[Libro] Il ribelle -Ma Chernobyl, esattamente, dove si trova? –

[Libro] Il ribelle -Ma Chernobyl, esattamente, dove si trova? –

05/10/2019
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05/10/2019

 

Ma Chernobyl, esattamente, dove si trova? 

 

 

 

Ebbi una settimana per godermi la primavera di Kiev prima del prossimo giro di gare e ritiri nella regione del Baltico e in Armenia.  Direttori sportivi troppo occupati con le loro famiglie, nessun controllo su di noi.  Sette giorni per chiamare e organizzare un incontro con l’amica di Olga.  

Trovai una cabina telefonica isolata vicino allo stadio della repubblica e chiamai il numero che Olga mi aveva dato a Tallinn.  Dopo un solo squillo un uomo con un accento georgiano rispose: Pronto, chi parla?  

Tu stai parlando, io non ho ancora detto niente.  Posso parlare con Lena?  

Lena?  Quale Lena?disse.  

Numero sbagliato, mi scusi.”   

Ho riattaccato e ho guardato di nuovo il numero.  Chi diavolo era questo Georgiano?  L’amica di Olga dovrebbe essere una lei, non il signor Vakhtang o Zurab 

Camminai intorno allo stadio e trovai un’altra cabina.  Olga non mi ha mai detto il nome della sua amica.   Cosa dico a Zurab?  O Vakhtang?  Voglio parlare con tua moglie?  Figlia?  Mamma?  Sorella?  Ho avuto il numero da Olga.  Da Tallinn.  Manda tua moglie a prendere i soldi per il passaporto in nero che userò per scappare dal paradiso dei lavoratori.  

Ho chiamato di nuovo e ho sentito lo stesso saluto.  Dissi: Mi scusi se ho chiesto di Lena.  Stavo guardando la pagina sbagliata nel mio quaderno.”  

Ho aspettato il commento di Zurab ascoltando un respiro nel ricevitore come solo un uomo in sovrappeso avrebbe fatto. 

Olga mi ha dato questo numero di telefono.  Mi ha detto che se mi fosse servita una guida turistica a Kiev avrei potuto chiamare una sua amica e lei mi avrebbe aiutato.”  

Come ti chiami?” mi chiese. 

Andrei.”  

Sei a Kiev?   

.”  

Dove?  

Da qualche parte sulla Kreshchatyk.”  

Sai dove si trova l’ufficio postale centrale sulla Kreshchatyk?  

Posso trovarlo.”  

Vai lì e aspettami.  Gli amici di Olga sono miei amici.  Ci vediamo lì tra dieci minuti.”  

Ho attraversato la via Krasnoarmeyskaya e mi sono diretto ad un bar, il Snegurochka.   Per strada mi sono fermato al negozio di sigari cubani e ho comprato un paio di Partagas per accompagnare il brandy che stavo per bere.  Se stasera mi ubriaco e Elizarov viene a controllarci al dormitorio dopo cena, sarà la fine.  

Ho bevuto tre brandy nel Snegurochka, fumato i miei Partagas fuori, e sono andata a cena da Dom Kino. 

Elizarov entrò nello stesso momento in cui arrivarono i dessert. Non ha mai fumato e, come mio padre, poteva sentire l’odore di una sigaretta come un segugio sentiva l’odore di un cinghiale.  Versai dell’altro caffè nella mia tazza, lo sorseggiai e mi concentrai sul gelato.  Il caffè nero laverà via l’odore del sigaro e del brandy.  Scienza applicata che avevo appena inventato e a cui avevo scelto di credere quando Elizarov era entrato, così, su due piedi.  

L’ha annusato.  Perché quando si seduto vicino a me, mi ha messo il braccio intorno alla spalla, si è chinato e ha fissato il mio gelato.  Lo abbiamo guardato entrambi.   

Diversi gelati si sciolgono a velocità diverse.  Dipende da quanta acqua e grasso ci sono dentro, a che gusto sia e dalla temperatura ambiente. Il mio gelato alla vaniglia con una pallina di marmellata di mirtilli al centro creava piccoli laghi e lagune dove incontrava la ciotola di acciaio inossidabile.  Mi piaceva mezzo sciolto.  Era perfetto.  

