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<blockquote data-quote="SoftMachine" data-source="post: 7836118" data-attributes="member: 28265"><p>Il tuo intervento è molto equilibrato; riesci a tenere insieme due livelli che invece spesso vengono confusi o contrapposti inutilmente: la fruizione immediata dell’opera e la sua comprensione più profonda.</p><p>Sono assolutamente d’accordo sul fatto che un’opera possa colpire anche senza possedere strumenti tecnici o culturali completi. Sarebbe assurdo negarlo. Anch’io da bambino ascoltavo Schoenberg senza comprendere davvero tutto il contesto, la struttura o certi livelli simbolici, eppure l’impatto era fortissimo lo stesso.</p><p>Il punto però è che, una volta acquisiti certi strumenti, cambia inevitabilmente anche il modo di ascoltare. Il piano emotivo rimane ma il resto diventa diverso: inizi a percepire relazioni, intenzioni, strutture e livelli che prima ti sfuggivano completamente.</p><p>Questo è anche il motivo per cui poi faccio più fatica a tornare ad alcune forme estremamente semplici o prevedibili: non perché siano “vietate” o indegne, ma perché l’orecchio e la percezione nel tempo si modificano. Ed allora, aggiungerei una cosa: molta musica apparentemente semplice o “canzonetta” non vive solo sul piano estetico, ma ha spesso una forte funzione sociale e mnemonica. In molti casi non la ascoltiamo per la sua complessità interna, ma perché si lega a momenti, persone, periodi della vita, diventando una sorta di traccia emotiva e biografica. In quel senso smette di essere soltanto musica e diventa qualcos’altro: un contenitore di memoria e significato personale o condiviso. E’, appunto, quella che chiamo “funzione sociale della musica leggera"</p><p>E' importante anche non fare un passaggio inverso altrettanto scorretto che quasi sempre viene fatto da persone senza competenze: il valore sociale, mnemonico o biografico che una musica assume per chi la ascolta non coincide automaticamente con la sua complessità o solidità sul piano strettamente musicale.</p><p>Il fatto che un brano diventi “significativo” perché legato a momenti personali o collettivi riguarda il modo in cui viene vissuto, non necessariamente la sua struttura o la sua qualità compositiva. Sono due livelli diversi che possono convivere, ma non sovrapporsi.</p><p>Confondere questi piani porta facilmente a un’equivalenza impropria: “questa musica è importante per me, quindi è oggettivamente più valida”. In realtà è semplicemente significativa su un asse diverso, quello dell’esperienza e della memoria, che è reale ma non sostituisce l’analisi dell’opera in quanto tale. Spero di essermi spiegato.</p></blockquote><p></p>
[QUOTE="SoftMachine, post: 7836118, member: 28265"] Il tuo intervento è molto equilibrato; riesci a tenere insieme due livelli che invece spesso vengono confusi o contrapposti inutilmente: la fruizione immediata dell’opera e la sua comprensione più profonda. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che un’opera possa colpire anche senza possedere strumenti tecnici o culturali completi. Sarebbe assurdo negarlo. Anch’io da bambino ascoltavo Schoenberg senza comprendere davvero tutto il contesto, la struttura o certi livelli simbolici, eppure l’impatto era fortissimo lo stesso. Il punto però è che, una volta acquisiti certi strumenti, cambia inevitabilmente anche il modo di ascoltare. Il piano emotivo rimane ma il resto diventa diverso: inizi a percepire relazioni, intenzioni, strutture e livelli che prima ti sfuggivano completamente. Questo è anche il motivo per cui poi faccio più fatica a tornare ad alcune forme estremamente semplici o prevedibili: non perché siano “vietate” o indegne, ma perché l’orecchio e la percezione nel tempo si modificano. Ed allora, aggiungerei una cosa: molta musica apparentemente semplice o “canzonetta” non vive solo sul piano estetico, ma ha spesso una forte funzione sociale e mnemonica. In molti casi non la ascoltiamo per la sua complessità interna, ma perché si lega a momenti, persone, periodi della vita, diventando una sorta di traccia emotiva e biografica. In quel senso smette di essere soltanto musica e diventa qualcos’altro: un contenitore di memoria e significato personale o condiviso. E’, appunto, quella che chiamo “funzione sociale della musica leggera" E' importante anche non fare un passaggio inverso altrettanto scorretto che quasi sempre viene fatto da persone senza competenze: il valore sociale, mnemonico o biografico che una musica assume per chi la ascolta non coincide automaticamente con la sua complessità o solidità sul piano strettamente musicale. Il fatto che un brano diventi “significativo” perché legato a momenti personali o collettivi riguarda il modo in cui viene vissuto, non necessariamente la sua struttura o la sua qualità compositiva. Sono due livelli diversi che possono convivere, ma non sovrapporsi. Confondere questi piani porta facilmente a un’equivalenza impropria: “questa musica è importante per me, quindi è oggettivamente più valida”. In realtà è semplicemente significativa su un asse diverso, quello dell’esperienza e della memoria, che è reale ma non sostituisce l’analisi dell’opera in quanto tale. Spero di essermi spiegato. [/QUOTE]
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