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<blockquote data-quote="golias" data-source="post: 7480945" data-attributes="member: 112553"><p>letta poco fa:</p><p></p><p></p><p>Vorrei dire due parole su questa storia, e lo farò da campano. Perché se c’è una cosa che non sopporto è leggere piagnistei intellettualmente disonesti su noi meridionali. Su ingiustizie tra nord e sud, riscatto, terre difficili, su quanto noi del meridione siamo sempre trattati con pregiudizio.</p><p>Soprattutto mi infastidisce leggere quei continui “forza Napoli!” come se i napoletani fossero gli esiliati d’Italia. Fino a prova contraria, le serie tv italiane che hanno successo sono sempre ambientate a Napoli. L’Italia nel mondo non è conosciuta per Milano (escludendo la fashion week), ma per Napoli, che è la nostra meraviglia estetica e culturale, con le sue bellezze storiche, il gesticolare, la pizza, l’accento, Totò. Abbiamo attori e cantanti leggendari, cucina unica. Ogni cinque minuti esce un articolo internazionale che incensa Napoli, la sua arte o la sua lingua. Inoltre, per pura correttezza d’informazione, metà degli artisti di Sanremo erano meridionali, quindi i discorsi sulle discriminazioni ai “terr0ni” non stanno in piedi.</p><p>‘Sto senso di inferiorità che noi campani abbiamo - e che elaboriamo unicamente dando tutte le colpe delle nostre difficoltà all’esterno, è sempre colpa degli altri - nasconde solo la nostra fiera incapacità di ammettere che in fondo stiamo male, ma siamo troppo orgogliosi per farlo. E stiamo male perché viviamo in contesti che oggettivamente fanno schifo. E fanno schifo perché noi commettiamo sbagli. Che non vogliamo ammettere. E si ripete col circolo vizioso.</p><p>Quindi è più semplice urlare poveri noi, ci penalizzano, anziché dire poveri noi, siamo la nostra disgrazia.</p><p>Delinquenza, corruzione, ma anche le piccole ingiustizie quotidiane ci convincono che cambiare è troppo difficile, servono maturità e messa in discussione per farlo. E quindi dall’accettazione dei problemi passiamo a diventarne i responsabili. Noi siamo il problema. Non siamo vittime, siamo carnefici.</p><p>Noi siamo la monnezza per le strade, i divani nei canali, i frigoriferi buttati nelle pinete, perché ce li mettiamo noi, non qualcun altro. Siamo le case abusive diroccate, gli adolescenti che lasciano la scuola e quelli che a diciotto anni spingono già passeggini. Siamo i fondi europei usati per illeciti. Siamo i sindaci votati perché chiudano gli occhi. Siamo la violenza verbale. Il pos che non funziona, i liquami delle masserie rilasciati nei fiumi, il non saper fare una fila alle casse senza litigare con qualcuno. Siamo le minacce. Siamo i vicoli in cui non possiamo camminare perché troppo malfamati.</p><p>Quindi è chiaro che, se non affrontiamo tutto questo, l’unico modo per resistergli è raccontarci che noi siamo gente calorosa, umile, che emerge dal fango come i fiori.</p><p>Ma parliamo di riscatto. Dell’orgoglio che tanto eccita noi campani.</p><p>Ho avuto anche io vent’anni, quell’età che vorremmo proteggere e spalleggiare, ma solo quando non ci chiede di sacrificare i nostri privilegi. E a quell’età gli adulti mi ripetevano tutti la stessa cosa: vattene via da questa terra, che non ha niente da offrire. Salvatevi, voi giovani.</p><p>A dirlo erano quelli che davano 5 euro ai marocchini per farsi tagliare la siepe, o 400 a una commessa full time nel loro negozio. Quelli che chiamavano l’amico primario e si facevano fare tutti gli accertamenti gratis, e oggi a noi restano dieci mesi di attesa a prezzo pieno. Gli adulti che si sono f0ttuti tutto, e lo condividono solo con quelli che hanno il loro cognome. Per gli altri c’è la fuga o la miseria.</p><p>E abbiamo il coraggio di invocare il riscatto? Quando siamo noi a rendere questo paese inospitale, incivile, senza opportunità lavorative.</p><p>No, io questi pietismi non me li bevo.