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Talento e quel "di più"....
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<blockquote data-quote="&quot;Morris&quot;" data-source="post: 1415397" data-attributes="member: 8345"><p>Tutta l'umanità è passione; senza passione, la religione, la storia, i romanzi, l'arte sarebbero inefficaci. (Honoré de Balzac) </p><p> </p><p>Il danaro fa vivere meglio, proprio come una belva che sè appena sfamata. (M.R) </p><p> </p><p>Ogni scritto ha un valore. Mal che vada, fa emergere un sondaggio (M.R) </p><p> </p><p>Sabato mattina, un gruppo di studenti mi ha particolarmente stuzzicato. Una parte di loro a difendere la linea bacchettona dello sportivo che deve sciogliersi nella condotta di chi porta la veste talare, quindi sacrifici, privazioni gioventù nel cassetto, limpidezza e dribbling verso ogni scorciatoia chimica eccetera, ed una seconda, meno ipocrita e più realista, disponibile a concedere al bravo atleta un giusto missaggio di strappi, proprio perché nel volerli e richiamarli, ci può essere la spinta proveniente dal talento e dalla sua tutela. A ben pensarci, due correnti di pensiero che si possono scontrare ovunque, anche su generazioni non proprio giovani. Ancor più interessante, la particolarità generatrice dellincontro, la quale, partendo dallo studio delle alchimie gravitanti sullo sport tutto, ha voluto focalizzare lattenzione sullunica disciplina che paga, con relativo sput.tanamento (loro definizione), questo trend comune: il ciclismo. Un tema scelto da quei giovani, non già da me, che mi ha aperto un viale inaspettato e stimolante, in grado di non fermarsi alla vastità del corredo dopante, ma di spingersi verso quella attualità che si vede comunemente come futuribile e che, invece, ci passa sotto il naso con numeri ed entità disarmanti. </p><p>Nellera del genetico, ovviamente mai narrato per non rompere quel giocattolo che tanto bene sta, a quei dirigenti di sport così bravi a battere i politici nella corsa per la maglia nera, è ancora possibile fare differenze sul percorso dello sport di vertice? Come si spiegano le diverse sopportazioni dellacido lattico negli atleti? E qual è il fulcro che fa partire la genesi più illuminata della grande prestazione? Può bastare lormai vetusta ed unica spiegazione, basata sul duro lavoro di allenamenti sempre più intensi per numeri e morfologie? Domande a cui il mio sforzo, come quello di altri, può solo abbozzare, per ora, una pista logica, che si fonda su conoscenze più statistiche che gnoseologiche. Domande che divengono dirompenti di fronte al fenomeno, per chi in questi anni ha russato sulle evidenze, che dalla Giamaica ci mostra una faccia stravolgente non solo per quei pensieri comuni tinti di alchimie, ma pure per un approccio alla concentrazione del gesto e del conseguente scarico, mai visto nella storia dello sport. Alludo ovviamente ad Usain Bolt, lunico vero totem dellattualità di questo mondo, che non si spiega, ripeto solo coi comuni e totali intermezzi ricostituenti e costruenti, ma aggiunge qualcosa da scoprire allalveo dei confini eccelsi del talento. </p><p> </p><p>Ma andiamo a scavare un po .evidenziando qualche spunto di riflessione, di cui ho parlato con quei giovani, discusso con successo in Francia e trovando interessi in Mura, partendo proprio da quello scherzo di natura, come lo ha definito e circoscritto metaforicamente un mio amico medico di grande valore. </p><p>Voglio essere ottimista, contrariamente al mio solito e provo a spezzare una lancia di speranza, nella battaglia allomologazione di quella scienza, figlia della parte del cervello umano conosciuto, che si fonda quasi esclusivamente sulla matematica. Lo voglio fare guardando al genio stesso della natura, che ha creato un essere dal fisico certo forte ed