Le regole non sono tali perché devono essere rispettate pedissequamente. Se parliamo di giurisprudenza a volte le sentenze annullano le regole o giustificano alcuni comportamenti: ci sono stati casi in cui la Corte di Cassazione e i tribunali amministrativi (come il TAR) hanno più volte ribadito che i ciclisti possano utilizzare la carreggiata stradale se la pista ciclabile non garantisce standard di sicurezza adeguati o una percorrenza fluida. Lo stesso si dica per la velocità da tenere nelle ciclabili e ciclopedonali, che
se non espressamente dichiarate, possono comunque far incorrere il ciclista in una sanzione per guida pericolosa.
Quindi mi dispiace per
@koppakobram ma la frase “se c’è una regola va rispettata, punto” è quanto di più inesatto e lontano dalla realtà sia per chi deve rispettarle (ciclisti, automobilisti, etc.). sia per il diritto, che parte da quelle regole per creare eccezioni, aggiunte, revisioni, integrazioni, etc., a seconda dei casi pratici che si presentano nella realtà.
Seguire le regole così, come se fossero una cosa astratta e fissa, è la cosa più lontana da come ragiona il diritto e tutto quello che c’è dietro un codice: il diritto è qualcosa di “vivente” , che si muove, si trasforma, evolve.
E non lo dico per giustificare le mie interpretazioni, perché ad es. non vorrei mettere il campanello (che tra l’altro ho anche sulla bdc, perché è utile), lo dico perché in alcuni casi è proprio chi deve far rispettare le leggi che ha delle interpretazioni che lo portano a non intervenire. Ho amici in Polizia che lavorano in stradale, e conosco qualche vigile urbano di città, e nessuno di loro si sognerebbe di elevare una multa perché sulla bici da corsa ci sono i pedali automatici e non ci sono i catarifrangenti. Tutti loro sono convinti che una volta che metti il piede sul pedale, il catarifrangente tanto sarebbe coperto. Sono altri i modi per essere visibili di notte o dopo il tramonto, e alcuni di questi come l’adeguatezza delle luci a strade poco o non illuminate, non è normata.
Quindi la realtà è che la regola dà indicazioni precise, ma intorno alla stessa c’è come un alone di possibilità che è dato dall’uso quotidiano e dagli eventi e che viene comunque assorbita dal diritto. A volte questa parte è talmente ampia che la regola vera diventa l’uso. Per esempio ormai sono tantissimi i ciclisti che vanno in giro con i pedali a sgancio, si allenano, partecipano a manifestazioni che sono gare ma anche raduni, in cui spesso le forze di Polizia sono coinvolte. La cosa è talmente diffusa che la regola non esiste più, nel senso che si lascia correre e nessuno si pone il problema che sia vietato. È qui che il legislatore dovrebbe intervenire, vista la diffusione e l’accettazione della cosa da entrambe le parti, andrebbero scritte due righe per normalizzare ciò che l’uso ha già deciso da tempo.
Scusate la lezione di filosofia del diritto, ma qualcuno ha parlato di regole senza parlare veramente di regole e di ciò che c’è intorno: con una visione simile sarebbero bastati i 10 comandamenti, a che pro scrivere codici su codici?!?