</p><p>Noi campani non lottiamo per dare ai nostri figli un futuro migliore. Mica ci impegniamo per dare sicurezza alle strade, stipendi dignitosi, allontanare la droga, invogliare allo studio, assicurarsi equità sociale. No. Noi mandiamo gli sms per far vincere un giovane a una gara di musica, facendogli scavalcare tutte le difficoltà che noi stessi abbiamo creato.</p><p>Noi andiamo fieri solo di calciatori e cantanti. Quando mai facciamo il tifo per studenti, precari, istruzione, sanità, amore per l’ambiente o meritocrazia. Non ce ne frega un caszo.</p><p>E quando sentite parlare di orgoglio e fierezza dai campani, state sicuri che vengono da chi ci è rimasto. Chi se n’è andato non ha sentimenti così affettuosi.</p><p>Sapete chi è che detesta davvero il meridione? Quelli che sono stati costretti ad andarsene. E loro non parlano mai di riscatto, perché andarsene è sempre una sconfitta, quando non hai scelta.</p><p>Chiusa questa parentesi sul campanilismo, passiamo a Sanremo.</p><p>Per prima cosa: siamo una nazione così culturalmente e umanamente degradata che diamo a soldi e successo il significato di merito e di talento. E infatti, quel che più ho letto è che Goelier è già disco di platino, famoso, riempie gli stadi. Dato che è quello che vende di più, perché non dovrebbe vincere?</p><p>Se hai soldi, se sei famoso, vali. E se vali, devi vincere.</p><p>Ma allora che è successo con ‘sto televoto?</p><p>Qui c’è una verità scomoda che non vogliamo affrontare, e che riguarda decadimento e generazioni, non il razzismo.</p><p>Chi vota (escludendo i napoletani, che diamo per scontato votino per Goelier)? Principalmente ragazzini e ventenni. Nuove generazioni che ascoltano musica che a noi adulti fa orrore: la trap.</p><p>La trap è fatta di cantanti che senza autotune sembrano il karaoke all’addio al nubilato con tutti ubriachi. Testi tamarri in cui il/la cantante o parla di amore in maniera tossica (principalmente con ragazze trattate come maglioni che nessun altro deve indossare) o si lagna del suo passato difficile ma per fortuna adesso sta pieno di rispetto e soldi. E infatti qualcuno ha invocato pure i valori. Cioé che la musica trap “sa parlare ai giovani”. Sì. Il problema è che ai giovani insegna la cafona brama di soldi e scopatə. E infatti nei video musicali stanno tutti ingioiellati, tatuati e sui macchinoni, come perfetti boss. Si atteggiano come re, cantano di venire tutti dalla strada e dalla sofferenza e adesso ti f0ttono la fidanzata e bruciano banconote.</p><p>Musica arrogante, ripetitiva, che non comunica assolutamente niente se non boria adolescenziale.</p><p>Non è il caso della canzone di Goelier, che è anche carina e resta sul vago, parlando di due fidanzati che si devono lasciare. Ma l’appartenenza al genere, e anche l’estetica della trap (presentarsi come un uappo) hanno giocato a favore. Anche perché della musica trap non si capisce niente, e questo non è un problema per i giovani. Che il cantante sia milanese o napoletano è indifferente. È il tipo di musica che galvanizza. Per intenderci, si capisce poco pure di quel che dice Blanco.</p><p>Ed è l’obiettivo dei rapper e trapper italiani: tagliare fuori tutti gli altri e parlare solo ai loro consumatori.</p><p>Quindi è del tutto normale e legittimo che i voti da casa premino i cantanti di questo tipo, che sono sempre più numerosi nella scena musicale.</p><p>Questi cantanti, dato che per emergere hanno bisogno di un habitat senza contraddittorio, vengono coltivati sulle app come TikTok, dove fanno il pienone di giovanissimi che sognano solo di fare soldi facili e diventare famosi.</p><p>È legittimo? Ma certo. È un paese libero. Ognuno può fare quel che vuole. Il nuovo avanza, le mode cambiano, il mercato è aperto a tutti.</p><p>Infatti Goelier non è mica la figlia della serva. È uno dei più venduti del 2023, anche se, dopo due fischi ricevuti, i fan lo hanno descritto come un dolce Remì.</p><p>Detto questo, si passa proprio ai fischi, e all’incidente cognitivo che ci ha coinvolti tutti.