adattabile, proprio perchè sovrintende su di lui un computer che, a differenza delle macchine integrate da definizione e totalmente bisognose di dati, è in grado di pensare da solo, ed i cui confini, come detto, sono solo in piccolissima parte conosciuti: il cervello, appunto. Di lì parte tutto, soprattutto quello che può produrre le differenze in ogni campo dellazione umana. Un contenitore, una scatola bianca come il bianco della luce, che non è un circuito di numeri come siamo abituati a vedere e ragionare, ma un cumulo di spie che vengon definite sensazioni: già, proprio quegli input che han fatto stellare il talento supremo di Marco Pantani. Un insieme di istinti e richiami, di voci e derivazioni, di forza e di trasmissioni. </p><p>Guardiamo latleta, dunque. </p><p> </p><p> </p><p>Da tempo qualcuno ci vuole insegnare a calcolare le risposte sul fisico in termini di forza e potenza, di fronte alla resistenza di percorso, proprio come una gigantesca e tridimensionale legge di Ohm. Si producono addirittura delle scale, delle formule, si imbratta il tutto sulla spinta della sperimentazione chimica, come se latleta fosse solo una macchina o quel computer che siamo abituati a concepire dopo linserimento dei dati. Si tratta, ancora una volta, di conti che dimenticano, ad esempio, aspetti di lettura sconosciuta, ma pur sempre esistenti e dimostrativi di un qualcosa che si aggiunge, che non si può determinare con una formula, di un perché che non si sa ancora spiegare, proprio come le diverse reazioni che hanno gli atleti di fronte al lattacido. Anche sulla loro capacità di recupero, nessun diagramma o calcolo è completamente convincente, o prodigo di spiegazione totale, quindi inappellabile. Su questi tasselli dellazione atletica, non ci sono VAM o altri formulari che tengano, non ci sono calcoli possibili: è tutto da scoprire, ed ognuno è diverso dallaltro (come lo è fisicamente, almeno fino alloggi). Eppure, qualcuno nello sport ci ha già studiato sopra e non si trattava dei santoni che tanto piacciono agli sportivi odierni, ma tecnici e divulgatori di tempi che paiono antichi, vista lodierna frenesia. Alludo particolarmente ad un grande che, nel pieno degli anni cinquanta, si permetteva di spingere gli occhi sulle capacità che stanno nei nostri centri nervosi e sul pianeta che possono aprire. Lui, per intenderci, è uno dei pochi italiani dellintera storia, ad essere stato invitato a svolgere conferenze ad Harvard. Si chiamava Giorgio Oberweger, ed in lui non cera nulla, proprio nulla di quei cromosomi che fanno scimmiottare grandezza i papocchi odierni, tipo Michele Ferrari o Luigi Cecchini. Era stato un grande atleta, ma viveva e concepiva lo sport dallunico angolo in cui è possibile farlo parlare nel bene: la passione. Certo, quella gioia intensa che riempie le tempie e che ti fa mordere le nuvole, nel lato opposto di quando sei vinto dallacido lattico imperversante di una gara di 400hs. Quella consapevolezza che un gesto apparentemente solo atletico possa significare messaggio, innalzi la cultura e la voglia di volare alla ricerca dellincenso della vita. In queste direzioni si son mossi degli esperimenti che allargavano gli orizzonti delleffetto placebo, attraverso naturali e, per questo, banalissimi appoggi. Aspetti minori per limmaginario collettivo, ma col pregio di non essere inquinati dalla chimica e indirizzati verso una realtà della sperimentazione, in grado di tradursi in grandi passi in avanti nella comprensione delle potenzialità del genere umano. Ecco allora, venire a galla le intuizioni di un Carlo Thranhardt sullaiuto musicale, il gusto del volo che portò Dick Fosbury ad invertire, sposando la naturalezza e listinto, quello che gli avevano insegnato. Ecco echeggiare la ricerca di leggerezza nella gestualità istintiva di Debbie