[Libro] Il ribelle -Direzione Sochi-

[Libro] Il ribelle -Direzione Sochi-

26/10/2019
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26/10/2019

Direzione Sochi 

 

Tesserino di maestro dello sport, fonte internet

 

 

Direzione Sochi 

 

Teserino di maestro dello sport, fonte internet 

 

Siamo a Sochi in fila per comprare i biglietti per il treno Batumi per Sukhumi.  Sochi è una seconda casa per me.  Vi passo qui quattro mesi ogni inverno e potrei andare in bicicletta fino a Sukhumi bendato.  

Qualcuno mi batte sulla spalla.  Mi giro.  Due poliziotti, uno mi è accanto, l’altro è strategicamente a distanza, nel caso decidessimo di scappare.  

“Mostrami il tuo documento d’identità” disse quello più vicino a me.  

Tirai fuori il mio passaporto interno dalla tasca posteriore dei jeans e glielo consegnai.  

“Il tuo” disse ad Anton.  

Prima controlla il passaporto di Anton e poi apre il mio.  Gira le pagine con uno sguardo annoiato e smette di curiosare.  So come finirà.  Secondo round, tocca a te.  

“Dove abiti?” 

“Kiev.”  

Tiene gli occhi sepolti nel mio passaporto.  

“Kiev?  Non è quello che dice qui.”   

Alza gli occhi e mi guarda.  

I nostri passaporti interni hanno un timbro con il tuo indirizzo.  Non averne uno è contro la legge.  Ti legano a un indirizzo e non puoi muoverti dove vuoi, non avrai un timbro di residenza se lo fai.  Il mio passaporto interno ha due timbri.  Uno con l’indirizzo di Nalchik e il secondo che dice che mi sono trasferito da lì.  Il secondo timbro ha tre anni.  Se questo poliziotto vuole, può arrestarmi per vagabondaggio.  Tecnicamente non vivo da nessuna parte.  

Dice: “Nome e data di nascita.”  

“Nikolai Razouvaev 26 marzo 1966.”  

Lo confronta con quello che c’è nel mio passaporto.  

“Dove lavori?”  

“Sono un ciclista.”  

“Cosa?”  

“Corro.”  

Si ferma, guarda Anton.  “Anche tu sei un ciclista?”  

“No” replica Anton.  

Il poliziotto mi guarda e mi dice: “Che ci fai a Sochi?”  

“Compro i biglietti per Sukhumi.”  

“Sukhumi?  Cosa c’è a Sukhumi?”  

“Un amico.”  

Appoggia i nostri passaporti alla sua gamba.  Voglio sentirmi dire che possiamo andarcene, solo che lui non lo dice.  Sta guardando un tizio che non ha dormito in un letto da un paio di notti ed è senza fissa dimora da tre anni.  Puoi non avere un luogo di residenza per trenta giorni, dopo di che sei un vagabondo. 

Ora sono un vagabondo.  

Dice: “Non ti credo.”  Ripose i nostri passaporti nella tasca dei suoi pantaloni grigi da poliziotto e disse: “Voi due verrete con noi.”  

Alla stazione di polizia ci misero in una stanza con due poliziotti in borghese e ci dissero di aspettare.  Aspettiamo.  Il poliziotto che ci ha arrestati torna con un altro poliziotto in borghese.  Mi annuisce e rivolto verso di me: “Questo, compagno Tenente.”  

Se ne va e quello in borghese mi fa di nuovo le stesse domande, solo che non dice mai di non credermi.  

“Allora,” dice, “Tu dici di essere un ciclista.”  

“Sì.”  

“Mettiti nei miei panni.  Ci crederesti?”  

Io non dico niente.  

Dice: “Due problemi qui.  Uno: non lo so dove abiti.  Due: non capisco dove lavori.  Aiutami.”  

Gambe rasate, braccia e gambe mezze bianche, mezze nere, ti è di aiuto?  

“È un campione del mondo” precisa Anton.  

“Ah?”  

“Sì. Mostragli la tua tessera di MSMK.”  

La mia tessera MSMK, l’avevo dimenticata.  Maestro di Sport, classe internazionale che sembra un identificativo del KGB.  È nella borsa di Anton, tutta la nostra roba è nella borsa di Anton, dove è anche la siringa.  

“È nella tua borsa” gli dissi.  

Aprì la borsa e ci frugò dentro, tirò fuori la mia tessera di MSMK e la porse al poliziotto.  

Aspettiamo.  Il poliziotto non ebbe bisogno di molto tempo per valutare quello che c’è sul documento.   

 “Allora devi essere un vero ciclista.”  

“Sono in nazionale.”  

“Oh,” dice.  “Sai chi è Nikolai Morozov?”  

Morozov era il secondo in grado della nazionale ed era di Sochi.  Conosceva tutti quelli che vale la pena conoscere qui e loro conoscevano lui. 

“È l’allenatore della nazionale, uno degli allenatori.  Vive qui a Sochi. 

Il poliziotto afferra il telefono sulla scrivania e se lo avvicina.  

“Se lo chiamo subito, garantirà per te, giusto?”  

“È in Lituania con la nazionale.”  

“E tu sei a Sochi.”  

“Ho una pausa.”  

Grugnisce.  Lui allontana il telefono e dice: “I ragazzi come voi non hanno pause.”  

“A volte sì.”  

“E tu,” rivolgendosi  ad Anton, “dove lavori?”  

“Su una piattaforma gasifera.”  

Aspettiamo.  Il poliziotto prende i nostri passaporti dalla scrivania e li preme contro il piano di impiallacciato. 

“Venite qui.”  

Ci alziamo dalle nostre sedie e ci avviciniamo alla sua scrivania.  

Dice: “Vi lascio andare.”  Mi guarda e dice: “Porta i miei saluti a Morozov quando lo vedi.”  

