[Libro] Il ribelle -Qualcuno morde la sabbia –

[Libro] Il ribelle -Qualcuno morde la sabbia –

28/09/2019
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28/09/2019

 

Qualcuno morde la sabbia 

 

Alcune settimane dopo, Piotr [Ugrumov, NdT] era l’uomo che partiva un minuto prima di me nel cronoprologo di Tashkent.  Pedalavamo in circolo affiancati durante il riscaldamento.  Era uno di quegli scalatori che potevano anche dominare una cronometro.  Mi disse che quella mattina si sentiva a pezzi.   

Spero che oggi tu non mi venga a prendere.   

Quando è stata l’ultima volta che qualcuno ti ha beccato in una cronometro?   

Fece spallucce senza dire nulla.  

Come la maggior parte delle cronometro dell’URSS, questa era un’andata e ritorno a bastone.  Ne avevo fatte a dozzine e potevo valutare se stavo per prendere chi mi era davanti da quanto distante lo vedevo dal giro di boa. Margine di errore di cinque secondi.   

Ero a circa quaranta secondi da Ugrumov quando è comparso sulla via del ritorno.  L’ho ripreso a due chilometri dal traguardo.  La ciliegina sulla torta si presentò sotto forma di maglia gialla. 

Avevo già corso questa gara con la Titan da junior.   Ci avevano portati a Tashkent per mangiare la nostra parte di polvere in una vera corsa a tappe.  Gettare gli juniores in pasto ai lupi era la pratica usuale, una pratica che i direttori sportivi sovietici amavano.  

La gara mi si addiceva.  Sei tappe su strada ventose racchiuse tra una cronometro e un circuito cittadino a punti.  I corridori aggressivi e svegli che sentivano l’odore di un frazionamento prima che accadesse andavano bene in questa gara.  Il vantaggio di trenta secondi che avevo era sufficiente per mantenere la maglia gialla fino alla fine tranne che per una tappa con una salita ripida.  

A tavola, dopo la cronometro, ci siamo rimbalzati una domanda senza che nessuno sapesse rispondere: difendere la maglia o correre per la classifica a squadre?  Due lavori diversi.  

Quanto tempo avrei potuto perdere in salita, mi chiese qualcuno.  Trenta o quaranta secondi, risposi.  Un minuto al massimo.   

Andremo in caccia degli abbuoni, dissero.  Gli scalatori non fanno le volate.  Ti staremo vicini e ti faremo il treno per puntare alla vittoria in ogni tappa.  Con gli abbuoni possiamo accumulare un minuto o più prima di arrivare alla salita.  Anche se ti staccano, il traguardo è a venti chilometri di distanza, dovresti essere a posto.  

Mi hanno permesso di arrivare a podio due volte e abbiamo accumulato secondi di abbuono ai traguardi volanti.  Siamo arrivati alla salita con un minuto di vantaggio nella classifica generale.   

Tutti sapevano bene quale fosse il loro compito della giornata.   Ai piedi della collina, quelli che avevano fatto il passo si fecero da parte e gli scalatori presero il sopravvento.  Sui pedali, corona grande, aggredirono la salita come gatti selvatici che si arrampicano su un albero. 

Il primo minuto di una salita distrugge sia la mente che le gambe.  Se non sei uno scalatore o ti butti nella mischia o ti arrendi.  

Mi sono buttato, mi sono fatto strada e sono rimasto attaccato alla ruota del mio compagno Oleg Yaroshenko, come mi aveva detto di fare. 

Qualsiasi altro giorno avrei lasciato che gli stambecchi si tagliassero la gola a vicenda e si divertissero, ma con la maglia gialla addosso, e la schiena di Yaroshenko che oscillava da un lato all’altro davanti a me, continuavo a spingere sulle pedivelle. Colpo su colpo con gli scalatori.  

È finita, c’è sempre una fine.  Cade su di te come la notte arriva sul giorno e non puoi farci niente.  Preghi di raggiungere la vetta prima che la notte raggiunga te.  Non fare resistenza, non fare lo stupido.  Non vinci mai.  Abbandonare la nave.  Rilassati e lasciali andare.  Trova il ritmo che puoi gestire e tienilo.  Non arrivare allo stremo.  O sarà la fine.  Puoi o non puoi tornare.  Nove volte su dieci non c’è ritorno. 

