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<blockquote data-quote="SoftMachine" data-source="post: 7836567" data-attributes="member: 28265"><p>Eccoti, hai centrato il punto: nessuno può essere esperto di tutto, quindi inevitabilmente ci affidiamo a fonti e persone considerate competenti. Ma fidarsi non significa credere ciecamente: significa ritenere più attendibile chi lavora dentro un contesto dove esistono metodo, verifica, confronto e possibilità di correzione.</p><p>Ed allora, il problema nasce quando viene meno la percezione della differenza tra una fonte costruita su competenze reali e una basata solo su sicurezza comunicativa o consenso online. Perché oggi internet appiattisce tutto: il professionista serio e il tizio improvvisato finiscono sullo stesso piano comunicativo.</p><p>Il fenomeno dal quale sono partito e del quale parlavo, non è “avere bias” (quelli li abbiamo tutti) ma <strong>non riconoscere i propri limiti di competenza e attribuire alle proprie intuizioni lo stesso valore di conoscenze costruite con studio, esperienza e metodo.</strong></p><p>Ed è anche difficile sviluppare davvero strumenti critici quando si parte dall’idea che “l’università della vita” valga automaticamente più di qualsiasi formazione strutturata. L’esperienza personale può avere valore, certo, ma non sostituisce anni di studio metodico, confronto con fonti, verifica e costruzione di competenze.</p><p>Il punto è che senza basi solide diventa molto complicato distinguere tra comprensione reale e semplice impressione di aver capito. <strong>E questo spesso porta a sopravvalutare enormemente il proprio livello di preparazione.</strong></p><p>Poi, certo, le lacune si possono anche mascherare: tentando di usare un linguaggio ricercato (che pero’, prima o poi, tradisce per errori scolastici. Che poi, la scrittura, è altamente rivelatrice), con toni sicuri o formule pseudo-tecniche si può dare un’impressione di competenza. Ma la forma non sostituisce la sostanza. <strong>Dopo un po’, quando si entra davvero nel merito degli argomenti, emerge quasi sempre la differenza tra chi possiede strumenti culturali e metodologici solidi e chi invece si muove soprattutto per intuizioni, slogan o frammenti raccolti qua e là</strong>.</p><p>Uno può anche ascoltare Brambo88, ma il punto, come dici tu, è: ha gli strumenti per capire quando ciò che dice è fondato, quando è semplificato, quando è controverso o quando magari sta dicendo una puttanata? Perché sentire contenuti non equivale automaticamente a saper valutare contenuti. </p><p>Ed è qui che secondo me entra in gioco il problema culturale attuale: molte persone non distinguono più tra avere accesso alle informazioni e avere gli strumenti per interpretarle.</p></blockquote><p></p>
[QUOTE="SoftMachine, post: 7836567, member: 28265"] Eccoti, hai centrato il punto: nessuno può essere esperto di tutto, quindi inevitabilmente ci affidiamo a fonti e persone considerate competenti. Ma fidarsi non significa credere ciecamente: significa ritenere più attendibile chi lavora dentro un contesto dove esistono metodo, verifica, confronto e possibilità di correzione. Ed allora, il problema nasce quando viene meno la percezione della differenza tra una fonte costruita su competenze reali e una basata solo su sicurezza comunicativa o consenso online. Perché oggi internet appiattisce tutto: il professionista serio e il tizio improvvisato finiscono sullo stesso piano comunicativo. Il fenomeno dal quale sono partito e del quale parlavo, non è “avere bias” (quelli li abbiamo tutti) ma [B]non riconoscere i propri limiti di competenza e attribuire alle proprie intuizioni lo stesso valore di conoscenze costruite con studio, esperienza e metodo.[/B] Ed è anche difficile sviluppare davvero strumenti critici quando si parte dall’idea che “l’università della vita” valga automaticamente più di qualsiasi formazione strutturata. L’esperienza personale può avere valore, certo, ma non sostituisce anni di studio metodico, confronto con fonti, verifica e costruzione di competenze. Il punto è che senza basi solide diventa molto complicato distinguere tra comprensione reale e semplice impressione di aver capito. [B]E questo spesso porta a sopravvalutare enormemente il proprio livello di preparazione.[/B] Poi, certo, le lacune si possono anche mascherare: tentando di usare un linguaggio ricercato (che pero’, prima o poi, tradisce per errori scolastici. Che poi, la scrittura, è altamente rivelatrice), con toni sicuri o formule pseudo-tecniche si può dare un’impressione di competenza. Ma la forma non sostituisce la sostanza. [B]Dopo un po’, quando si entra davvero nel merito degli argomenti, emerge quasi sempre la differenza tra chi possiede strumenti culturali e metodologici solidi e chi invece si muove soprattutto per intuizioni, slogan o frammenti raccolti qua e là[/B]. Uno può anche ascoltare Brambo88, ma il punto, come dici tu, è: ha gli strumenti per capire quando ciò che dice è fondato, quando è semplificato, quando è controverso o quando magari sta dicendo una puttanata? Perché sentire contenuti non equivale automaticamente a saper valutare contenuti. Ed è qui che secondo me entra in gioco il problema culturale attuale: molte persone non distinguono più tra avere accesso alle informazioni e avere gli strumenti per interpretarle. [/QUOTE]
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