Samarcanda e il valore dei tubolari 

 

Vinsi la prima tappa a cronometro a Samarcanda e proseguimmo con una vittoria nella cronometro a squadre. Il giorno dopo misi la ciliegina sulla torta con un altro primo posto in una tappa in linea.  Se uno tappa era sufficiente per qualificarsi, cosa sarebbe successo con tre di fila? Il direttore tecnico della nazionale raggiunse la nostra ammiraglia dopo la terza tappa per stringermi la mano e darmi il benvenuto in nazionale. Ero dentro. 

Qualificarsi significava andare a gareggiare nell’Europa occidentale e, se avessi avuto il coraggio di fare il salto, non tornare mai più in URSS. 

La prima trasferta arrivò in giugno, la corsa a tappe Schleswig-Holstein Rundfahrt nella Germania Ovest. Avevo due giorni da far passare prima di volare ad Amburgo. Saltai su un aereo e andai a trovare Piotr Trumheller a Nalchik, la mia città natale. 

Appena seduti nel suo appartamento per la cena mi versò un colpo di vodka, un uomo che condivide un pasto con un altro uomo.  Gli dissi che la nazionale della Germania dell’Est schierava Olaf Ludwig, il campione del mondo su strada Uwe Raab e Uwe Ampler.  

“Sei preoccupato? “ mi chiese. 

“Sì.  Soukhorouchenkov li ha annientati nella Corsa della Pace un paio di settimane prima. Vorranno vendicarsi ed eccoci qua, con le nostre maglie rosse. Ci inseguiranno come cani rabbiosi”. 

“Ti faranno vedere i sorci verdi, di sicuro”, disse.  “Ma questi sono i ragazzi contro cui gareggerai l’anno prossimo. Prima impari come funziona, più sarai preparato. È la stessa cosa che abbiamo fatto a Maykop. Hai affrontato ragazzi di un livello superiore per forgiarti. Ha funzionato, non è così?”  

Mi disse come fosse bizzarro che io avrei visto la Germania prima di lui, un tedesco etnico.   Gli risposi che avrebbe dovuto andare a Berlino e saltare il muro.   

“Chi si prenderebbe cura di mia moglie e dei miei figli se lo facessi?” replicò.  

Ci zittimmo per un attimo e bevemmo un altro bicchiere di vodka.   

“Tornerai?” disse e ci versò un altro cicchetto.  

“Non lo so.  Voglio la maglia iridata. Solo allora me ne andrò.  E se non mi convocano per i Mondiali?  Quindi?  Dovrei defezionare in Germania?”  

Lasciò la stanza per un minuto, tornò con un mucchio di tubolari avvolti nella carta da pacchi.  

 “Cento”, disse, annuendo al mucchio con la testa.  “Una scorta che ti ho preparato quando ho saputo che eri entrato in nazionale.  Portali in Germania, fai un po’ di soldi prima di andare in Francia e prendi la fuga.  Hai bisogno di quella medaglia d’oro”.  

Il rublo era un pezzo di carta senza valore fuori dall’URSS, i tubolari sovietici erano la valuta di scambio. La matematica alla base di questo affare indotto dal socialismo era semplice.  Il prezzo di mercato dei nostri tubolari in Unione Sovietica era di quattro rubli, il dollaro statunitense aveva lo stesso valore al mercato nero: un tubolare, un dollaro USA.  Spendi duecento rubli per cinquanta tubolari e li rivendi agli Italiani o ai Tedeschi per dieci dollari l’uno.  Prodotti della stessa qualità in Europa occidentale costano il doppio.  

Una volta che hai la valuta straniera, la porti a casa e la scambi al mercato nero per meno di quattro rubli per dollaro.  I 500 dollari che hai portato da una gara sono ora quasi duemila rubli.  I miei genitori insieme guadagnavano quattrocento rubli al mese.  Avrei potuto fare duemila dollari con una sola gara in Europa portando cinquanta tubolari oltre il confine per venderli.  

Volare fuori dal paese non mi preoccupava tanto quanto tornare indietro.  Perdere il valore di duecento rubli in tubolari di rubli se la dogana li avesse confiscati era un rischio di impresa, ma portare i dollari in patria non lo era: possedere, comprare, vendere, o contrabbandare valuta estera dentro o fuori dall’URSS era un reato punito con un periodo di carcere così lungo che neanche volevo saperlo.  Come fare lo imparai da un compagno di squadra che ci era già passato: il cannotto reggisella. 

Ho saputo del ruolo del reggisella nel contrabbando quando ad alta voce mi sono chiesto quale fosse il modo più sicuro per far passare una mazzetta di contanti attraverso la dogana.  

“Arrotolali, fasciali e mettili nel reggisella.  Non controllano mai le bici.  I bagagli, quelli sì.  Ti perquisiranno se avrai un’aria preoccupata. Ma la bici…mai”.  

 

Continua…. 

 

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