Non ho abbandonato la nave.  La fine arrivò con cinquecento metri ancora da scalare.  Le gambe non rispondevano.  La parte superiore del corpo superiore era appesa alle braccia, un masso che stava per scivolare giù per il pendio.  L’aria mi bruciava i polmoni e le budella mi sono salite fino in gola.  Le stavo vomitando.  Fermati e vomita la tua rabbia sull’asfalto.  La partita è finita.  

Svoltai a sinistra, dall’altra parte della strada per restare in piedi.  Tornai a destra.  Un altro zigzag, su per i pedali, balla, balla, continua ad avanzare.  

Venticinque secondi, qualcuno gridò dal lato della strada quando scollinai.   

Una volta tornato a valle mi guardai dietro per controllare quanto fosse lontano il primo gruppetto.  La chiamano terra di nessuno.  Non puoi saltare sul gruppo davanti al gruppo perché stanno spingendo per strapparti la maglia gialla.   E tu non vuoi aspettare i tuoi inseguitori perché aspettare contraddice lo spirito agonistico 

Mi sono messo in presa bassa e ho inseguito.  Due chilometri, tre.  Il divario è cresciuto.  Mi sono guardato indietro.  Un treno di otto uomini stava per agganciarmi.  Ho aspettato e mi sono accodato.  

Abbiamo lavorato su una fila unica.  Vertushka, una cosa che gira.  Nove uomini andavano bene per quel lavoro.  Il divario ha smesso di crescere, avevamo la gara sotto controllo.  

Uno giudice di gara ci è spuntato accanto su una Jawa rossa con una lavagna legata alla schiena del passeggero.  Quarantacinque secondi dalla fuga, dieci chilometri alla fine.  Perdendo un secondo a chilometro riesco a conservare la maglia.  

Abbiamo finito a cinquanta secondi e nessuno di quelli che mi impensierivano aveva preso l’abbuono.  La mia prima vittoria in una gara a tappe élite era ad una tappa in linea di distanza, escludendo quella finale in circuito.  

La penultima tappa è iniziata in un clima rilassato.  In coda nei primi quindici chilometri, battute e aneddoti.  Poi la strada curvò verso est.  Una lunga curva, un chilometro, con un cavalcavia ripido alla fine.  

Niente più chiacchere.  Le due squadre i cui leader avevano ancora una possibilità di vincere la classifica generale si erano schierate in testa al gruppo. Tutti quelli che avevano capito cosa stesse succedendo erano in movimento, salmoni che risalivano la corrente per deporre le uova.  

Stavo ancora risalendo il gruppo quando quelli in testa hanno sganciato la bomba e hanno fatto il buco dietro di loro. Non c’era tempo per le tattiche.  Non disponi di venti minuti per trovare il ritmo e contare quanti compagni di squadra sono ancora con te.  Uno o due secondi è tutto quello che ti serve per trovare un buco dove infilare la ruota.  Per passare.  Spingi se devi: usa una mano o un gomito, la testa. un ginocchio.  Devi arrivare alla ruota di chi sta in testa.  Quando arrivi, considerati fortunato se la direzione del vento ti concede di restare per un po’ in scia.  Altrimenti, non puoi restare troppo a lungo dietro ad inseguire.  Senza scia salti in aria.  

Volavano a vele spiegate alla velocità pazza di un treno senza macchinista perché sapevano di avermi beccato in un ventaglio. Mi volevano morto.  Volevano la mia maglia.  

Il buco era di dieci metri quando sono arrivato davanti.  Il vento mi ha colpito in faccia da destra, spingendo la bici fuori strada.  Davanti venti ragazzi che si davano cambi a blocco contro il capoclassifica beccato con le braghe calate 

Mi portai in mezzo alla strada per formare un secondo gruppetto.  Niente panico.  Siamo tutti umani.  Due gambe, due braccia e un motore interno. Non sono moto. In un gruppetto possiamo avvicinarli.  Dammi due, tre ragazzi.  Dammi dieci secondi per mettere insieme tutto questo.  Fammi arrivare in cima a questo stupido cavalcavia.  Dammi una pausa.  Voglio solo una pausa.  È tutto quello che mi serve.  E se vi saranno ancora dieci metri, uno scatto colmerà la distanza.  