“Quindi possiamo andare?”  chiede Anton.  

“Sì.”  

Anton prese i passaporti e la tessera MSMK e li ripose nella sua borsa.  

“Aspetta”, disse il poliziotto, “cosa c’è nella borsa?”  

Si alza dalla sedia, gira intorno alla scrivania e ci si siede sopra.  “Devo vedere la tua borsa.”  

Apre la borsa e comincia a tirare fuori le cose.  Calzini, mutande, sigarette.  Tira fuori l’asciugamano ripiegato con la siringa dentro e lo mette nel mucchio con il resto.  Tira fuori un libro, guarda il titolo e lo rimette nella borsa.  

“Tutto bene”, dice.  

Sento il sapore dell’acqua salata del Mar Nero sulle mie labbra quando usciamo.  

 

 

 

 

La squadra dell’AlfaLum, Morozov era tra i dirigenti, Photo: © Willem Dingemanse 

 

 

Chert ci portò ad una spiaggia a Sukhumi.  Nuotammo fino ad una banchina abbandonata al largo per raccogliere le cozze e riportarle a riva in sacchetti di plastica.  Accendemmo un fuoco e cucinammo le cozze e Anton e Chert prepararono i brandelli marroni di benda che avevamo portato da Armavir.  Restammo sulla spiaggia fino a quando fece buio.  Al tramonto, andammo a casa di Chert a bere vino fatto in casa e mangiare il khachapuri che sua madre aveva preparato per noi.  

Tutte le famiglie a Sukhumi hanno in casa abbastanza vino che si potrebbe bere ogni giorno per un anno intero.  

L’autunno non dura a lungo a Kiev.  Inizia con il rosso e giallo sugli alberi e l’odore di foglie che bruciano.  Le onde di nostalgia sdolcinata.  Quando arrivano le piogge fredde, pensi all’inizio della nuova stagione.  Il Mar Nero e come ci vai per mettere chilometri nelle gambe, ma quest’anno non lo farai.  Hai premuto il grilletto per cancellare ciò per cui vivevi.  

L’appartamento di quarantacinque metri quadrati in una bara a più piani dove vivo non è il mio.  È dei genitori della mia ragazza.  Non mi serve un lavoro.  I burocrati si sono dimenticati di cancellare il mio stipendio e una bella somma di denaro compare sul mio conto ogni mese.  

Dormo fino a quando le persone normali hanno la pausa pranzo al lavoro e mi siedo sul balcone con un libro a fumare e bere caffè turco che preparo in cucina con pepe nero e cannella e un pizzico di sale.  

I genitori della mia ragazza dicono che ho stile di vita sbagliato, ma lei dice che è solo un momento di passaggio. Dice che non possono sapere cosa sto provando.  Non sono mai a casa, i suoi genitori.  Vivono con la nonna vicino a Kiev e aspettano che io smetta di fumare seduto sul balcone.  

Compro bobine di musica da uno che ho conosciuto ad una festa.  Come me, dorme fino a tardi e non ha un lavoro, tranne che nessuno lo paga per dormire fino a tardi.  Vende musica.  Compra dischi di contrabbando e li registra su nastro giapponese e vende le bobine.  Sono il suo miglior cliente.  

Si fa la vodka da solo a casa, il samogon. La beviamo e ascoltiamo dischi, fumiamo e beviamo altro samogon con i suoi clienti. Sua moglie arriva dal lavoro, urla e apre tutte le finestre e la porta del balcone perché non riesce a respirare per il fumo.  

Andiamo a comprare caffè in grani e sigarette o prendiamo un taxi e andiamo a trovare amici con un barattolo di samogon da tre litri che portiamo ovunque con noi. 

A volte, non capisco se l’oscurità sia l’inizio della nottata o la sua fine.  

Gli alberi di Kiev sono nudi e bagnati dalla pioggerella ghiacciata.  Vado da Pulya, il mio ex compagno di squadra, per salutarlo prima che parta per l’Europa.   

Nikolai Morozov è a casa sua per passarvi la notte sulla strada per l’Italia, dove gestirà la squadra tutta sovietica dell’AlfaLum.  Beviamo Baileys accompagnato da cioccolato belga e Morozov tira fuori una bottiglia di Ballantine.  Pulya e lui parlano del Giro e del Tour e io esco a fumare perché non posso fumare davanti a Morozov.  Quando torno, smettono di parlare: “Stavate parlando di me?.” Ridiamo.  

“Pedali?”  Mi chiede Morozov.  

“No.” 

“Quando hai smesso?”  

“A metà della stagione scorsa.”  

“Vuoi tornare?”  

“No.” 

“Sei stupido, lo sai?”  

Esco, indosso la notte come un cappotto che ho posseduto per anni.  È il mio.  Me lo sono fatto su misura.  

Le piogge erano cessate ed era asciutto e freddo prima che la neve cadesse e iniziasse l’inverno.  Cammino dalla stazione della metropolitana dello Stadio della repubblica verso l’Università. Sembra l’auto di Elizarov quella parcheggiata vicino al Planetario.  È fuori, appoggiato alla porta davanti, con le braccia incrociate sul petto.  Dico “Ehi” e continuo a camminare.”  

“Aspetta” dice.  

Mi avvicino e ci stringiamo la mano.  

“Cos’hai che non va?”  

“Niente.” 

“Perché non ti suicidi?”  

“Cosa?”  

“So cosa stai facendo.  Trova una corda e impiccati, è più veloce così.”  

Guardo l’asfalto sotto i miei piedi, la sua auto e il portabiciclette dove la mia bici viaggiava verso le corse.  Conosco la puzza degli interni di questa macchina. 

“Lasciamo Sochi domani.  Vuoi venire?” 

 

 

 

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