</p><p>Dato che sui social ti coltivi solo i fan che si rispecchiano in te, quando poi entri nel mondo degli adulti scopri che quella protezione virtuale cade, e che la società è variegata. Largo ai giovani? Certo. Ma dato che parliamo di libertà, questa non può essere usata solo quando ci fa comodo. E quindi succede che quegli adulti che non seguono la trap, a Sanremo ascoltano artisti del calibro di Diodato, Santi, Annalisa, Irama, Mahmood, e poi si ritrovano premiato Goelier. E noi adulti abbiamo la cattiva abitudine di ricordarci che una volta esistevano i testi dei cantanti che erano pura poesia. Avevano significato, una narrazione. Parlavano di tradimenti, di bugie, di triangoli, di noia matrimoniale, di povertà e infanzie distrutte. Ci ricordiamo pure che prima emergeva il merito. Il talento. Lo studio. E quindi abbiamo la libertà di farci girare i c0glioni se facciamo i paragoni, e chi non è d’accordo si attacca. Perché in fondo è una gara di canto, non una gara di riscatto.</p><p>Se su quel palco non ci fosse stato Goelier ma, che ne so, uno Sfera Ebbasta, credetemi, avrebbe avuto comunque il 60% dei voti da casa, e in platea oltre ai fischi gli avrebbero lanciato dietro pure le sedie.</p><p>Ma non ve la dovete prendere. Tanto arriverà il vostro momento. Tra dieci anni noi non conteremo più niente. La metà di noi sarà crepata, voi della trap sarete 30 su 30 a Sanremo, e la giuria sarà fatta solo da TikToker. E la cultura sarà estinta, la bella voce sarà un oggetto superfluo. Vi divertirete ad agitare le mani sussurrando “oh oh, je je”, con la voce robotica che nasconde stonature imbarazzanti.</p><p>Ma non è ancora questo il momento. Mi dispiace.</p><p>Quindi chi ha ragione? Tutti.</p><p>Goelier fa parte di quella nuova musica che incassa consensi e soldi, e ha il diritto di cantare a Sanremo e sperare di vincere facendo leva sull’aiuto dei suoi fan troppo freschi per avere memoria. E noi vecchi abbiamo tutto il diritto di trovare scandaloso che la bravura venga superata dal successo dei social.</p><p></p><p></p><p>Che dire.. meno male che ancora qualcuno di sano c'è <img src="/forum/styles/uix/xenforo/smilies_vb/icon_biggrin.gif" class="smilie" loading="lazy" alt=":-)xxxx" title="Icon Biggrin :-)xxxx" data-shortname=":-)xxxx" /></p></blockquote><p></p>
[QUOTE="golias, post: 7480945, member: 112553"] letta poco fa: Vorrei dire due parole su questa storia, e lo farò da campano. Perché se c’è una cosa che non sopporto è leggere piagnistei intellettualmente disonesti su noi meridionali. Su ingiustizie tra nord e sud, riscatto, terre difficili, su quanto noi del meridione siamo sempre trattati con pregiudizio. Soprattutto mi infastidisce leggere quei continui “forza Napoli!” come se i napoletani fossero gli esiliati d’Italia. Fino a prova contraria, le serie tv italiane che hanno successo sono sempre ambientate a Napoli. L’Italia nel mondo non è conosciuta per Milano (escludendo la fashion week), ma per Napoli, che è la nostra meraviglia estetica e culturale, con le sue bellezze storiche, il gesticolare, la pizza, l’accento, Totò. Abbiamo attori e cantanti leggendari, cucina unica. Ogni cinque minuti esce un articolo internazionale che incensa Napoli, la sua arte o la sua lingua. Inoltre, per pura correttezza d’informazione, metà degli artisti di Sanremo erano meridionali, quindi i discorsi sulle discriminazioni ai “terr0ni” non stanno in piedi. ‘Sto senso di inferiorità che noi campani abbiamo - e che elaboriamo unicamente dando tutte le colpe delle nostre difficoltà all’esterno, è sempre colpa degli altri - nasconde solo la nostra fiera incapacità di ammettere che in fondo stiamo male, ma siamo troppo orgogliosi per farlo. E stiamo male perché viviamo in contesti che oggettivamente fanno schifo. E fanno schifo perché noi commettiamo sbagli. Che non vogliamo ammettere. E si ripete col circolo vizioso. Quindi è più semplice urlare poveri noi, ci penalizzano, anziché dire poveri noi, siamo la nostra disgrazia. Delinquenza, corruzione, ma anche le piccole ingiustizie quotidiane ci