Brill, la simbiosi dellaffetto della gente, tradotta nello stimolo nervoso di Volodia Yashchenko; il triste ed inverso freno istantaneo, nato da una lite che toccava il cuore, fatale ad Eugenio Castellotti. Indi il bisogno, nellego, di trasformare il ferro in muscolo di Barry Sheene, il motivato dormire in corsa di Gelindo Bordin; il senso dellincanto e della cordialità di Rod Laver, come leva psicologica per muovere al meglio il polso fino a tradurre in lama limpatto con la pallina. Ecco il gelato, tonificante liberazione per Charly Gaul, lanticonvenzionalità di vita fino a sfiorare lincesto, come fattore di concentrazione per la prestazione, di un Jacques Anquetil; il ricercato sorriso angelico sulla tristezza di fondo, atto certo ad aggraziare i cuori femminili, ma pronto a disarcionare gli avversari del breve e tragico Gèrard Saint. Ecco il carica batterie degli spazi infiniti, per raccontarsi al mondo ed a se stesso, per essere, insomma, Salvador Sanchez, oppure gli occhi trasformati in aculei di Mohammed Alì, fissi sui volti degli avversari, per rendere loro montanti aggiuntivi e spesso precipui. E come dimenticare il bacio lungo, appassionato, intenso, nellunione dei corpi per immortalare lamore, ed aggraziare il ghiaccio di Ekaterina Gordeeva e Sergei Grinkov? Oppure la memorizzazione automatica ed assiomatica della pista, per riguadagnare con gli interessi il tempo perduto in spinta, del rosso volante Eugenio Monti. Ecco limmedesimarsi di Peter Norman, nel levriero che insegue i miti Smith e Carlos fino ad eleggersi, con la gara della vita, in un quadro di storia, oppure lazzeramento della quotidianità atletica e di risultanze, per liberare il proprio massimo richiamo un giorno ogni quattro anni, di Al Oerter, E che dire dellamore verso il Sole, come ancestrale messaggio di spinta, per involarsi sulle praterie ed evitare placcaggi di Joan Lumu? Oppure la carica ed il monito per stuzzicare le facoltà dei compagni in un perfetto assioma di squadra, consistente in un palleggio infinito dei leader negli spogliatoi, prima della partita e durante lintervallo, traducibile in una filastrocca a mo di grafico: Di Stefano-muro-Puskas-muro-Di Stefano-muro-Puskas. </p><p>Potrei andare avanti ore, ma mi fermo per il tempo sempre tiranno. Resta il valore di non aver volutamente menzionato solo dei grandissimi, diversi sono solo dei medi nella storia dello sport. E non ho menzionato, per rimanere su quel ciclismo che protagonista di questo luogo, Marco Pantani, colui che rappresentava, come nessuno, un coacervo di echi sconosciuti al troppo definito razionale dellosservatorio scientifico. </p><p> </p><p>segue</p></blockquote><p></p>
[QUOTE=""Morris", post: 1415397, member: 8345"] Tutta l'umanità è passione; senza passione, la religione, la storia, i romanzi, l'arte sarebbero inefficaci. (Honoré de Balzac) Il danaro fa vivere meglio, proprio come una belva che sè appena sfamata. (M.R) Ogni scritto ha un valore. Mal che vada, fa emergere un sondaggio (M.R) Sabato mattina, un gruppo di studenti mi ha particolarmente stuzzicato. Una parte di loro a difendere la linea bacchettona dello sportivo che deve sciogliersi nella condotta di chi porta la veste talare, quindi sacrifici, privazioni gioventù nel cassetto, limpidezza e dribbling verso ogni scorciatoia chimica eccetera, ed una seconda, meno ipocrita e più realista, disponibile a concedere al bravo atleta un giusto missaggio di strappi, proprio perché nel volerli e richiamarli, ci può essere la spinta proveniente dal talento e dalla sua tutela. A ben pensarci, due correnti di pensiero che si possono scontrare ovunque, anche su generazioni non proprio giovani. Ancor più interessante, la particolarità generatrice dellincontro, la quale, partendo dallo studio delle alchimie gravitanti sullo sport tutto, ha