Talento e quel "di più"....

"Morris"

Novellino
19 Febbraio 2008
71
1
Romagna
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“Tutta l'umanità è passione; senza passione, la religione, la storia, i romanzi, l'arte sarebbero inefficaci”. (Honoré de Balzac)

“Il danaro fa vivere meglio, proprio come una belva che s’è appena sfamata”. (M.R)

“Ogni scritto ha un valore. Mal che vada, fa emergere un sondaggio” (M.R)

Sabato mattina, un gruppo di studenti mi ha particolarmente stuzzicato. Una parte di loro a difendere la linea “bacchettona” dello sportivo che deve sciogliersi nella condotta di chi porta la veste talare, quindi sacrifici, privazioni gioventù nel cassetto, limpidezza e dribbling verso ogni scorciatoia chimica eccetera, ed una seconda, meno ipocrita e più realista, disponibile a concedere al bravo atleta un giusto missaggio di strappi, proprio perché nel volerli e richiamarli, ci può essere la spinta proveniente dal talento e dalla sua tutela. A ben pensarci, due correnti di pensiero che si possono scontrare ovunque, anche su generazioni non proprio giovani. Ancor più interessante, la particolarità generatrice dell’incontro, la quale, partendo dallo studio delle alchimie gravitanti sullo sport tutto, ha voluto focalizzare l’attenzione sull’unica disciplina che paga, con relativo sput.tanamento (loro definizione), questo trend comune: il ciclismo. Un tema scelto da quei giovani, non già da me, che mi ha aperto un viale inaspettato e stimolante, in grado di non fermarsi alla vastità del corredo dopante, ma di spingersi verso quella attualità che si vede comunemente come futuribile e che, invece, ci passa sotto il naso con numeri ed entità disarmanti.
Nell’era del genetico, ovviamente mai narrato per non rompere quel giocattolo che tanto bene sta, a quei dirigenti di sport così bravi a battere i politici nella corsa per la maglia nera, è ancora possibile fare differenze sul percorso dello sport di vertice? Come si spiegano le diverse sopportazioni dell’acido lattico negli atleti? E qual è il fulcro che fa partire la genesi più illuminata della grande prestazione? Può bastare l’ormai vetusta ed unica spiegazione, basata sul duro lavoro di allenamenti sempre più intensi per numeri e morfologie? Domande a cui il mio sforzo, come quello di altri, può solo abbozzare, per ora, una pista logica, che si fonda su conoscenze più statistiche che gnoseologiche. Domande che divengono dirompenti di fronte al fenomeno, per chi in questi anni ha russato sulle evidenze, che dalla Giamaica ci mostra una faccia stravolgente non solo per quei pensieri comuni tinti di alchimie, ma pure per un approccio alla concentrazione del gesto e del conseguente scarico, mai visto nella storia dello sport. Alludo ovviamente ad Usain Bolt, l’unico vero “totem” dell’attualità di questo mondo, che non si spiega, ripeto solo coi comuni e totali “intermezzi ricostituenti e costruenti”, ma aggiunge qualcosa da scoprire all’alveo dei confini eccelsi del talento.

Ma andiamo a scavare un po’ ….evidenziando qualche spunto di riflessione, di cui ho parlato con quei giovani, discusso con successo in Francia e trovando interessi in Mura, partendo proprio da quello “scherzo di natura”, come lo ha definito e circoscritto metaforicamente un mio amico medico di grande valore.
Voglio essere ottimista, contrariamente al mio solito e provo a spezzare una lancia di speranza, nella battaglia all’omologazione di quella scienza, figlia della parte del cervello umano conosciuto, che si fonda quasi esclusivamente sulla matematica. Lo voglio fare guardando al genio stesso della natura, che ha creato un essere dal fisico certo forte ed adattabile, proprio perchè sovrintende su di lui un computer che, a differenza delle macchine integrate da definizione e totalmente bisognose di dati, è in grado di pensare da solo, ed i cui confini, come detto, sono solo in piccolissima parte conosciuti: il cervello, appunto. Di lì parte tutto, soprattutto quello che può produrre le differenze in ogni campo dell’azione umana. Un contenitore, una scatola bianca come il bianco della luce, che non è un circuito di numeri come siamo abituati a vedere e ragionare, ma un cumulo di spie che vengon definite sensazioni: già, proprio quegli input che han fatto stellare il talento supremo di Marco Pantani. Un insieme di istinti e richiami, di voci e derivazioni, di forza e di trasmissioni.
Guardiamo l’atleta, dunque.