convincono che cambiare è troppo difficile, servono maturità e messa in discussione per farlo. E quindi dall’accettazione dei problemi passiamo a diventarne i responsabili. Noi siamo il problema. Non siamo vittime, siamo carnefici. Noi siamo la monnezza per le strade, i divani nei canali, i frigoriferi buttati nelle pinete, perché ce li mettiamo noi, non qualcun altro. Siamo le case abusive diroccate, gli adolescenti che lasciano la scuola e quelli che a diciotto anni spingono già passeggini. Siamo i fondi europei usati per illeciti. Siamo i sindaci votati perché chiudano gli occhi. Siamo la violenza verbale. Il pos che non funziona, i liquami delle masserie rilasciati nei fiumi, il non saper fare una fila alle casse senza litigare con qualcuno. Siamo le minacce. Siamo i vicoli in cui non possiamo camminare perché troppo malfamati. Quindi è chiaro che, se non affrontiamo tutto questo, l’unico modo per resistergli è raccontarci che noi siamo gente calorosa, umile, che emerge dal fango come i fiori. Ma parliamo di riscatto. Dell’orgoglio che tanto eccita noi campani. Ho avuto anche io vent’anni, quell’età che vorremmo proteggere e spalleggiare, ma solo quando non ci chiede di sacrificare i nostri privilegi. E a quell’età gli adulti mi ripetevano tutti la stessa cosa: vattene via da questa terra, che non ha niente da offrire. Salvatevi, voi giovani. A dirlo erano quelli che davano 5 euro ai marocchini per farsi tagliare la siepe, o 400 a una commessa full time nel loro negozio. Quelli che chiamavano l’amico primario e si facevano fare tutti gli accertamenti gratis, e oggi a noi restano dieci mesi di attesa a prezzo pieno. Gli adulti che si sono f0ttuti tutto, e lo condividono solo con quelli che hanno il loro cognome. Per gli altri c’è la fuga o la miseria. E abbiamo il coraggio di invocare il riscatto? Quando siamo noi a rendere questo paese inospitale, incivile, senza opportunità lavorative. No, io questi pietismi non me li bevo. Noi campani non lottiamo per dare ai nostri figli un futuro migliore. Mica ci impegniamo per dare sicurezza alle strade, stipendi dignitosi, allontanare la droga, invogliare allo studio, assicurarsi equità sociale. No. Noi mandiamo gli sms per far vincere un giovane a una gara di musica, facendogli scavalcare tutte le difficoltà che noi stessi abbiamo creato. Noi andiamo fieri solo di calciatori e cantanti. Quando mai facciamo il tifo per studenti, precari, istruzione, sanità, amore per l’ambiente o meritocrazia. Non ce ne frega un caszo. E quando sentite parlare di orgoglio e fierezza dai campani, state sicuri che vengono da chi ci è rimasto. Chi se n’è andato non ha sentimenti così affettuosi. Sapete chi è che detesta davvero il meridione? Quelli che sono stati costretti ad andarsene. E loro non parlano mai di riscatto, perché andarsene è sempre una sconfitta, quando non hai scelta. Chiusa questa parentesi sul campanilismo, passiamo a Sanremo. Per prima cosa: siamo una nazione così culturalmente e umanamente degradata che diamo a soldi e successo il significato di merito e di talento. E infatti, quel che più ho letto è che Goelier è già disco di platino, famoso, riempie gli stadi. Dato che è quello che vende di più, perché non dovrebbe vincere? Se hai soldi, se sei famoso, vali. E se vali, devi vincere. Ma allora che è successo con ‘sto televoto? Qui c’è una verità scomoda che non vogliamo affrontare, e che riguarda decadimento e generazioni, non il razzismo. Chi vota (escludendo i napoletani, che diamo per scontato votino per Goelier)? Principalmente ragazzini e ventenni. Nuove generazioni che ascoltano musica che a noi adulti fa orrore: la trap. La trap è fatta di cantanti che senza autotune sembrano il karaoke all’addio al nubilato con tutti ubriachi. Testi tamarri in cui il/la cantante o parla di amore in maniera tossica (principalmente con ragazze trattate come maglioni che nessun altro deve indossare) o si lagna del suo passato difficile ma per fortuna adesso sta pieno di rispetto e soldi. E