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<blockquote data-quote="SoftMachine" data-source="post: 7835787" data-attributes="member: 28265"><p>Hai formulato una frase in modo abbastanza improprio che rende non facile la comprensione per cui rispondo per quello che ho capito essere il senso della tua domanda.</p><p>In parole semplici e povere, lo studio aumenta le possibilità, non il talento; e il talento senza direzione può funzionare nell’ambito della musica leggera e del rock, quanto uno studio senza visione può essere sterile.</p><p>Per meglio argomentare, dirò che parti da un presupposto ingenuo ed infatti dici di non capirne una fava. Il presupposto che sottintendi è che la formazione musicale abbia come scopo il produrre automaticamente opere “più riuscite”.</p><p>In realtà lo studio non è una garanzia di efficacia estetica, ma uno strumento. Ti dà linguaggio, controllo, consapevolezza, possibilità ma non risultati automatici.</p><p>Non è un esame di tecnica. Una grande opera non nasce dalla quantità di nozioni possedute, ma da cosa si decide di farne.</p><p>I Pink Floyd funzionano perché, pur non avendo una impostazione accademica tradizionale, hanno costruito un linguaggio coerente e riconoscibile. Questo non li rende “grezzi” in senso ingenuo: li rende autodidatti nel metodo, non nella qualità. Allo stesso modo, molti compositori “istruiti” producono opere poco incisive non perché lo studio limiti, ma perché la conoscenza senza necessità espressiva può diventare esercizio, non urgenza artistica. Senza necessità espressiva (questo è un punto chiave) ho scritto e significa questo: non basta saper scrivere bene musica, conoscere armonia, contrappunto o orchestrazione. Se non c’è una urgenza interna reale, cioè qualcosa che DEVE uscire in quel modo e non in un altro, la tecnica resta neutra. Può produrre pezzi impeccabili ma poco vitali. Per sintetizzare in modo estremo, studio e talento non sono in opposizione: lo studio amplia le possibilità, il talento dà direzione. Senza l’una o l’altro, il risultato tende a sbilanciarsi in un senso o nell’altro.</p><p></p><p>Altro punto: il fatto che alcune opere siano apprezzate soprattutto da chi conosce il linguaggio musicale è abbastanza normale, non è un’anomalia.</p><p>Ogni linguaggio artistico, quando diventa più complesso o più denso, richiede anche una certa familiarità per essere pienamente compreso. Non è elitismo: è alfabetizzazione.</p><p>Un ascoltatore abituato esclusivamente a strutture della musica leggera può percepire come “difficile” o “astratto” ciò che in realtà risponde a esigenze espressive diverse, non a un desiderio di complicazione fine a sé stessa.</p><p>La complessità non è un filtro sociale, ma spesso una conseguenza della necessità di dire qualcosa che le forme semplici non riescono più a contenere. Dire che qualcosa è “apprezzato solo dagli addetti ai lavori” spesso significa semplicemente che non si stanno cogliendo tutti i livelli del linguaggio, non che l’opera sia chiusa o autoreferenziale. </p><p>In un contesto del genere, ciò che viene premiato tende sempre più a essere ciò che è immediatamente accessibile, ripetibile e facilmente consumabile, perché è quello che incontra meno resistenza e ha maggiore diffusione.</p></blockquote><p></p>
[QUOTE="SoftMachine, post: 7835787, member: 28265"] Hai formulato una frase in modo abbastanza improprio che rende non facile la comprensione per cui rispondo per quello che ho capito essere il senso della tua domanda. In parole semplici e povere, lo studio aumenta le possibilità, non il talento; e il talento senza direzione può funzionare nell’ambito della musica leggera e del rock, quanto uno studio senza visione può essere sterile. Per meglio argomentare, dirò che parti da un presupposto ingenuo ed infatti dici di non capirne una fava. Il presupposto che sottintendi è che la formazione musicale abbia come scopo il produrre automaticamente opere “più riuscite”. In realtà lo studio non è una garanzia di efficacia estetica, ma uno strumento. Ti dà linguaggio, controllo, consapevolezza, possibilità ma non risultati automatici. Non è un esame di tecnica. Una grande opera non nasce dalla quantità di nozioni possedute, ma da cosa si decide di farne. I Pink Floyd funzionano perché, pur non avendo una impostazione accademica tradizionale, hanno costruito un linguaggio coerente e riconoscibile. Questo non li rende “grezzi” in senso ingenuo: li rende autodidatti nel metodo, non nella qualità. Allo stesso modo, molti compositori “istruiti” producono opere poco incisive non perché lo studio limiti, ma perché la conoscenza senza necessità espressiva può diventare esercizio, non urgenza artistica. Senza necessità espressiva (questo è un punto chiave) ho scritto e significa questo: non basta saper scrivere bene musica, conoscere armonia, contrappunto o orchestrazione. Se non c’è una urgenza interna reale, cioè qualcosa che DEVE uscire in quel modo e non in un altro, la tecnica resta neutra. Può produrre pezzi impeccabili ma poco vitali. Per sintetizzare in modo estremo, studio e talento non sono in opposizione: lo studio amplia le possibilità, il talento dà direzione. Senza l’una o l’altro, il risultato tende a sbilanciarsi in un senso o nell’altro. Altro punto: il fatto che alcune opere siano apprezzate soprattutto da chi conosce il linguaggio musicale è abbastanza normale, non è un’anomalia. Ogni linguaggio artistico, quando diventa più complesso o più denso, richiede anche una certa familiarità per essere pienamente compreso. Non è elitismo: è alfabetizzazione. Un ascoltatore abituato esclusivamente a strutture della musica leggera può percepire come “difficile” o “astratto” ciò che in realtà risponde a esigenze espressive diverse, non a un desiderio di complicazione fine a sé stessa. La complessità non è un filtro sociale, ma spesso una conseguenza della necessità di dire qualcosa che le forme semplici non riescono più a contenere. Dire che qualcosa è “apprezzato solo dagli addetti ai lavori” spesso significa semplicemente che non si stanno cogliendo tutti i livelli del linguaggio, non che l’opera sia chiusa o autoreferenziale. In un contesto del genere, ciò che viene premiato tende sempre più a essere ciò che è immediatamente accessibile, ripetibile e facilmente consumabile, perché è quello che incontra meno resistenza e ha maggiore diffusione. [/QUOTE]
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