Guardai indietro e vidi Oleg Yaroshenko e nessun altro sulla mia ruota.  Hanno fatto esplodere il gruppo per bene.  Passò lui a tirare ed ebbi la mia pausa.  In cima, quando la strada torna in pianura, è qui che scatterò.  

Siamo arrivati in cima senza perdere un metro.  Ero pronto a partire.    

La tua mano, ha gridato Oleg e ha tirato fuori la mano.  Un cambio all’americana.  Voleva lanciarmi con un cambio all’americana.  

Mi sono accodato a quello in testa con la velocità della spinta e mi sono affiancato a lui sulla destra.  Si è inclinato verso di me cercando di non arrendersi.  L’ho spinto via verso il centro della strada con la mano e mi sono unito alla fila.  Guardate chi c’è, sfigati.  

Un minuto dopo Yarosh arrivò sulla fuga.  I nostri rivali avevano tre corridori ciascuno in testa.  Stavamo perdendo il secondo posto nella classifica a squadre, ma avevamo ancora la maglia gialla.  Niente cambi, ci piazziamo dietro e stiamo rilassati 

È così che si perde una corsa a tappe.  

Ti annoi.  Succhi le ruote per un’ora e ti annoi e sogni ad occhi aperti una vittoria di tappa.  Non puoi non vincere una tappa dopo che hai succhiato le ruote per tutta la giornata, specie quando disponi di un compagno di squadra che sa fare il suo lavoro. Non puoi non vincere con le gambe fresche.  Due podi, una cronometro, una tappa in linea e una maglia gialla.  Chi è sopravvalutato adesso?  

Avevo entrambe le mani nelle tasche posteriori a pescare pezzi di biscotti d’avena.  È così che si perde una corsa a tappe.  Una tasca alla volta, fratello.  Questo non è il circo. Non quando sei in maglia gialla.  

Forse mi hanno visto con le mani infilate nelle tasche.  Forse.  Si sono sparpagliati davanti a me per tutta la sede stradale come se qualcuno avesse rovesciato un sacchetto di biglie. Hanno inchiodato e deragliato le catene sulle corone piccole.  

Rocce a forma di melone mescolate con sabbia davanti a noi invece che l’asfalto.  Lavori stradali, stile sovietico.  Scarifica il vecchio asfalto, scarica tonnellate di pietre e sabbia sulla strada e lasciale lì per settimane.  Lascia che il traffico appiattisca il tutto.  Qui avevano scaricato di fresco.  Non puoi passarci in mezzo con la bici da corsa 

Tutti gli altri hanno avuto il tempo di saltare sulle banchine su ai due lati della strada.  Non io.  Dovevo prendere una manciata di uvetta.  Avevo una tappa da vincere.  Dovevo dimostrare che potevo farcela.  Avevo bisogno di gambe fresche.  Non stavo guardando avanti.  

Ho afferrato il manubrio ed ho inchiodato, ma non ho avuto il tempo di cambiare rapporto.  Sono arrivato sul terriccio con il 53×14 e mi sono impantanato dopo cinque metri, ho deragliato sulla corona piccola e ho fatto cadere la catena.  

Niente panico.  

Sceso dalla bici, immerso nella sabbia fino alle caviglie, rimetto su la catena e rimonto in sella. Non puoi far scorrere le ruote pedalando nella sabbia e nelle pietre.  Non con il 42×14, idiota.  Non funziona.  Non c’è inerzia per procedere.  

Niente panico.  

Smontai di nuovo di sella, sollevai la bici e corsi fino alla banchina laterale. Rimontai.  Il rapporto è ancora troppo lungo.  

Niente panico.  

Giù dalla bici. Cambiai sul 42×19 facendo girare la ruota posteriore in aria.  Rimontai.  

È così che si perde una corsa a tappe.  

Yarosh in seguito mi disse che qualcuno mi aveva visto impantanato nella sabbia.  Hanno aperto il gas appena hanno raggiunto l’asfalto.  Cinquantacinque chilometri all’ora contro dieci.  Per ogni mio metro conquistato, loro ne avevano percorsi cinque.  

Continua…. 

www.sportintranslation.com 

 

 

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pilade66
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pilade66

Bellissimo, grazie

A
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Alexz

Avvincente , grazie per il tuo contributo.

L
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Littlepie

“… come gatti selvatici che si arrampicano su un albero” Bello! Grazie 🙂