Mi disse “Gli organizzatori del Giro della Bulgaria hanno invitato la selezione di stato ucraina alla loro gara.  Ho parlato con il direttore tecnico e vuole che tu sia in squadra.  Però gli serve il mio benestare.”  

Afferrò un cucchiaino e mescolò i laghi e le lagune con la marmellata di mirtilli in un idromassaggio rosa. 

“Non capisco perché ti sei perso corse come questa in precedenza.  I passaporti sono già stati vidimati e restituiti alla Commissione Sportiva.  Puoi andare.”  

 

La Titan era un orologio, era come la voleva Yuri Elizarov.  Atterri a Kiev e un pullman è lì ad aspettarti.  La squadra lo aveva comprato, con due autisti, subito dopo che ero tornato dai mondiali e mi piaceva pensare che fosse un premio per le due medaglie d’oro che avevamo vinto in Francia.  

A prima vista gli autisti non mi erano stati simpaticiTolik era un camionista da lunghe tratte di vecchia data che poteva guidare un semirimorchio attraverso la cruna di un ago e Grisha un veterano dell’Afghanistan.  Non conoscevano praticamente nulla del ciclismo.  

Grisha fumava come se fosse allergico all’aria e scommettevano che sarebbe morto la notte stessa o l’indomani mattina. È sopravvissuto ai proiettili in Afghanistan per suicidarsi fumando le Kosmos a casa.  

Erano compagni di camera, Tolik e Grisha, nei ritiri e alle gare con la squadra.  Per mesi.  

Tolik a casa, a Kiev, aveva quattro figli piccoli e una moglie.  Grisha, fumava sigarette e faceva battute sull’esercito e si girava ad ogni minigonna che passava vicino al nostro pullman parcheggiato vicino ad un hotel.  A volte dormiva sul pullman perché lui e Tolik avevano divorziato.”  I playboy in Unione Sovietica guidavano una Lada per andare a rimorchiare le ragazze. Grisha prendeva il nostro pullman, soprannominato Titanic, con il logo della Titan su entrambi i lati e urlava a squarcia gola le canzoni dei Modern Talking dal finestrino per cuccare le sue chicas. 

La Titan non era come ti immagini debba essere una squadra di ciclismo.  

Nei lunghi viaggi verso le corse il suono di una vecchia cassetta degli High Voltage faceva vibrare i finestrini del Titanic come se viaggiassimo su un vulcano.  All’unisono gridavamo a Tolik di schiacciare il pedale a tavoletta ed inseguire quella patetica Volga lungo la strada, se aveva le palle.  “Passa il volante a Grisha perché è il nostro uomo. Morirà comunque domani perché non può respirare aria pulita.”   

Una banda di cagnacci pelle o ossa con gambe mezze nere mezze bianche e Grisha che mimano il riff selvaggio di “Baby Please Don’t Go.”  

La Titan non era come ti immagini debba essere una squadra di ciclismo.  

“Atterrammo a Kiev e sulla strada dall’aeroporto Tolik ci disse che la centrale nucleare di Chernobyl era esplosa la sera precedente. Male, questo sarà un problema, fu il primo pensiero. 

“Sapete dov’è Chernobyl? 

 

Qualcuno provò ad indovinare: in Ucraina, da qualche parte. 

 

“A cento chilometri da Kiev”, precisò Tolik. Si zittì e guidò come se non avesse niente altro da aggiungere. Stessa reazione, non dicemmo nulla, e a chi importa, comunque. “Incendio o qualcosa del genere”, disse singhiozzando nel suo sedile che aveva modificato per molleggiare sui sobbalzi della strada.  “È quello che ho sentito.  Se ne sono andati tutti da Pripyat.  Evacuata.  È tremendo.”  

Mandarono i pompieri a spegnere un incendio senza dir loro che il reattore nucleare si era crepato, sputa tossine radioattive uccidendo tutta quello che incontra.  Tienilo segreto.  A mille chilometri da Chernobyl un allarme nucleare suonò in Svezia.  È così che il mondo ne venne a conoscenza.  Ma noi non ci preoccupiamo.   Il vino rosso rimuove le radiazioni dal corpo.  Questo non lo sanno in Svezia o in Germania. 