Da tempo qualcuno ci vuole insegnare a calcolare le risposte sul fisico in termini di forza e potenza, di fronte alla resistenza di percorso, proprio come una gigantesca e tridimensionale legge di Ohm. Si producono addirittura delle scale, delle formule, si imbratta il tutto sulla spinta della sperimentazione chimica, come se l’atleta fosse solo una macchina o quel computer che siamo abituati a concepire dopo l’inserimento dei dati. Si tratta, ancora una volta, di conti che dimenticano, ad esempio, aspetti di lettura sconosciuta, ma pur sempre esistenti e dimostrativi di un qualcosa che si aggiunge, che non si può determinare con una formula, di un perché che non si sa ancora spiegare, proprio come le diverse reazioni che hanno gli atleti di fronte al lattacido. Anche sulla loro capacità di recupero, nessun diagramma o calcolo è completamente convincente, o prodigo di spiegazione totale, quindi inappellabile. Su questi tasselli dell’azione atletica, non ci sono VAM o altri formulari che tengano, non ci sono calcoli possibili: è tutto da scoprire, ed ognuno è diverso dall’altro (come lo è fisicamente, almeno fino all’oggi). Eppure, qualcuno nello sport ci ha già studiato sopra e non si trattava dei “santoni” che tanto piacciono agli sportivi odierni, ma tecnici e divulgatori di tempi che paiono antichi, vista l’odierna frenesia. Alludo particolarmente ad un grande che, nel pieno degli anni cinquanta, si permetteva di spingere gli occhi sulle capacità che stanno nei nostri centri nervosi e sul pianeta che possono aprire. Lui, per intenderci, è uno dei pochi italiani dell’intera storia, ad essere stato invitato a svolgere conferenze ad Harvard. Si chiamava Giorgio Oberweger, ed in lui non c’era nulla, proprio nulla di quei cromosomi che fanno scimmiottare grandezza i “papocchi” odierni, tipo Michele Ferrari o Luigi Cecchini. Era stato un grande atleta, ma viveva e concepiva lo sport dall’unico angolo in cui è possibile farlo parlare nel bene: la passione. Certo, quella gioia intensa che riempie le tempie e che ti fa mordere le nuvole, nel lato opposto di quando sei vinto dall’acido lattico imperversante di una gara di 400hs. Quella consapevolezza che un gesto apparentemente solo atletico possa significare messaggio, innalzi la cultura e la voglia di volare alla ricerca dell’incenso della vita. In queste direzioni si son mossi degli esperimenti che allargavano gli orizzonti dell’effetto placebo, attraverso naturali e, per questo, banalissimi appoggi. Aspetti minori per l’immaginario collettivo, ma col pregio di non essere inquinati dalla chimica e indirizzati verso una realtà della sperimentazione, in grado di tradursi in grandi passi in avanti nella comprensione delle potenzialità del genere umano. Ecco allora, venire a galla le intuizioni di un Carlo Thranhardt sull’aiuto musicale, il gusto