voluto focalizzare lattenzione sullunica disciplina che paga, con relativo sput.tanamento (loro definizione), questo trend comune: il ciclismo. Un tema scelto da quei giovani, non già da me, che mi ha aperto un viale inaspettato e stimolante, in grado di non fermarsi alla vastità del corredo dopante, ma di spingersi verso quella attualità che si vede comunemente come futuribile e che, invece, ci passa sotto il naso con numeri ed entità disarmanti. Nellera del genetico, ovviamente mai narrato per non rompere quel giocattolo che tanto bene sta, a quei dirigenti di sport così bravi a battere i politici nella corsa per la maglia nera, è ancora possibile fare differenze sul percorso dello sport di vertice? Come si spiegano le diverse sopportazioni dellacido lattico negli atleti? E qual è il fulcro che fa partire la genesi più illuminata della grande prestazione? Può bastare lormai vetusta ed unica spiegazione, basata sul duro lavoro di allenamenti sempre più intensi per numeri e morfologie? Domande a cui il mio sforzo, come quello di altri, può solo abbozzare, per ora, una pista logica, che si fonda su conoscenze più statistiche che gnoseologiche. Domande che divengono dirompenti di fronte al fenomeno, per chi in questi anni ha russato sulle evidenze, che dalla Giamaica ci mostra una faccia stravolgente non solo per quei pensieri comuni tinti di alchimie, ma pure per un approccio alla concentrazione del gesto e del conseguente scarico, mai visto nella storia dello sport. Alludo ovviamente ad Usain Bolt, lunico vero totem dellattualità di questo mondo, che non si spiega, ripeto solo coi comuni e totali intermezzi ricostituenti e costruenti, ma aggiunge qualcosa da scoprire allalveo dei confini eccelsi del talento. Ma andiamo a scavare un po .evidenziando qualche spunto di riflessione, di cui ho parlato con quei giovani, discusso con successo in Francia e trovando interessi in Mura, partendo proprio da quello scherzo di natura, come lo ha definito e circoscritto metaforicamente un mio amico medico di grande valore. Voglio essere ottimista, contrariamente al mio solito e provo a spezzare una lancia di speranza, nella battaglia allomologazione di quella scienza, figlia della parte del cervello umano conosciuto, che si fonda quasi esclusivamente sulla matematica. Lo voglio fare guardando al genio stesso della natura, che ha creato un essere dal fisico certo forte ed adattabile, proprio perchè sovrintende su di lui un computer che, a differenza delle macchine integrate da definizione e totalmente bisognose di dati, è in grado di pensare da solo, ed i cui confini, come detto, sono solo in piccolissima parte conosciuti: il cervello, appunto. Di lì parte tutto, soprattutto quello che può produrre le differenze in ogni campo dellazione umana. Un contenitore, una scatola bianca come il bianco della luce, che non è un circuito di numeri come siamo abituati a vedere e ragionare, ma un cumulo di spie che vengon definite sensazioni: già, proprio quegli input che han fatto stellare il talento supremo di Marco Pantani. Un insieme di istinti e richiami, di voci e derivazioni, di forza e di trasmissioni. Guardiamo latleta, dunque. Da tempo qualcuno ci vuole insegnare a calcolare le risposte sul fisico in termini di forza e potenza, di fronte alla resistenza di percorso, proprio come una gigantesca e tridimensionale legge di Ohm. Si producono addirittura delle scale, delle formule, si imbratta il tutto sulla spinta della sperimentazione chimica, come se latleta fosse solo una macchina o quel computer che siamo abituati a concepire dopo linserimento dei dati. Si tratta, ancora una volta, di conti che dimenticano, ad esempio, aspetti di lettura sconosciuta, ma pur sempre esistenti e dimostrativi di un qualcosa che si aggiunge, che non si può determinare con una