infatti qualcuno ha invocato pure i valori. Cioé che la musica trap “sa parlare ai giovani”. Sì. Il problema è che ai giovani insegna la cafona brama di soldi e scopatə. E infatti nei video musicali stanno tutti ingioiellati, tatuati e sui macchinoni, come perfetti boss. Si atteggiano come re, cantano di venire tutti dalla strada e dalla sofferenza e adesso ti f0ttono la fidanzata e bruciano banconote. Musica arrogante, ripetitiva, che non comunica assolutamente niente se non boria adolescenziale. Non è il caso della canzone di Goelier, che è anche carina e resta sul vago, parlando di due fidanzati che si devono lasciare. Ma l’appartenenza al genere, e anche l’estetica della trap (presentarsi come un uappo) hanno giocato a favore. Anche perché della musica trap non si capisce niente, e questo non è un problema per i giovani. Che il cantante sia milanese o napoletano è indifferente. È il tipo di musica che galvanizza. Per intenderci, si capisce poco pure di quel che dice Blanco. Ed è l’obiettivo dei rapper e trapper italiani: tagliare fuori tutti gli altri e parlare solo ai loro consumatori. Quindi è del tutto normale e legittimo che i voti da casa premino i cantanti di questo tipo, che sono sempre più numerosi nella scena musicale. Questi cantanti, dato che per emergere hanno bisogno di un habitat senza contraddittorio, vengono coltivati sulle app come TikTok, dove fanno il pienone di giovanissimi che sognano solo di fare soldi facili e diventare famosi. È legittimo? Ma certo. È un paese libero. Ognuno può fare quel che vuole. Il nuovo avanza, le mode cambiano, il mercato è aperto a tutti. Infatti Goelier non è mica la figlia della serva. È uno dei più venduti del 2023, anche se, dopo due fischi ricevuti, i fan lo hanno descritto come un dolce Remì. Detto questo, si passa proprio ai fischi, e all’incidente cognitivo che ci ha coinvolti tutti. Dato che sui social ti coltivi solo i fan che si rispecchiano in te, quando poi entri nel mondo degli adulti scopri che quella protezione virtuale cade, e che la società è variegata. Largo ai giovani? Certo. Ma dato che parliamo di libertà, questa non può essere usata solo quando ci fa comodo. E quindi succede che quegli adulti che non seguono la trap, a Sanremo ascoltano artisti del calibro di Diodato, Santi, Annalisa, Irama, Mahmood, e poi si ritrovano premiato Goelier. E noi adulti abbiamo la cattiva abitudine di ricordarci che una volta esistevano i testi dei cantanti che erano pura poesia. Avevano significato, una narrazione. Parlavano di tradimenti, di bugie, di triangoli, di noia matrimoniale, di povertà e infanzie distrutte. Ci ricordiamo pure che prima emergeva il merito. Il talento. Lo studio. E quindi abbiamo la libertà di farci girare i c0glioni se facciamo i paragoni, e chi non è d’accordo si attacca. Perché in fondo è una gara di canto, non una gara di riscatto. Se su quel palco non ci fosse stato Goelier ma, che ne so, uno Sfera Ebbasta, credetemi, avrebbe avuto comunque il 60% dei voti da casa, e in platea oltre ai fischi gli avrebbero lanciato dietro pure le sedie. Ma non ve la dovete prendere. Tanto arriverà il vostro momento. Tra dieci anni noi non conteremo più niente. La metà di noi sarà crepata, voi della trap sarete 30 su 30 a Sanremo, e la giuria sarà fatta solo da TikToker. E la cultura sarà estinta, la bella voce sarà un oggetto superfluo. Vi divertirete ad agitare le mani sussurrando “oh oh, je je”, con la voce robotica che nasconde stonature imbarazzanti. Ma non è ancora questo il momento. Mi dispiace. Quindi chi ha ragione? Tutti. Goelier fa parte di quella nuova musica che incassa consensi e soldi, e ha il diritto di cantare a Sanremo e sperare di vincere facendo leva sull’aiuto dei suoi fan troppo freschi per avere memoria. E noi vecchi abbiamo tutto il diritto di trovare scandaloso che la bravura venga superata dal successo dei social. Che dire.. meno male che ancora qualcuno di sano c'è :-)xxxx [/QUOTE]
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