del volo che portò Dick Fosbury ad invertire, sposando la naturalezza e l’istinto, quello che gli avevano insegnato. Ecco echeggiare la ricerca di leggerezza nella gestualità istintiva di Debbie Brill, la simbiosi dell’affetto della gente, tradotta nello stimolo nervoso di Volodia Yashchenko; il triste ed inverso freno istantaneo, nato da una lite che toccava il cuore, fatale ad Eugenio Castellotti. Indi il bisogno, nell’ego, di trasformare il ferro in muscolo di Barry Sheene, il motivato dormire in corsa di Gelindo Bordin; il senso dell’incanto e della cordialità di Rod Laver, come leva psicologica per muovere al meglio il polso fino a tradurre in lama l’impatto con la pallina. Ecco il gelato, tonificante liberazione per Charly Gaul, l’anticonvenzionalità di vita fino a sfiorare l’incesto, come fattore di concentrazione per la prestazione, di un Jacques Anquetil; il ricercato sorriso angelico sulla tristezza di fondo, atto certo ad aggraziare i cuori femminili, ma pronto a disarcionare gli avversari del breve e tragico Gèrard Saint. Ecco il “carica batterie” degli spazi infiniti, per raccontarsi al mondo ed a se stesso, per essere, insomma, Salvador Sanchez, oppure gli occhi trasformati in aculei di Mohammed Alì, fissi sui volti degli avversari, per rendere loro montanti aggiuntivi e spesso precipui. E come dimenticare il bacio lungo, appassionato, intenso, nell’unione dei corpi per immortalare l’amore, ed aggraziare il ghiaccio di Ekaterina Gordeeva e Sergei Grinkov? Oppure la memorizzazione automatica ed assiomatica della pista, per riguadagnare con gli interessi il tempo perduto in spinta, del “rosso volante” Eugenio Monti. Ecco l’immedesimarsi di Peter Norman, nel levriero che insegue i miti Smith e Carlos fino ad eleggersi, con la gara della vita, in un quadro di storia, oppure l’azzeramento della quotidianità atletica e di risultanze, per liberare il proprio massimo richiamo un giorno ogni quattro anni, di Al Oerter, E che dire dell’amore verso il Sole, come ancestrale messaggio di spinta, per involarsi sulle praterie ed evitare placcaggi di Joan Lumu? Oppure la carica ed il monito per stuzzicare le facoltà dei compagni in un perfetto assioma di squadra, consistente in un palleggio infinito dei leader negli spogliatoi, prima della partita e durante l’intervallo, traducibile in una filastrocca a mo’ di grafico: Di Stefano-muro-Puskas-muro-Di Stefano-muro-Puskas.
Potrei andare avanti ore, ma mi fermo per il tempo sempre tiranno. Resta il valore di non aver volutamente menzionato solo dei grandissimi, diversi sono solo dei medi nella storia dello sport. E non ho menzionato, per rimanere su quel ciclismo che protagonista di questo luogo, Marco Pantani, colui che rappresentava, come nessuno, un coacervo di echi sconosciuti al troppo definito razionale dell’osservatorio scientifico.