Nessuno sa niente.  Mentono in televisione.  Chiamano un giornale Verità [Pravda in russo, NdT] e lo riempiono di bugie.  Suonano Tchaikovsky alla radio come se metà del Paese fosse Romeo e l’altra metà Giulietta.  Ti sintonizzi su la gracchiante Voice of America per capire cosa sta succedendo.  Ascolti.  Qualcuno ha liberato un genio della morte da una bottiglia e ora se ne va in giro spargendo distruzione.  Alcune persone sono morte subito, altre moriranno in seguito.  

Ascolti Voice of America e non sai se possono essere a conoscenza di tutto quello che sta accadendo.  Tutti mentono.  Alcuni mentono per nascondere la verità, altri mentono per abbellirla.  

Eravamo a due settimane dall’inizio della Corsa della Pace con prologo a Kiev e due giorni dalle gare di prova.  Avremmo corso ogni tappa, compreso il prologo.  Ero in testa alla classifica quando ho perso una gara a tappe pochi giorni fa e ora voglio una rivincita per rimediare all’errore di Tashkent.  

Punto la prima tappa in linea perché conosco bene le strade.  Non c’è niente che si possa definire una salita, ma non è piatta.  Verso la fine c’è un muro ripido in pavé sulla Khreshchatyk ed è qui dove scatterò all’ultimo giro.  La sera prima della gara, sdraiato a letto, immaginai il mio attacco nella mia testa più e più volte.  

Vi è una curva a novanta gradi dalla Khreshchatyk e affronti un muro in pavé dove devi avere il rapporto giusto. Si può attaccare prima di prendere la curva, tornare in sella per fare una rapida selezione del gruppetto e di nuovo in fuori sella con tutto quello che hai nelle gambe.   

Non ce la farai mai ad arrivare in cima senza cambiare, troppo ripido e troppo lungo per un solo rapporto.  Se torni in sella per cambiare perdi lo slancio.  Quando ti alzi di nuovo sui pedali soffri troppo e quindi ti riprendono.  

Il trucco che ho imparato a Nalchik da bambino: spingere il manettino del deragliatore anteriore con il ginocchio quando sei ancora in fuori sella e non puoi più alleggerire il pignone dietro in nessun modo. Puoi fare un gran casino.  Puoi urtare le code del manubrio.  Non mancherò il manettino dopo avere scarnificato il mio ginocchio sinistro tra il manubrio e il telaio per cambiare. 

Mi avvicino alla linea di partenza per dimostrare che avevo indossato la maglia di leader in una corsa a tappe non per caso.  Sto semplicemente raggiungendo il livello per cui mi hanno formato.  

Si dice che appena ti svegli capisci se butterai la gara nel cesso o no. Una cacofonia risuona nella tua testa come se fosse piena di demoni in preda all’alcool. Le gambe sono due pilastri di cemento e cerchi di convincerti che le metterai a posto nel riscaldamento, ma non puoi e non avverrà. 

Prima o dopo ti staccheranno. Sono solo uomini e se rimani indietro per una fuga va bene. Forse sei stato uno stupido.  Hai lavorato troppo e hai finito la benzina o ti stai spingendo oltre i tuoi limiti.  Succede.  Si può restare indietro per un ventaglio, succede, nessuno è perfetto.  

Ma non puoi farti staccare dal gruppo.  Non fa parte del protocollo.  Non è da te.  Metti la benzina in un’auto e questa va avanti, a meno che non sia rotta, è quello che fa, l’auto, va dove la guidi tu.  É quello che fanno le auto.  

A questo livello non puoi farti staccare dal gruppo.  

Sono nella colonna delle ammiraglie prima della fine del primo giro.  La prima auto è quella della nazionale con Viktor Kapitonov con occhiali da sole da aviatore dietro il volante. La sua mano sinistra è una corda che penzola dal finestrino con una sigaretta tra il pollice e l’indice.  

Abbaia ordini concisi più che parlare.  Il cappello dell’uomo invisibile, ciò che voglio adesso per cancellarmi dalla realtà e dalla sua vista.  Un momento prima mi vedevi e ora non più.  

