[Libro] Il ribelle -Gli stivali-

[Libro] Il ribelle -Gli stivali-

08/09/2019
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08/09/2019

 

Gli stivali 

 

Sergey Sokolov, allora ministro della difesa, foto di Mil.ru, CC BY 4.0. 

 

“Vieni con me”, mi ordinò Elizarov prima di scomparire nel corridoio.   

Senza pensarci molto, sono scivolato nelle ciabatte da piscina della Adidas e l’ho seguito.  Indossavo una tuta blumarina della Adidas, calzini bianchi e una maglietta rossa, sempre Adidas.  Equipaggiamento standard di un membro della squadra nazionale sovietica.  

L’ho raggiunto all’esterno, vicino alla nostra ammiraglia.  Vidi Zyama sul sedile del passeggero.  Che ci fa lui qui?  Elizarov aveva guidato fino a Kiev per portarlo qui?   Per cosa?   

“Sali”, disse Elizarov, aprì la porta del guidatore e si sedette al volante.  “Andiamo a fare un giro.  

Sono salito sul sedile posteriore e siamo partiti direzione Kiev.  Nessuno di noi ha parlato per tutto il viaggio.  Ho considerato, e subito rifiutato, ogni possibile destinazione del viaggio che mi balzasse alle mente.  Niente aveva senso.   

Mezz’ora dopo aver lasciato Prolisokci, ci siamo fermati davanti ad una porta d’acciaio con una grande stella rossa saldata al centro.  Era la guarnigione dove ero stato un anno prima per prestare il giuramento per l’arruolamento nell’esercito sovietico.  Le mie budella si sono rivoltate non appena ho capito il fine del viaggio. 

“Andiamo”, disse Elizarov e aprì la porta.   

Siamo usciti tutti e tre.  Le mie gambe pesavano una tonnellata.  Ho sentito dei colpi violenti nel petto, che mi martellavano la cassa toracica, orecchie che bruciavano, gola secca. Game over, questa è la fine.  Quello che temevo di più, il motivo principale per cui ho dedicato la mia vita alla bicicletta, evitare l’esercito. Non sono riuscito a salvarmi.  

“Perché siamo qui?”  gli chiesi.  

Fammi una ramanzina di ammonizione, torniamo indietro e faccio il bravo ragazzo.  Devo resistere per qualche settimana.  Ti prego, no.  Perché faccio sempre casini al momento sbagliato?  

“Qui è dove finisce la tua carriera”, mi disse.  “Dagli scarpini da bici agli stivali dell’esercito”.  

“Non puoi farlo. Sono in nazionale.  Mi pagano lo stipendio, non puoi licenziarmi”.  

“Sei mio”, ribattè.  “Posso fare quello che voglio con te.  Nessuno può fermarmi, nessuno può dirmi cosa fare”.  

Ripose entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni e mi fissò.  

“Perché?  Cosa vuoi da me?  Hai mandato un dottore con cui non avevo mai parlato in camera mia con chissà cosa in una siringa e ti aspetti che mi giri, mi abbassi i pantaloni e gli stringa la mano?”  

“Stà zitto. Pensavo di poterti domare, ti ho dato il tempo di adattarti, ma sei lo stesso delinquente del giorno in cui sei arrivato alla Titan. Non puoi lavorare nella mia squadra.  Lasceremo all’esercito il compito di cambiarti perché io non ci riesco”.  

Eravamo a un metro di distanza, faccia a faccia, occhi fissi.  Speravo ancora di evitare il proiettile questa volta.  Non potevo credere che sarebbe finita così, solo un anno dopo che l’inno nazionale del mio paese aveva suonato in mio onore.  

Fa male” aggiunse, “Ho allenato per più di vent’anni.  Quelli con le tue doti non capitano spesso.  Mi fa male fermarti.  Che altro posso fare?   Ci ho provato.  Ho chiuso con te.  Stammi bene. 

Si è girato, ha aperto la porta ed è salito in macchina.  

Zyama, in uniforme militare, mi fece cenno con la testa di seguirlo.  Trascorsi il tempo che impiegai per percorrere i cinque metri che separavano l’ammiraglia e il posto di blocco della guarnigione cercando un modo di allontanarmi dal fossato in cui stavo per cadere.  Un anno nell’esercito?  Non credo di resistere.  Cosa faranno se me ne vado?  

Ci siamo fermati davanti a una porta di vetro in alluminio.  Dietro, ho visto una guardia con una divisa color cachi bruciata dal sole con un Kalashnikov sulla spalla.  

“Ti porto al comandante al piano di sopra per delle scartoffie.  Nessuno si aspettava di vederti prima di un altro anno.  Sei un fantasma e non vogliono fantasmi da queste parti.  Sarà un bel casino.  

“Non voglio entrare”, dissi.  “Non finirà bene.  Non voglio entrare.  

“Lo farai, non fare lo stupido.  Fuggi e sarai un disertore e questa sarà la tua fine.  Entra, aspetta che Elizarov lasci Kiev. Partiranno tra due settimane, allora ti farò uscire.  Andrai a casa e ti allenerai.  Troveremo qualcosa per te per la prossima stagione.   Fatti furbo, Kolya, questa è la tua ultima fermata.  Andiamo.  