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Novellino
19 Febbraio 2008
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Abbiamo dunque visto inconsci richiami, gestualità, condotte, pronte ad essere scambiate per credenze, flemme, smorfie, superstizioni, o al limite effetti placebo, ma in realtà ognuno di quei casi, traccia sfondamenti tenui o più intensi nei confini risaputi dei centri nervosi, talvolta anche in negativo. Allora, quando insegneremo che l’uso della “testa”, anche in maniera irrazionale al credo di quei modestissimi tecnici che sono i diesse del ciclismo, o, più pomposamente, di quei dottori che fanno i preparatori ormai unici di questo sport, saremo in grado di attenuare le concezioni dirette della chimica e trasmetteremo agli atleti un input nuovo, che dovrebbe fungere da plusvalore nella prestazione.
Saranno possibili questi modus anche di fronte al doping genetico, già tanto presente ed invisibile ai test antidoping? Se lo sapessi me ne starei sul fiume a cantare vittorie e indirizzi, oppure mi adagerei all’involontario ruolo di “testimone vivente di ciò che fu”, come in Fahreneit 451. Voglio sperare che sia possibile, anzi in fondo ne sono intimamente convinto, per continuare ad amare e divulgare, per dare un senso al passato, ed una via ai più giovani. Non ho altra strada che continuare a trasformarmi in un piccolo Oberweger. Voglio dunque persistere nello spiegare agli atleti la conoscenza di se stessi, ed avviare con loro la ricerca di quegli stimoli inconsci, che possono scatenare, ad esempio, nel singoli pedalatori, quel “di più” che la chimica non da. La parola chiave è “Amore verso lo Sport”, da viversi nel non conformismo, senza risparmiare motivate frecciate a chi ha cementato, fino ad oggi, linee sì decadenti.
Una via concreta alla speranza, la trovo nelle gesta e nelle risposte di Marco Pantani di fronte al Golia frutto totale della scienza Lance Armstrong. Niente, nella storia dello sport è stato più significativo: due epigoni a confronto. Da una parte un Pirata in tutto, nelle concezioni, nella naturalità esemplare di un talento imperioso ed imperiale; insanguinato, sfregiato e limitato dal vortice criminale che sa produrre l’uomo quando volge lo sguardo ai suoi difetti, alla sua voglia di dominio, al suo essere incapace di scansare l’invidia quando si trova di fronte all’ammirazione. Sì, un Marco ai limiti minimi, nati da un insieme contro di lui, ed i significati che si portava gemelli; un ragazzo che innalzava l’umana reattività per rimanere diverso dall’angelo perfetto delle memorie di una cultura a cui, ugualmente, tanto s’avvicinava. Un uomo che concepiva il sapiens per vivere credi profondi e dinamiche da essere non divino e, proprio per questo, straordinario nel suo inno alla vita e al domani di essere umano. Un atleta che sapendosi impossibile, di fronte ad un disegno precostituito di incancellabile capro espiatorio, si distruggeva di cocaina e si indeboliva, come altri, magari elettisi censori, forti della pochezza dell’ipocrisia imbevuta in un bugiardo “Atto di Dolore”, di fronte alla disperazione si ubriacano, o fumano formando ciminiere. Certo, un ragazzo che ho conosciuto poco più che bambino, buono e sensibile, particolare come chi possiede forme artistiche definite, sempre possibile di lettura distorta o di pia fesseria, per chi è abituato a non discostarsi dal tetro mortale delle conte dei numeri. Un artista supremo: quindi, uno vicinissimo alla perfezione che si lascia agli orizzonti umani, fatti come si dovrebbe sempre ammettere, di bellissime imperfezioni.
Dall’altra, il frutto costruito robot delle totali concezioni matematiche. Innalzato e protetto dal volere di un disegno consistente in danari e programmi, idioma di perfezione di quanto l’uomo possa essere soggiogante nel dominio dell’essere, sull’essere. Incipriato da una storia ingigantita con scopi e incubatrice perfetta di sperimentazioni ed intrecci, sulla materia ed i suoi composti. Un robot che pedalava le formule, senza fantasia e senza lampi di credo. Bruttissimo, unico, e, per me, falso poema tra i più grandi mai letti o di convenuta conoscenza.
L’omino pelato, umano totalmente, limitato dai verbi d’intorno ed indebolito dalla polvere bianca, dunque, contro il robot spacciato nell’illuminato, in realtà lucciola di decadenze, ma forte e senza limiti, anzi protetto.
Su quel Tour del 2000, abbiamo visto quanto il talento umano, possa superare il prodotto della scienza dell’uomo. Abbiamo scoperto che i centri nervosi, possono essere prodighi di luce propria ed indipendente dal fisico, ed abbiamo capito quanto riescano ad illuminare le fibre anche se minate. Marco, il Pirata, ha fatto traballare il Robot, lo ha sconfitto ben oltre la parziale intensità di Courchevel, ha urlato che si può. Per questo motivo, uno dei più squallidi disegni mai partoriti dalla mente umana, con la complicità subdola da Giuda di quel che restava di sapiens nel Robot, ha contribuito affinché ne fosse impedito un prosieguo. Era troppo, avrebbe ucciso la scienza matematica e disarcionato disegni.
Ci sarà un altro come Marco, nel ciclismo? Così, penso proprio di no, ma almeno voglio sperare nei similari da curare e spingere verso l’incrinatura di chi non vede altro che le conte, di chi crede alle favole degli atleti realmente puliti nello sport, aldilà della prammatica giuridica di convenienza e di quel pubblico intriso di “citrullismo”, che fa da oca di risonanza per dirigenti infinitesimali. Potrà esserci forse ancora un grande scalatore, ma un artista come Pantani, non tornerà mai più.

Maurizio (Morris) Ricci