A colloquio con Enzo Vicennati su “Era mio figlio”…

"Morris"

Novellino
19 Febbraio 2008
71
1
Romagna
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Per alcuni è stata una conferma, per altri, invece, una coinvolgente sorpresa: un libro come “Era mio figlio”, ha donato ai lettori, anche a quelli da non definirsi principalmente pantaniani, una lettura piacevole, coinvolgente, scritta da una penna abile, calda, da scrittore vero. Qualcuno direbbe: da romanziere, capace di sviluppare un saggio, attraverso l’armonia propria del cantastorie. Il protagonista è ovviamente Enzo Vicennati, un giornalista che mi è sempre piaciuto definire non comune, proprio perché in grado di raggiungere gli acuti della professione, senza dimenticare il rispetto che si deve alla sostanza del visto, alle consistenze degli interpreti da raccontare, che rimangono i veri protagonisti; all’esigenza di non aprire campagne per sviluppare propri teoremi. Una realtà per nulla maggioritaria, purtroppo, nel giornalismo di oggi. I ricordi di mamma Tonina, hanno così trovato, mi si permetta, il fuoriclasse che serviva al racconto del grandissimo figlio, senza rielaborazioni ed incanti meccanicamente costruiti. Ne è uscito uno spaccato di letteratura, perché “Era mio figlio” lo è, in ogni angolo delle sue 286 pagine.


Bèh….caro Enzo, avendo conosciuto Marco e ben sapendo quante pedalate avete consumato assieme, mi sembra di sentirlo, mentre ti dice: “In bicicletta non sei molto distate da un modesto, ma con la tastiera sei un campione. Mi hai fatto vivere delle belle sensazioni, te ne sono grato, ormai potrei dirti…come sempre!”


Grazie. Devo dire che non immaginavo che il libro avrebbe suscitato così tante emozioni in persone così diverse. L’idea di partenza era proprio quella di raccontare la storia di un uomo e non solo di un corridore, affinché la stessa storia arrivasse al pubblico più ampio possibile. Forse ci siamo riusciti e questa è la soddisfazione più grande. In fondo, il pubblico del ciclismo conosceva Marco e ha imparato a rivalutarlo. La gente comune invece è quella che è stata fuorviata dalle campagne di stampa un po’ troppo di parte ed è piacevole sentirsi dire da ragazzini o casalinghi: non sapevo che la sua storia fosse proprio così…

Quando Tonina ti ha chiamato per chiederti di scrivere questo libro, sicuramente ti sarà subito giunta l’esigenza di fare delle scelte e tu hai imboccato una via che non era proprio la più immediata. Ad esempio, poteva essere più semplice quella di un testo di denuncia sui motivi della sua lunga via crucis. Perché hai scelto di raccontare Marco Pantani, andando così a sfidare quelle presunzioni di ovvio, di cui tanti, magari attraverso altre chiavi della comunicazione, parevano aver elevato?

Avevo una gran paura che Tonina volesse fare un libro in risposta alla Ronchi e non mi andava di diventare il suo portavoce acritico. E’ quello che le dissi subito, ma lei capì perfettamente le mie ragioni e mi lasciò carta bianca. Per inquadrare la storia di Marco bisognava raccontarla tenendo conto di tutte le sfumature che potevano aver formato il suo carattere e la sua natura. Purtroppo abbiamo anche dovuto correre un po’, perché altrimenti il racconto avrebbe potuto essere più approfondito. Se avessimo fatto una semplice denuncia della via crucis, avremmo persa la credibilità che viene dal racconto di fatti concreti. Il libro è un lungo, allegro e inquietante elenco di fatti, di pillole di realtà, attraverso cui volevo scolpire la figura di Marco. Alcuni dopo averlo letto, persone che conoscevano Marco, hanno detto che manca qualcosa. Che manca la parte del Marco trasgressivo, che ad esempio fra il Giro e il Tour del 1998 se la godette e fece un miracolo per tornare in condizione. E’ vero, forse si poteva indugiare di più sulle… marachelle. Tuttavia ho ritenuto bastasse dire che Marco Pantani non era un santo, che sapeva vivere nel mondo e gli piaceva sperimentare, perché ai miei occhi la passione che metteva nel suo mestiere non è mai stata intaccata minimamente, almeno fino al 2000, dalle distrazioni del mondo pagano.

