Per alcuni è stata una conferma, per altri, invece, una coinvolgente sorpresa: un libro come Era mio figlio, ha donato ai lettori, anche a quelli da non definirsi principalmente pantaniani, una lettura piacevole, coinvolgente, scritta da una penna abile, calda, da scrittore vero. Qualcuno direbbe: da romanziere, capace di sviluppare un saggio, attraverso larmonia propria del cantastorie. Il protagonista è ovviamente Enzo Vicennati, un giornalista che mi è sempre piaciuto definire non comune, proprio perché in grado di raggiungere gli acuti della professione, senza dimenticare il rispetto che si deve alla sostanza del visto, alle consistenze degli interpreti da raccontare, che rimangono i veri protagonisti; allesigenza di non aprire campagne per sviluppare propri teoremi. Una realtà per nulla maggioritaria, purtroppo, nel giornalismo di oggi. I ricordi di mamma Tonina, hanno così trovato, mi si permetta, il fuoriclasse che serviva al racconto del grandissimo figlio, senza rielaborazioni ed incanti meccanicamente costruiti. Ne è uscito uno spaccato di letteratura, perché Era mio figlio lo è, in ogni angolo delle sue 286 pagine.
Bèh .caro Enzo, avendo conosciuto Marco e ben sapendo quante pedalate avete consumato assieme, mi sembra di sentirlo, mentre ti dice: In bicicletta non sei molto distate da un modesto, ma con la tastiera sei un campione. Mi hai fatto vivere delle belle sensazioni, te ne sono grato, ormai potrei dirti come sempre!
Grazie. Devo dire che non immaginavo che il libro avrebbe suscitato così tante emozioni in persone così diverse. Lidea di partenza era proprio quella di raccontare la storia di un uomo e non solo di un corridore, affinché la stessa storia arrivasse al pubblico più ampio possibile. Forse ci siamo riusciti e questa è la soddisfazione più grande. In fondo, il pubblico del ciclismo conosceva Marco e ha imparato a rivalutarlo. La gente comune invece è quella che è stata fuorviata dalle campagne di stampa un po troppo di parte ed è piacevole sentirsi dire da ragazzini o casalinghi: non sapevo che la sua storia fosse proprio così
Quando Tonina ti ha chiamato per chiederti di scrivere questo libro, sicuramente ti sarà subito giunta lesigenza di fare delle scelte e tu hai imboccato una via che non era proprio la più immediata. Ad esempio, poteva essere più semplice quella di un testo di denuncia sui motivi della sua lunga via crucis. Perché hai scelto di raccontare Marco Pantani, andando così a sfidare quelle presunzioni di ovvio, di cui tanti, magari attraverso altre chiavi della comunicazione, parevano aver elevato?
Avevo una gran paura che Tonina volesse fare un libro in risposta alla Ronchi e non mi andava di diventare il suo portavoce acritico. E quello che le dissi subito, ma lei capì perfettamente le mie ragioni e mi lasciò carta bianca. Per inquadrare la storia di Marco bisognava raccontarla tenendo conto di tutte le sfumature che potevano aver formato il suo carattere e la sua natura. Purtroppo abbiamo anche dovuto correre un po, perché altrimenti il racconto avrebbe potuto essere più approfondito. Se avessimo fatto una semplice denuncia della via crucis, avremmo persa la credibilità che viene dal racconto di fatti concreti. Il libro è un lungo, allegro e inquietante elenco di fatti, di pillole di realtà, attraverso cui volevo scolpire la figura di Marco. Alcuni dopo averlo letto, persone che conoscevano Marco, hanno detto che manca qualcosa. Che manca la parte del Marco trasgressivo, che ad esempio fra il Giro e il Tour del 1998 se la godette e fece un miracolo per tornare in condizione. E vero, forse si poteva indugiare di più sulle marachelle. Tuttavia ho ritenuto bastasse dire che Marco Pantani non era un santo, che sapeva vivere nel mondo e gli piaceva sperimentare, perché ai miei occhi la passione che metteva nel suo mestiere non è mai stata intaccata minimamente, almeno fino al 2000, dalle distrazioni del mondo pagano.