Zyama tirò fuori il suo tesserino militare, lo sbattè in faccia alla guardia e ordinò di aprire la porta.  

Entrammo in una piazza illuminata dal sole circondata da edifici a due e tre piani.  Un vicolo, sul lato più lontano, conduceva dentro la caserma. 

Camminammo verso un edificio sulla nostra destra, salimmo due rampe di scale e raggiungemmo una porta blu di legno alla fine di un lungo corridoio scuro.  

“Il colonnello è un bravo ragazzo”, disse Zyama appena ci fummo fermati davanti alla porta.  “Apri la bocca solo se ti fa una domanda.  

Bussò e, dopo un sì attutito dall’altra parte, entrammo.  

Una rana obesa di uomo con due grandi borse sotto gli occhi sedeva dietro la scrivania dove giacevano pile di cartelline, carta da stampante e un portacenere di cristallo pieno di mozziconi di sigaretta.  Il colonnello stava per aggiungerne un altro al cumulo.  Teneva la sigaretta vicino alle sue labbra gonfie tra due dita, con la faccia dietro uno schermo di fumo.  

Kapitan”, disse soffiando fumo dalla bocca. “Qual buon vento?”  Indicando la sedia vicino alla sua scrivania disse: “Siediti.  

Seguii Zyama come un cane al guinzaglio.  Si sedette, accavallò le gambe lunghe un miglio e pose le mani su un ginocchio.  

Questo giovanotto qui, fece un cenno col capo verso di me, Il suo allenatore non lo vuole più.  Vuole che la sua carriera finisca.  Vuole che marcisca nell’esercito. 

“È nella mia guarnigione?  

.  

Il colonnello mi squadrò dalla punta dei piedi fino a quella dei capelli come se una modella avesse sfilato nella sua stanza.  

Quanto tempo gli resta?disse.  

Un anno.  

Questa è un’unità di addestramento per la difesa antimissile, Capitano, e tu mi porti un fantasma?  Cosa dovrei farci con lui?  

Me lo riprendo tra due o tre settimane. 

Pensavo volessi che marcisse nell’esercito. 

Il suo allenatore, non io.  Io voglio che corra. 

Tu e le tue maledette super star, Capitano.  Cosa insegniamo a questi ragazzi?  Come truffare la Madrepatria? 

Andiamo, Colonnello.  Ti piace vederli vincere ai Giochi Olimpici, vero? 

Non me ne frega un cazzo dei tuoi Giochi.  Se siamo ancora qui oggi è perché Stalin non giocava.  Troppi giocatori al giorno d’oggi, capitano, non abbastanza eroi.  

Si interruppe, accese un’altra sigaretta e disse: Se è ancora qui tra due settimane dovrò sbarazzarmi di lui.  Non mi serva a niente. 

Non preoccuparti, disse Zyama.  

Afferrò la cornetta, compose un numero a due cifre con il disco del telefono: Mandami il sergente Beregovoy.  

Il sergente Beregovoy mi portò alle camerate dopo che il colonnello gli ebbe spiegato la situazione.  Una era dipinta di rosa, l’altro di giallo limone.  Entrammo in quello rosa.  

La baracca gialla è per i salagas affermò il Sergente.  Sei al secondo anno, giusto?  

Seh.  

Sì, Signore! 

Mi scusi.  Sì, Signore! 

Non ho bisogno delle tue scuse.  Sì, no, è tutto quello di cui ho bisogno di sentire.  

Nessun problema.  

Ripeti?  

Sì, Signore.  

L’atrio in cui entrammo aveva una porta su ciascun lato.  Una faccia alta un metro del maresciallo Sokolov, a quel tempo il ministro della Difesa dell’URSS, mi fissò dal muro posteriore appena entrammo.  La porta sulla destra portava ai bagni.  Girammo a sinistra ed entrammo in un dormitorio grande la metà di una piscina olimpica.  File di letti a castello divisi in due isole da un passaggio nel mezzo largo tre metri riempivano la stanza.  Parecchia luce filtrava attraverso quattro finestre alte come un uomo.  Un televisore appeso al muro di fondo con un busto bianco di Lenin fissato sopra.  

Vedi quel letto nell’angolo?  Quello senza stivali accanto?  mi indicò il sergente.  È il tuo. 

Mi disse che avrei potuto sedermi, ma non sdraiarmi sul mio letto fino all’otboi delle dieci in punto.  Se ti becco a letto tra le sei del mattino e le dieci di sera, pulirai i bagni per una settimana, mi minacciò.   

Un’altra regola era di non accendere mai il televisoreÈ per il programma dell’Unione Sovietica della domenica.  Tutto qui.  Non toccarlo”. 

 Posso uscire?  Gli chiesi. 

No.  Esci quando ti dico di uscire.  Siediti qui e aspetta.  Devo organizzarti una qualche uniforme.”  

Lasciò il dormitorio con un passo militare che rimbombava ogni volta che posava un piede sul pavimento di legno. 

