[Libro] Il ribelle -Il CSKA, il ritorno alle corse e Piotr Ugrumov –

[Libro] Il ribelle -Il CSKA, il ritorno alle corse e Piotr Ugrumov –

21/09/2019
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21/09/2019

Il CSKA, il ritorno alle corse 

 e Piotr Ugrumov  

Ritiro in altura 

 

 

 

Raggiungere il villaggio di Terskol fu un viaggio tranquillo di tre ore in autobus da Nalchik.  Duemila metri sopra il livello del mare, è qui che si allestisce un campo base se si vuole scalare il monte Elbrus in tutti i suoi 5.642 metri.  

Ogni squadra del Paese con fondi da bruciare era sulla strada dell’innovazione negli anni ottanta.  L’anno prima, a gennaio, avevo corso in pista con la nazionale.  Ora il CSKA voleva trascorrere un mese in quota all’inizio della stagione.  La Mecca degli sciatori e degli alpinisti, nessuno aveva mai tenuto un ritiro di ciclismo a Terskol.  Non a novembre.  Niente bici, dissero. 

I fiocchi di neve ballavano nell’aria quando salii sull’autobus e imboccammo l’autostrada del Caucaso.  A venti chilometri da Terskol, la tempesta di neve ci aveva rallentato ed ora arrancavamo.  Due ore di ritardo, l’autobus si era fermato a mezzo chilometro dall’hotel bloccato nella neve.   

Cammina dritto verso quelle luci laggiù, mi disse l’autista puntando una mezza dozzina di lumini tremolanti in lontananza.  É il tuo hotel”.  

Corremmo, camminammo, scherzammo e ci ingozzammo di cibo nelle successive quattro settimane.  Un ragazzo continuava a parlare di un assalto al picco del Cheget, una montagna di 3.600 metri a breve distanza dall’hotel.  Gli dicemmo di andare e di sfidare sé stesso in solitaria.  

Volai a Kiev all’inizio di dicembre per prendere la mia bici da inverno per il successivo ritiro in Tagikistan.  Come la nazionale, il CSKA era una squadra composta da corridori provenienti da altre squadre, solo che provenivano tutti dall’esercito. Elizarov era ancora il mio capo, CSKA o meno.  Zyama gli aveva detto che non calzavo più gli stivali in cui mi aveva infilato, che mi allenavo di nuovo.  Se avesse voluto avrebbe potuto estromettermi dal CSKA in qualsiasi momento e rispedirmi nell’esercito.  Ero un soldato con un anno di servizio ancora dovuto al governo sovietico.  Ritiri, corse, viaggi, erano privilegi legati alla volontà di Elizarov di lasciarmi tornare o terminare la mia carriera.  

[A questo punto mi si conceda di agevolare il lettore, specie i più giovani che non hanno un ricordo diretto dell’Unione Sovietica, mettendo in ordine la situazione. La squadra di club di Nikolai, nonostante le vicissitudini, è sempre la Titan, che ha sede a Kiev, capitale dell’Ucraina, in conseguenza di questo viene convocato per la selezione di stato ucraina. Come membro dell’esercito partecipa ai ritiri del CSKA (Central’nyj Sportivnyj Klub Armii, ossia Selezione nazionale dell’esercito). Per le gare fuori dal blocco sovietico è convocato dalla nazionale dell’URSS, NdT] 

 

Mi fece rientrare.  Erano passati due giorni da quando ero volato a Kiev e non avevo ancora visto Elizarov, quando una sera si presentò al ristorante durante la cena della Titan.  Adorava sgridarci davanti a tutta la squadra.   

Venne al mio tavolo e mi disse, Un uccellino di nome Aleksandr Gusyatnikov mi ha detto qualcosa su di te, ti seppellirò a tre metri di profondità con le mie mani”.  

Stavo fissando il mio piatto da quando era entrato.   

Disse: Questa non è una minaccia.  Un altro cinguettio e nessuno sentirà mai più il tuo nome”.  

Avevamo percorso 9.000 chilometri in otto settimane in Tagikistan con il CSKA. Il grasso accumulato a Terskol si era sciolto e la gamba era tornata.  Gusyatnikov, il direttore sportivo in capo del CSKA, ogni due giorni mi dava una pacca sulla schiena dopo gli allenamenti.  Hai davanti a te una buona stagione, mi disse più di una volta.  

A febbraio andai con la selezione di stato ucraina in Crimea per un ritiro orientato alla salita.  Alloggiavamo a Gurzuf in un hotel a duecento metri da un breve muro che scalavamo ogni volta per raggiungere la strada principale.   

Non importava la direzione. Ad est o ad ovest, salita o discesa fino a quando non sarete di nuovo in hotel. Le raffiche di vento dal Mar Nero potevano disarcionarti dalla bici se tenevi una presa rilassata sul manubrio. Andatura da salita nel vento, corona piccola, pignone grande, en danseuse sui pedali, giorno dopo giorno.  

Piovve per quattro settimane con sole brevi pause.  Il sole spuntava per un’ora nel pomeriggio, quando eri a letto e cercavi un po di tranquillità in vista dell’allenamento seguente. Ho rinunciato a lavare i calzini bianchi e li ho buttati alla fine del ritiro.  

Sono volato a Sochi all’inizio di marzo per unirmi al gruppo per le classiche di primavera e la Sochinskaya, una gara a tappe, in aprile.  L’aura di un giovane e talentuoso corridore era svanita, lo capii dagli sguardi, gli accenni di mera cortesia con il capo e i saluti borbottati.  

La prima gara su strada seria saltai su Piotr Ugrumov che era rimasto in fuga solitaria per mezz’ora.  Spingemmo a blocco fino alla fine distruggendoci le gambe con lunghe trenate.  Non l’avevo mai visto fare una volata, era troppo leggero per provarci.  Con tutto il rispetto, uno scalatore leggero non mi avrebbe impensierito in volata, rimasi in testa negli ultimi cinquecento metri.  Lo umilio o proseguiamo così fin sul traguardo?  Andai in fuori sella per vedere dov’era il gruppo.  Piotr era tre metri dietro di me.  Stava accumulando velocità danzando sui pedali con la bocca aperta pronta ad inghiottirmi.  Lo sprint era iniziato.  

A cinque colpi di pedale dalla linea le nostre ruote erano affiancate e ho vinto con un colpo di reni.  Stava ridendo quando mi sono girato e sono andato verso di lui per stringergli la mano.   

Pensavi che te l’avrei regalata?” mi chiese. 

Continua…. 

www.sportintranslation.com 

 

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aetius
ah….. sempre bello il racconto!!
grazie per questa nuova puntata
L
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Littlepie
Bella puntata, grazie per il lavoro di traduzione e per la pubblicazione 🙂