Nel libro, hai evitato di fungere da cassa di risonanza verso teorie non dimostrabili. Hai percorso i dubbi sullo spiegato delle vicende di Marco, col grande merito dell’equidistanza, di chi non ha la verità in tasca e si pone delle domande, come del resto se le è sempre poste lo stesso Pirata. In altre parole, non hai fatto come taluni paladini dell’ufficialità, fra i quali diversi tuoi colleghi, che dimostrano, oggi come ieri, un irrefrenabile antipatia o eufemistico fastidio, di fronte a chi, in qualche modo, parla di Pantani senza bollarlo a prescindere. Vien quasi naturale pensare che la storia di Marco sia uno scheletro nell’armadio di troppi, o un semplice segno d’errore che non si vuole ammettere, perché lo si vede come una crepa alla propria credibilità. Che ne pensi?

Mi sono sempre chiesto, continuando a sentirmi il giovane e ingenuo nel gruppo dei colleghi, per quale motivo si sia concesso così poco spazio alla difesa di Marco dopo Campiglio e si sia sposata subito la teoria del doping. Al comando di un ipotetico mio giornale, avrei esaminato tutte le strade possibili, pur nel segno della fermezza. Purtroppo con Marco si è innescato lo stesso meccanismo che, ad esempio, volle Mia Martini maledetta a vita. A Campiglio, giusto o sbagliato, qualcuno ha deciso che Pantani dovesse diventare l’emblema del doping e la mancanza di reazione da parte del suo entourage ha incoraggiato tutti a seguire la stessa strada. Su Bicisport di maggio uscirà un’illuminante intervista a un personaggio di spicco del mondo del calcio: andate a vedere in che modo si difendono quelli che sono capaci di farlo.

Tu e Marco, quasi coetanei, siete cresciuti, nei rispettivi campi, praticamente assieme. Come detto, avete pedalato sovente uno a fianco dell’altro. Ti ha sempre stimato, anche se poi, pure tu, sei stato vittima dell’isolamento che la gestione di Pantani aveva steso. In “Era mio figlio”, fuoriesce con esemplare nitidezza quel lasso che rappresenta un dramma, nel dramma più complessivo del campione. Ma quanto ha pesato, secondo te, quel segmento sulla sua ellisse?

Marco era un personaggio vero, sanguigno e spontaneo. Capace di reggere una conferenza stampa da solo senza il minimo problema. Capace di alzare il telefono se un articolo non gli stava bene e capace di sostenere un contraddittorio con chiunque. Quando gli hanno dato la possibilità di autocommiserarsi, di sfuggire al confronto, quando lo hanno isolato in nome del suo bene, hanno ucciso la sua spontaneità. Hanno tolto i denti al leone e hanno cominciato a ruggire al posto suo. Non faceva più paura a nessuno, non convinceva più nessuno. Non hanno capito che la cura stava nell’affrontare e risolvere il problema, invece preferirono nasconderlo sotto il tappeto, anche se era troppo grosso e si finiva comunque con l’inciamparci. A un certo punto qualcuno iniziò persino ad averne compassione. Marco non meritava tutto questo. Lui capì tutto e questo senso di derisione e la distanza dal mondo che prima riusciva a controllare da sé non produssero altro che danni.

Il talento era il tratto cardine del distinguo di Marco. Eppure, nonostante gli esempi che “Era mio figlio” ha portato a iosa, c’è ancora qualche osservatore, magari addetto ai lavori solo perché giornalista, che non lo ha ancora capito e tende a supportare le risultanze storiche del percorso agonistico del Pirata, come un’icona di supposte ed indimostrabili alchimie. Si torna al solito punto, che è poi quello che ha distrutto Pantani; ’artista e uomo Pantani, come sarebbe più giusto dire. Perché solo sul ciclismo, ed in particolare quando si parla di Marco, escono disamine di questa, permettimi, esemplare sciocchezza?

