e allungai la mano senza scendere dalla bici. 

Lei ridacchiò e disse: “Siediti, cowboy, o potresti svenire quando vedrai i miei strumenti.” 

Mi prendevano il sangue due, anche tre volte al giorno, prima e dopo l’allenamento centrale e poi la sera. Al terzo giorno la punta del dito si gonfiò e fu una tortura prelevare il sangue da quel momento. Le vampire pizzicavano solo il dito medio e l’anulare. Dagli altri tre, dicevano, era troppo difficile spremere il sangue. Dopo una settimana, finii le dita che non mi facevano ancora male. Una mattina mugugnai su quanto fosse doloroso spremere la borraccia così la vampira disse: “Nessun problema, useremo le tue orecchie finché le tue dita non guariranno.” 

Quindi arrivarono i cardiofrequenzimetri. Non parliamo dei dispositivi da polso del ventunesimo secolo: il ricevitore viaggiava sull’ammiraglia alloggiato in una scatola delle dimensioni di un frigorifero portatile.  Incollavamo i trasmettitori con il mastice da tubolari sulla pelle del petto perché nessuno aveva pensato a delle fasce quando furono progettati. La Titan non aveva tempo per soluzioni eleganti ai problemi logistici: se il mastice funziona, usiamo il mastice. 

Era compito delle vampire incollare i trasmettitori. Togliti la maglia davanti a due ragazze e lascia che ti cospargano il petto con il mastice. Brillante. Un pozzo senza fondo di battute sconce. La vendetta arrivava dopo l’allenamento quando strappavano via i trasmettitori insieme ai peli del petto. I piangina si depilarono una zona del petto per evitare la tortura. Gli altri, ci beavamo nel dolore. 

Il test di laboratorio arrivò senza preavviso. Era un giorno di riposo ed eravamo alla fine di un’uscita breve. Nikolai Rogozyan mi si affiancò e mi disse che dovevo preparare una borsa con un paio di pantaloncini, scarpe e calzini per un viaggio a Kiev dopo l’allenamento.  

“La nostra brigata scientifica non vede l’ora di vederti”, disse sorridente. “Ti piacerà il tempo passato in laboratorio. Cerca di non vomitare.” 

Il test si svolgeva in una grande stanza piena di strane attrezzature mediche. Un cicloergometro Monark a cinghia stazionava al centro della stanza con una piscina di sudore sotto. L’aria nella stanza era pesante a causa degli odori umani e la puzza di sigaretta.  

Un uomo e una donna vagavano nella stanza intorno al macchinario di fabbricazione tedesca. Mi dissero di infilarmi le scarpe e salire sul cicloergometro per il riscaldamento. 

Un uomo alto e magro con uno sguardo diabolico sul viso mi spiegò come si sarebbe svolta la prova. Indicò un metronomo vicino alla bici e mi disse che avrei dovuto sincronizzare la mia cadenza alla lancetta del metronomo. “Finché non collassi” e con questo le istruzioni erano terminate. 

“Per quanto tempo dovrei continuare?” gli chiesi. 

Grugnò e disse: “Siamo qui per scoprirlo. 

Stavo per fermarmi quando il dottor Diavolo lasciò la sua postazione di comando. Si avvicinò e si fermò nella pozzanghera di sudore accanto a me, mi mise un braccio sulla spalla e mi disse nell’orecchio: “Continua. Ancora trenta secondi.”  

Tirò fuori un cronometro dal suo camice bianco e premette il pulsante per avviarlo. Dopo che fu passata almeno un’ora, mi disse: “Cinque secondi.” 

Un’altra ora, “Dieci secondi.” 

Dopo che ne furono passati altri cinque, volevo fermarmi. La luce si spense e il rumore del mio battito cardiaco era così forte nella mia testa che non riuscivo a sentire il metronomo. 

Chi se ne frega se resisto altri quindici secondi o no? A meno che i trenta secondi dopo che hai le gambe vuote non siano il test vero e proprio: questo festival della tortura è solo il preludio, un riscaldamento sadico per gli ultimi trenta secondi. Vogliono sapere fino a che punto possono spingerti con un tranquillo “Continua. 

Non mi avevano piegato. La mia cadenza era fuori sincronia con il metronomo, ma ho fatto girare i pedali finché il Dottor Diavolo non mi ha detto di fermarmi. 

 

Continua…. 

www.sportintranslation.com 

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L
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Littlepie

Grazie 🙂

gonzacci...cattivo
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gonzacci...cattivo

Sempre affascinante questo racconto!!! iniziano a farmi male le gambe…

M
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Bellissimi racconti. Ma alla fine delle pubblicazioni, ci sarà un uscita di un libro? Mi piace conservare i racconti sui libri…

Gamba_tri
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Masao1

Bellissimi racconti. Ma alla fine delle pubblicazioni, ci sarà un uscita di un libro? Mi piace conservare i racconti sui libri…

Non è nei programmi, ma se un editore si fa avanti, perché no!

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M
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maifidarsidegliamici

speriamo

Maxfire
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La cosa piu bella di questo racconto e il clima vivido della grande C.C.C.P (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) dove nulla veniva lasciato al caso e tutto era interesse del Politburo.
Daltronde anche oggi Putin mi sembra molto attento alle manifestazioni sportive … Quindi forse anche l ultimo arrivato Pavel Sivakov, potrebbe aver passato un iniziazione al ciclismo simile.

batstone79
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batstone79

Una puntata a settimana è troppo poco!!! Bellissimo