Mi sedetti accanto ad una finestra a guardare uomini in pantaloni color cachi che entravano e uscivano dagli edifici dall’altro lato della piazza.  

Quando il sergente Beregovoy tornò ero sdraiato sul pavimento.  Cuscino sotto la mia testa, occhi chiusi, contavo i passi del sergente tra la porta e il mio letto.  

Soldato!” sbraitòAlzati!  

Mi alzai con le braccia lungo i fianchi.  

Cosa ti ho detto sul giacere a letto?  

Ha detto di non sdraiarsi a letto tra le sei e le dieci”.  

Stavamo in piedi e ci guardavamo, le sue labbra strette, gli occhi riflettevano odio.  Gli uscirono parole di fuoco dalla bocca. 

Stammi a sentire, sapientone. Puoi avere due settimane facili qui o posso renderti la vita un inferno.  Scegli.  

Due settimane facili. 

Bene.  Ora, ho controllato con i nostri fornitori, non teniamo le uniformi qui.  Devo ordinarli dal magazzino principale.  Nel frattempo, indosserai questo.  L’ho presa in prestito da un dembel che mi deve un favore.  

Aprì un sacco che teneva nella mano destra e tirò fuori un paio di pantaloni lisi e una giacca gimnasterka.   

Sono stati in Afghanistan questi due.  Se li rovini sei morto. 

Nella gerarchia del nonnismo dell’esercito sovietico, quella dei dembel era la casta più alta che un soldato potesse raggiungere. Inizi la tua leva di due anni come schiavo, un dukh (fantasma) nel gergo dell’esercito.  Quindi o ti sottometti alle angherie e ti fai spaccare la faccia e le budella solo qualche volta, o ti fai spaccare la faccia e le budella per tutto il tempo e poi ti sottometti comunque.  Puoi anche impiccarti.  A te la scelta.  

Passate tre o quattro settimane, dopo aver giurato di morire per il tuo Paese e il comunismo, diventi un soldato e ti trasferisci nella casta dei salaga (primini).  Il pestaggio e gli abusi potrebbero finire a questo punto, a seconda di come te la sei cavata da dukh.  Se prima hai combattuto, potresti goderti un po’ di pace ora.  Oppure no.  Dipende dalla guarnigione in cui sei o da quanto siano pazzi i cherpak e gli ufficiali.  

Dopo un anno, sei un cherpak (scodella), di nuovo un umano.  Cominci a recuperare un po’ della tua dignità e ringrazi di non aver considerato il suicido come opzione finale quando la vita sembrava, e puzzava, di merda.  

Negli ultimi sei mesi, sei un ded (nonno).  Tu gestisci lo show, dici ai cherpak cosa fare, sono loro che passano gli ordini ai salagas e trascorri il tuo tempo a prepararti come dembel 

In primavera e in autunno, il ministro della difesa emetteva un ordine speciale per arruolare, e congedare, i cittadini maschi nell’esercito sovietico.  Il giorno in cui l’ordine veniva pubblicato, il tuo mandato di due anni era scaduto.  Anche se avresti potuto rimanere nell’esercito ancora per un po’ tempo dopo l’ordine, a livello giuridico eri un uomo libero.  Un dembel.  Potevi rilassarti o dormire tutto il giorno aspettando che la macchina della burocrazia emettesse il tuo biglietto per tornare a casa. 

Saranno tutti qui tra mezz’ora, disse il sergente.  Cambiati.  Hai addosso troppi loghi della Adidas.  

E gli stivali?  Dissi mentre afferravo l’uniforme.  

Ne troverò un paio domani.  Oh, e se a qualche duro non piace come sei vestito, non preoccuparti.  Digli che hai l’autorizzazione di Beregovoy.  

“Come sono vestito?  

Sì, le regole sul vestiario.  Non imponiamo niente ai dembel.  Possono indossare quello che vogliono, tranne i vestiti da civili.  Beh, quasi.  Comunque, è un privilegio, se lo sono meritato.  Quello che indossi oggi, neanche un dembel lo può indossare.  Non si è mai visto.  Qualcuno potrebbe essere un po’ geloso, capisci?  

Trenta minuti dopo sentii il rimbombo di una mandria di bisonti in stivali militari che si precipitava nella caserma.  I soldati si riversarono nel dormitorio tutti in una volta in branco, gridando, ridendo e facendo battute.  

 

Continua…. 

www.sportintranslation.com 

 

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LJFrangopierluigiA Recent comment authors
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fabiopon
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fabiopon

Era l’ora!
🙂

O
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okrim01

Ci hai fatto penare!!!
Grazie

A
Member
aetius

finalmente!
grazie!!

pierluigi
Member

grande!!!! grazie

Frango
Member
Frango

un vero e proprio romanzo d’appendice!!!!! 🙂

jack070767
Member

… è incredibile vedere come il ns eroe continui a comportarsi da superstar pur sapendo bene come funziona "il sistema"…
Chissà cosa avrebbe combinato fosse stato un giocatore UEFA…

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L
Member
Littlepie

Il ciclismo può essere duro, ma anche la vita militare non scherza: sì signore. Grazie 🙂