Nel libro, hai evitato di fungere da cassa di risonanza verso teorie non dimostrabili. Hai percorso i dubbi sullo spiegato delle vicende di Marco, col grande merito dellequidistanza, di chi non ha la verità in tasca e si pone delle domande, come del resto se le è sempre poste lo stesso Pirata. In altre parole, non hai fatto come taluni paladini dellufficialità, fra i quali diversi tuoi colleghi, che dimostrano, oggi come ieri, un irrefrenabile antipatia o eufemistico fastidio, di fronte a chi, in qualche modo, parla di Pantani senza bollarlo a prescindere. Vien quasi naturale pensare che la storia di Marco sia uno scheletro nellarmadio di troppi, o un semplice segno derrore che non si vuole ammettere, perché lo si vede come una crepa alla propria credibilità. Che ne pensi?
Mi sono sempre chiesto, continuando a sentirmi il giovane e ingenuo nel gruppo dei colleghi, per quale motivo si sia concesso così poco spazio alla difesa di Marco dopo Campiglio e si sia sposata subito la teoria del doping. Al comando di un ipotetico mio giornale, avrei esaminato tutte le strade possibili, pur nel segno della fermezza. Purtroppo con Marco si è innescato lo stesso meccanismo che, ad esempio, volle Mia Martini maledetta a vita. A Campiglio, giusto o sbagliato, qualcuno ha deciso che Pantani dovesse diventare lemblema del doping e la mancanza di reazione da parte del suo entourage ha incoraggiato tutti a seguire la stessa strada. Su Bicisport di maggio uscirà unilluminante intervista a un personaggio di spicco del mondo del calcio: andate a vedere in che modo si difendono quelli che sono capaci di farlo.
Tu e Marco, quasi coetanei, siete cresciuti, nei rispettivi campi, praticamente assieme. Come detto, avete pedalato sovente uno a fianco dellaltro. Ti ha sempre stimato, anche se poi, pure tu, sei stato vittima dellisolamento che la gestione di Pantani aveva steso. In Era mio figlio, fuoriesce con esemplare nitidezza quel lasso che rappresenta un dramma, nel dramma più complessivo del campione. Ma quanto ha pesato, secondo te, quel segmento sulla sua ellisse?
Marco era un personaggio vero, sanguigno e spontaneo. Capace di reggere una conferenza stampa da solo senza il minimo problema. Capace di alzare il telefono se un articolo non gli stava bene e capace di sostenere un contraddittorio con chiunque. Quando gli hanno dato la possibilità di autocommiserarsi, di sfuggire al confronto, quando lo hanno isolato in nome del suo bene, hanno ucciso la sua spontaneità. Hanno tolto i denti al leone e hanno cominciato a ruggire al posto suo. Non faceva più paura a nessuno, non convinceva più nessuno. Non hanno capito che la cura stava nellaffrontare e risolvere il problema, invece preferirono nasconderlo sotto il tappeto, anche se era troppo grosso e si finiva comunque con linciamparci. A un certo punto qualcuno iniziò persino ad averne compassione. Marco non meritava tutto questo. Lui capì tutto e questo senso di derisione e la distanza dal mondo che prima riusciva a controllare da sé non produssero altro che danni.
Il talento era il tratto cardine del distinguo di Marco. Eppure, nonostante gli esempi che Era mio figlio ha portato a iosa, cè ancora qualche osservatore, magari addetto ai lavori solo perché giornalista, che non lo ha ancora capito e tende a supportare le risultanze storiche del percorso agonistico del Pirata, come unicona di supposte ed indimostrabili alchimie. Si torna al solito punto, che è poi quello che ha distrutto Pantani; artista e uomo Pantani, come sarebbe più giusto dire. Perché solo sul ciclismo, ed in particolare quando si parla di Marco, escono disamine di questa, permettimi, esemplare sciocchezza?