Accelera, si piazza davanti a me e rallenta fino a quando non affianco il finestrino aperto.  

“Dove vai?”  

“Mal di stomaco. 

“Cosa?”  

Lo guardo e non riesco a capire se mi ha sentito o no.    

“Stomaco”, dico e mi indico lo stomaco.  

“Ti serve del mastice per tubolari?”  

Mi mordo la lingua per non dirgli qualcosa sul mastice e la sua bocca e fisso la strada davanti a me e smetto di pedalare. Accelera per aprire un buco alla mia destra per uscire dalla colonna delle ammiraglie.  

Guardo indietro cercando l’ammiraglia della Titan per ritirarmi.   Dovrebbe essere la quarta nell’ordine assegnato perché siamo arrivati quarti nella cronosquadre, ma non c’è.  Guardo più in fondo alla fila.  Giro la testa, ancora e ancora, cercando la GAZ-24, la station wagon di Elizarov.  

Mi volto ancora una volta e sta risalendo sul lato sinistro della strada con un mio compagno di squadra dietro la macchina e non mi vede.  Se avessi forato mi avrebbe mancato e sarei fuori dalla corsa.  Sarebbe stata colpa sua, se solo non avessi già detto a Kapitonov del mal di stomaco.  Le possibilità che parlino tra loro dopo la gara sono buone.  

Elizarov non sa del mio ritiro fino a cena quando guarda la classifica.   

“Ma che …“ dice mentre mi guarda con il foglio in mano e le folte sopracciglia aggrottate.  

Io non dico niente.  

“Non sei arrivato al traguardo. 

“No 

“Pensavo ti stessi nascondendo nel gruppo. 

“No, mi sono ritirato al primo giro. 

“Primo giro?”  

Seh.”  

Non fa parte del protocollo.  Questo è un errore di procedura.  Terminare.  

Non me l’aveva mai detto, ma c’è una prima volta per tutto.  “Ti serve una pausa?”  

La gente fugge da Kiev verso ogni destinazione.  Chi resta beve vino rosso.   Autobus da tutta l’Ucraina sono in coda come pitoni giganti che si allungano da una strada all’altra.  Sono lì per portare via i bambini da Kiev.  Tutti i bambini.  Adulti che non possono restare e bere vino rosso. Il vino rosso non mancherà mai, radiazioni o no.  

Dico ad Elizarov che non mi serve una pausa.   

Piove per tutta la notte, fino al mattino e piove anche forte quando inizia la gara.  Stanno facendo battute sulla linea di partenza su quanto siamo splendenti le goccioline di acqua radioattiva che scendono dall’alto.  Sul non potere andare mai più a letto con una donna.  Qualcuno dice che puoi ancora andare a letto con un uomo e gli lanciano dei biscotti d’avena e gli spruzzano dalle borracce del tè zuccherato sulle scarpe.  

I ciottoli bagnati sono come saponette.  

Squadre occidentali sbarcano a Kiev per la Corsa della Pace e restano in aeroporto.  Noleggiano un aereo e se ne vanno. 

[NB Essendo gare di prova, Nikolai poté ripartire dal giorno successivo per le gare che servivano a provare i percorsi della Gara della Pace a cui la nazionale dell’USSR, senza Nikolai, avrebbe preso parte di lì a poco senza tutele per il pericolo radiazioni, NdT]. 

 

Continua… 

www.sportintranslation.com 

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L
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Littlepie
[..] "ascoltando un respiro nel ricevitore come solo un uomo in sovrappeso avrebbe fatto" niente male. Grazie 🙂
Gamba_tri
Member
Gamba_tri
Rileggendolo adesso scriverei "emesso", ma più mi rileggo più mi modificherei. Grazie a te! 🙂
bradipus
Member
bradipus
sempre più appassionante… grazie per questa ‘perla’ da oltrecortina, che ci fa capire molte cose del ‘lato oscuro’ del ciclismo (e non solo)
P
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Pancio
Non è chiaro perché non va all’appuntamento all’ufficio postale: paura che sia un tranello, immagino?