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<blockquote data-quote="SoftMachine" data-source="post: 7835979" data-attributes="member: 28265"><p>È l’ultima volta che ti rispondo perché, come hai già mostrato in altre occasioni, non vuoi, e probabilmente non puoi, capire il punto del discorso.</p><p>Quello che scrivi infatti sembra cercare continuamente un’autoconferma: l’idea rassicurante che la tua mancanza di strumenti specifici non limiti davvero la comprensione. Ed è esattamente il tipo di atteggiamento che avevo già associato all’Effetto Dunning-Kruger: avere competenze limitate senza percepire il limite della propria preparazione.</p><p>Detto questo, il problema più evidente è che continui a rispondere a qualcosa che non ho scritto.</p><p>Nessuno ha detto che serva studiare per provare emozioni davanti all’arte. Sarebbe una banalità, oltre che una tesi assurda. Io ho parlato di comprensione dei linguaggi artistici e della differenza tra sensibilità, tecnica e capacità espressiva.</p><p>Tu invece sposti continuamente il discorso sull’idea molto generica che “l’arte emoziona tutti”, che è ovvia ma non c’entra col punto.</p><p>Per non parlare del passaggio sull’“astrazione”, semanticamente confuso: prima usi il termine come qualità della musica, subito dopo come definizione di un processo mentale generale, senza collegare realmente le due cose. Sembra più l’inserimento di terminologia filosofeggiante (“astrazione”, “concetti essenziali”, “universali”) per dare profondità a un concetto banalissimo: che persone diverse possano emozionarsi con musiche diverse.</p><p>Anche chi non conosce l'armonia può emozionarsi ascoltando Bach, così come chi non conosce il cinema può commuoversi guardando Tarkovskij. Ma questo non significa cogliere davvero struttura, linguaggio, scelte formali o profondità dell’opera. Ed è anche il motivo per cui molti grandi artisti, compositori o registi restano spesso incompresi, marginali o percepiti come “difficili”: non per elitismo, ma perché una parte del pubblico semplicemente non possiede gli strumenti necessari ad ascoltare oltre il livello più immediato e superficiale della fruizione.</p><p>L’utente medio tende naturalmente a privilegiare ciò che è immediatamente accessibile, riconoscibile e consumabile senza sforzo interpretativo. Ma l’accessibilità immediata non è il criterio con cui si misura il valore o la profondità di un’opera.</p><p>Ed è qui che il tuo ragionamento collassa: romanticizzi la “dote” come se bastasse da sola a spiegare il fenomeno artistico. Ma “lo fa e basta perché è una dote” non è un’argomentazione: è semplicemente fermare il ragionamento nel punto in cui andrebbe approfondito.</p><p>Dire “mi emoziona” non equivale a capire perché funziona, né tantomeno a saper produrre qualcosa dello stesso livello.</p><p>In sintesi: hai trasformato una riflessione sul linguaggio artistico in un generico “l’arte è emozione”, cioè una semplificazione talmente ovvia da non rispondere minimamente a ciò che avevo scritto. Finisci così per ridurre l’arte a pura reazione emotiva immediata, cancellando tutto ciò che riguarda linguaggio, forma, storia e complessità espressiva.</p><p>A questo punto però la discussione diventa inutile, perché per discutere seriamente di un linguaggio bisogna almeno riconoscere che esiste una differenza tra percepirlo superficialmente e comprenderlo davvero. Tu quella differenza continui ostinatamente a negarla. E, diventando la discussione inutile, la chiudo qui.</p></blockquote><p></p>
[QUOTE="SoftMachine, post: 7835979, member: 28265"] È l’ultima volta che ti rispondo perché, come hai già mostrato in altre occasioni, non vuoi, e probabilmente non puoi, capire il punto del discorso. Quello che scrivi infatti sembra cercare continuamente un’autoconferma: l’idea rassicurante che la tua mancanza di strumenti specifici non limiti davvero la comprensione. Ed è esattamente il tipo di atteggiamento che avevo già associato all’Effetto Dunning-Kruger: avere competenze limitate senza percepire il limite della propria preparazione. Detto questo, il problema più evidente è che continui a rispondere a qualcosa che non ho scritto. Nessuno ha detto che serva studiare per provare emozioni davanti all’arte. Sarebbe una banalità, oltre che una tesi assurda. Io ho parlato di comprensione dei linguaggi artistici e della differenza tra sensibilità, tecnica e capacità espressiva. Tu invece sposti continuamente il discorso sull’idea molto generica che “l’arte emoziona tutti”, che è ovvia ma non c’entra col punto. Per non parlare del passaggio sull’“astrazione”, semanticamente confuso: prima usi il termine come qualità della musica, subito dopo come definizione di un processo mentale generale, senza collegare realmente le due cose. Sembra più l’inserimento di terminologia filosofeggiante (“astrazione”, “concetti essenziali”, “universali”) per dare profondità a un concetto banalissimo: che persone diverse possano emozionarsi con musiche diverse. Anche chi non conosce l'armonia può emozionarsi ascoltando Bach, così come chi non conosce il cinema può commuoversi guardando Tarkovskij. Ma questo non significa cogliere davvero struttura, linguaggio, scelte formali o profondità dell’opera. Ed è anche il motivo per cui molti grandi artisti, compositori o registi restano spesso incompresi, marginali o percepiti come “difficili”: non per elitismo, ma perché una parte del pubblico semplicemente non possiede gli strumenti necessari ad ascoltare oltre il livello più immediato e superficiale della fruizione. L’utente medio tende naturalmente a privilegiare ciò che è immediatamente accessibile, riconoscibile e consumabile senza sforzo interpretativo. Ma l’accessibilità immediata non è il criterio con cui si misura il valore o la profondità di un’opera. Ed è qui che il tuo ragionamento collassa: romanticizzi la “dote” come se bastasse da sola a spiegare il fenomeno artistico. Ma “lo fa e basta perché è una dote” non è un’argomentazione: è semplicemente fermare il ragionamento nel punto in cui andrebbe approfondito. Dire “mi emoziona” non equivale a capire perché funziona, né tantomeno a saper produrre qualcosa dello stesso livello. In sintesi: hai trasformato una riflessione sul linguaggio artistico in un generico “l’arte è emozione”, cioè una semplificazione talmente ovvia da non rispondere minimamente a ciò che avevo scritto. Finisci così per ridurre l’arte a pura reazione emotiva immediata, cancellando tutto ciò che riguarda linguaggio, forma, storia e complessità espressiva. A questo punto però la discussione diventa inutile, perché per discutere seriamente di un linguaggio bisogna almeno riconoscere che esiste una differenza tra percepirlo superficialmente e comprenderlo davvero. Tu quella differenza continui ostinatamente a negarla. E, diventando la discussione inutile, la chiudo qui. [/QUOTE]
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