Perché non cè mai stato nessuno in passato che abbia fatto paura, con cause e argomenti credibili, a chi queste teorie continua a elaborarle. Rubano le caramelle ai bambini. Vorrebbero prenderle anche ai grandi, ma i grandi poi danno le botte. Certe tesi sono nei cassetti anche riguardo ai calciatori e ad altri soggetti dello sport professionistico, ma su quelli cè un veto che viene dettato dallopportunità e dalla prudenza. Marco era un uomo di talento e lo ha palesato in ogni attività che abbia affrontato. Chi vuole negarlo, a questo punto della storia, vuole negare unevidenza per il gusto di farlo. O per lincapacità intellettuale di ammettere che, in fondo, potrebbe aver sbagliato.
(segue.....)
Bèh .caro Enzo, avendo conosciuto Marco e ben sapendo quante pedalate avete consumato assieme, mi sembra di sentirlo, mentre ti dice: In bicicletta non sei molto distate da un modesto, ma con la tastiera sei un campione. Mi hai fatto vivere delle belle sensazioni, te ne sono grato, ormai potrei dirti come sempre!
Grazie. Devo dire che non immaginavo che il libro avrebbe suscitato così tante emozioni in persone così diverse. Lidea di partenza era proprio quella di raccontare la storia di un uomo e non solo di un corridore, affinché la stessa storia arrivasse al pubblico più ampio possibile. Forse ci siamo riusciti e questa è la soddisfazione più grande. In fondo, il pubblico del ciclismo conosceva Marco e ha imparato a rivalutarlo. La gente comune invece è quella che è stata fuorviata dalle campagne di stampa un po troppo di parte ed è piacevole sentirsi dire da ragazzini o casalinghi: non sapevo che la sua storia fosse proprio così
Quando Tonina ti ha chiamato per chiederti di scrivere questo libro, sicuramente ti sarà subito giunta lesigenza di fare delle scelte e tu hai imboccato una via che non era proprio la più immediata. Ad esempio, poteva essere più semplice quella di un testo di denuncia sui motivi della sua lunga via crucis. Perché hai scelto di raccontare Marco Pantani, andando così a sfidare quelle presunzioni di ovvio, di cui tanti, magari attraverso altre chiavi della comunicazione, parevano aver elevato?
Avevo una gran paura che Tonina volesse fare un libro in risposta alla Ronchi e non mi andava di diventare il suo portavoce acritico. E quello che le dissi subito, ma lei capì perfettamente le mie ragioni e mi lasciò carta bianca. Per inquadrare la storia di Marco bisognava raccontarla tenendo conto di tutte le sfumature che potevano aver formato il suo carattere e la sua natura. Purtroppo abbiamo anche dovuto correre un po, perché altrimenti il racconto avrebbe potuto essere più approfondito. Se avessimo fatto una semplice denuncia della via crucis, avremmo persa la credibilità che viene dal racconto di fatti concreti. Il libro è un lungo, allegro e inquietante elenco di fatti, di pillole di realtà, attraverso cui volevo scolpire la figura di Marco. Alcuni dopo averlo letto, persone che conoscevano Marco, hanno detto che manca qualcosa. Che manca la parte del Marco trasgressivo, che ad esempio fra il Giro e il Tour del 1998 se la godette e fece un miracolo per tornare in condizione. E vero, forse si poteva indugiare di più sulle marachelle. Tuttavia ho ritenuto bastasse dire che Marco Pantani non era un santo, che sapeva vivere nel mondo e gli piaceva sperimentare, perché ai miei occhi la passione che metteva nel suo mestiere non è mai stata intaccata minimamente, almeno fino al 2000, dalle distrazioni del mondo pagano.
Nel libro, hai evitato di fungere da cassa di risonanza verso teorie non dimostrabili. Hai percorso i dubbi sullo spiegato delle vicende di Marco, col grande merito dellequidistanza, di chi non ha la verità in tasca e si pone delle domande, come del resto se le è sempre poste lo stesso Pirata. In altre parole, non hai fatto come taluni paladini dellufficialità, fra i quali diversi tuoi colleghi, che dimostrano, oggi come ieri, un irrefrenabile antipatia o eufemistico fastidio, di fronte a chi, in qualche modo, parla di Pantani senza bollarlo a prescindere. Vien quasi naturale pensare che la storia di Marco sia uno scheletro nellarmadio di troppi, o un semplice segno derrore che non si vuole ammettere, perché lo si vede come una crepa alla propria credibilità. Che ne pensi?