Perché non c’è mai stato nessuno in passato che abbia fatto paura, con cause e argomenti credibili, a chi queste teorie continua a elaborarle. Rubano le caramelle ai bambini. Vorrebbero prenderle anche ai grandi, ma i grandi poi danno le botte. Certe tesi sono nei cassetti anche riguardo ai calciatori e ad altri soggetti dello sport professionistico, ma su quelli c’è un veto che viene dettato dall’opportunità e dalla prudenza. Marco era un uomo di talento e lo ha palesato in ogni attività che abbia affrontato. Chi vuole negarlo, a questo punto della storia, vuole negare un’evidenza per il gusto di farlo. O per l’incapacità intellettuale di ammettere che, in fondo, potrebbe aver sbagliato.

(segue.....)
 

"Morris"

Novellino
19 Febbraio 2008
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Romagna
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Hai scritto che la parte finale del libro, bellissima, vissuta sulle palpitazioni ed i sogni del bambino (Enzo Vicennati) che si rapporta con un Pantani vivo ed anziano, rappresentano il romanzo che avresti scritto su Marco, se ne avessi avuto il tempo. Beh, ma sei proprio sicuro che una simile storia non abbia più senso, anche alla luce di quanto sta avvenendo nel ciclismo? Non ti sembra che sul corridore in bicicletta si possa ancora sognare e fantasticare, o semplicemente vedere quanto sia attuale, come spaccato di vita, questo sport divenuto “tordo da impallinare”, per i cosiddetti perbenisti o teorici dell’ipocrisia? Ti dirò, anche se apparirà scontato, il sottoscritto, come tanti che han letto “Era mio figlio”, un libro del genere, scritto da Vicennati, andrebbe a comprarlo di corsa…..

Non avrebbe senso, a mio avviso, tornare su Marco con quello stile, con quella chiave. Il bambino non è solo Enzo Vicennati, ma è chiunque abbia creduto in Marco e continui a trovare inconcepibile il fatto che sia morto. Quanto al ciclismo, certo che è l’unico sport che permette di sognare, ma semplicemente perché non è uno sport, bensì un perfetto spaccato della vita e i corridori, nonostante tutti i loro difetti, sono molto più uomini dei loro coetanei che svolgono il loro mestiere al chiuso di centri impenetrabili e parlano soltanto con chi vogliono e non hanno l’obbligo della reperibilità e non donano il sangue e neanche il dna. Occorre essere uomini veri per sopportare tutto questo, i corridori sono più uomini di tanti calciatori sbruffoni che di fronte alle critiche si permettono di offendere e non concedono replica.

Chiudo, sull’attualità derivata dai tanti incontri con te e Tonina, che la Mondadori sta organizzando su “Era mio figlio”. Se ne sono già svolti diversi e so che se ne stanno aggiungendo altri. Anche da qui, un segnale importante di quanto il successo del libro, sia già superiore alle più rosee aspettative. Cosa stai constatando da queste iniziative? Quali segni ulteriori stanno giungendo?

Vedo che c’è tanta voglia di sentir parlare Tonina, per avere la sensazione che Marco sia ancora qui. Tanti tifosi di Marco ne avevano bisogno per risolvere qualche loro insicurezza. Il Pantani che si rialzava dalla sfortuna ha dato speranza a un popolo che altrimenti sarebbe rimasto nell’ombra. E adesso questa mamma così sanguigna è il modo che gli è rimasto per rimanere legati a quel ragazzo così speciale. Ma ho visto anche tante mamme andare ad abbracciarla, mamme che capivano il dramma e la difficoltà della storia che raccontiamo. "Era mio figlio" significa dire che potrebbe essere anche il vostro e il fatto che il messaggio si arrivato significa che forse, con tutti gli errori che possiamo aver commesso, abbiamo colto nel segno.

Grazie, ed a presto.


Maurizio Ricci (Morris)