Mi sono sempre chiesto, continuando a sentirmi il giovane e ingenuo nel gruppo dei colleghi, per quale motivo si sia concesso così poco spazio alla difesa di Marco dopo Campiglio e si sia sposata subito la teoria del doping. Al comando di un ipotetico mio giornale, avrei esaminato tutte le strade possibili, pur nel segno della fermezza. Purtroppo con Marco si è innescato lo stesso meccanismo che, ad esempio, volle Mia Martini maledetta a vita. A Campiglio, giusto o sbagliato, qualcuno ha deciso che Pantani dovesse diventare lemblema del doping e la mancanza di reazione da parte del suo entourage ha incoraggiato tutti a seguire la stessa strada. Su Bicisport di maggio uscirà unilluminante intervista a un personaggio di spicco del mondo del calcio: andate a vedere in che modo si difendono quelli che sono capaci di farlo.
Tu e Marco, quasi coetanei, siete cresciuti, nei rispettivi campi, praticamente assieme. Come detto, avete pedalato sovente uno a fianco dellaltro. Ti ha sempre stimato, anche se poi, pure tu, sei stato vittima dellisolamento che la gestione di Pantani aveva steso. In Era mio figlio, fuoriesce con esemplare nitidezza quel lasso che rappresenta un dramma, nel dramma più complessivo del campione. Ma quanto ha pesato, secondo te, quel segmento sulla sua ellisse?
Marco era un personaggio vero, sanguigno e spontaneo. Capace di reggere una conferenza stampa da solo senza il minimo problema. Capace di alzare il telefono se un articolo non gli stava bene e capace di sostenere un contraddittorio con chiunque. Quando gli hanno dato la possibilità di autocommiserarsi, di sfuggire al confronto, quando lo hanno isolato in nome del suo bene, hanno ucciso la sua spontaneità. Hanno tolto i denti al leone e hanno cominciato a ruggire al posto suo. Non faceva più paura a nessuno, non convinceva più nessuno. Non hanno capito che la cura stava nellaffrontare e risolvere il problema, invece preferirono nasconderlo sotto il tappeto, anche se era troppo grosso e si finiva comunque con linciamparci. A un certo punto qualcuno iniziò persino ad averne compassione. Marco non meritava tutto questo. Lui capì tutto e questo senso di derisione e la distanza dal mondo che prima riusciva a controllare da sé non produssero altro che danni.
Il talento era il tratto cardine del distinguo di Marco. Eppure, nonostante gli esempi che Era mio figlio ha portato a iosa, cè ancora qualche osservatore, magari addetto ai lavori solo perché giornalista, che non lo ha ancora capito e tende a supportare le risultanze storiche del percorso agonistico del Pirata, come unicona di supposte ed indimostrabili alchimie. Si torna al solito punto, che è poi quello che ha distrutto Pantani; artista e uomo Pantani, come sarebbe più giusto dire. Perché solo sul ciclismo, ed in particolare quando si parla di Marco, escono disamine di questa, permettimi, esemplare sciocchezza?
Perché non cè mai stato nessuno in passato che abbia fatto paura, con cause e argomenti credibili, a chi queste teorie continua a elaborarle. Rubano le caramelle ai bambini. Vorrebbero prenderle anche ai grandi, ma i grandi poi danno le botte. Certe tesi sono nei cassetti anche riguardo ai calciatori e ad altri soggetti dello sport professionistico, ma su quelli cè un veto che viene dettato dallopportunità e dalla prudenza. Marco era un uomo di talento e lo ha palesato in ogni attività che abbia affrontato. Chi vuole negarlo, a questo punto della storia, vuole negare unevidenza per il gusto di farlo. O per lincapacità intellettuale di ammettere che, in fondo, potrebbe aver sbagliato.
(segue.....)