formula, di un perché che non si sa ancora spiegare, proprio come le diverse reazioni che hanno gli atleti di fronte al lattacido. Anche sulla loro capacità di recupero, nessun diagramma o calcolo è completamente convincente, o prodigo di spiegazione totale, quindi inappellabile. Su questi tasselli dellazione atletica, non ci sono VAM o altri formulari che tengano, non ci sono calcoli possibili: è tutto da scoprire, ed ognuno è diverso dallaltro (come lo è fisicamente, almeno fino alloggi). Eppure, qualcuno nello sport ci ha già studiato sopra e non si trattava dei santoni che tanto piacciono agli sportivi odierni, ma tecnici e divulgatori di tempi che paiono antichi, vista lodierna frenesia. Alludo particolarmente ad un grande che, nel pieno degli anni cinquanta, si permetteva di spingere gli occhi sulle capacità che stanno nei nostri centri nervosi e sul pianeta che possono aprire. Lui, per intenderci, è uno dei pochi italiani dellintera storia, ad essere stato invitato a svolgere conferenze ad Harvard. Si chiamava Giorgio Oberweger, ed in lui non cera nulla, proprio nulla di quei cromosomi che fanno scimmiottare grandezza i papocchi odierni, tipo Michele Ferrari o Luigi Cecchini. Era stato un grande atleta, ma viveva e concepiva lo sport dallunico angolo in cui è possibile farlo parlare nel bene: la passione. Certo, quella gioia intensa che riempie le tempie e che ti fa mordere le nuvole, nel lato opposto di quando sei vinto dallacido lattico imperversante di una gara di 400hs. Quella consapevolezza che un gesto apparentemente solo atletico possa significare messaggio, innalzi la cultura e la voglia di volare alla ricerca dellincenso della vita. In queste direzioni si son mossi degli esperimenti che allargavano gli orizzonti delleffetto placebo, attraverso naturali e, per questo, banalissimi appoggi. Aspetti minori per limmaginario collettivo, ma col pregio di non essere inquinati dalla chimica e indirizzati verso una realtà della sperimentazione, in grado di tradursi in grandi passi in avanti nella comprensione delle potenzialità del genere umano. Ecco allora, venire a galla le intuizioni di un Carlo Thranhardt sullaiuto musicale, il gusto del volo che portò Dick Fosbury ad invertire, sposando la naturalezza e listinto, quello che gli avevano insegnato. Ecco echeggiare la ricerca di leggerezza nella gestualità istintiva di Debbie Brill, la simbiosi dellaffetto della gente, tradotta nello stimolo nervoso di Volodia Yashchenko; il triste ed inverso freno istantaneo, nato da una lite che toccava il cuore, fatale ad Eugenio Castellotti. Indi il bisogno, nellego, di trasformare il ferro in muscolo di Barry Sheene, il motivato dormire in corsa di Gelindo Bordin; il senso dellincanto e della cordialità di Rod Laver, come leva psicologica per muovere al meglio il polso fino a tradurre in lama limpatto con la pallina. Ecco il gelato, tonificante liberazione per Charly Gaul, lanticonvenzionalità di vita fino a sfiorare lincesto, come fattore di concentrazione per la prestazione, di un Jacques Anquetil; il ricercato sorriso angelico sulla tristezza di fondo, atto certo ad aggraziare i cuori femminili, ma pronto a disarcionare gli avversari del breve e tragico Gèrard Saint. Ecco il carica batterie degli spazi infiniti, per raccontarsi al mondo ed a se stesso, per essere, insomma, Salvador Sanchez, oppure gli occhi trasformati in aculei di Mohammed Alì, fissi sui volti degli avversari, per rendere loro montanti aggiuntivi e spesso precipui. E come dimenticare il bacio lungo, appassionato, intenso, nellunione dei corpi per immortalare lamore, ed aggraziare il ghiaccio di Ekaterina Gordeeva e Sergei Grinkov? Oppure la memorizzazione automatica ed assiomatica della pista, per riguadagnare con gli interessi il tempo perduto in spinta, del rosso volante Eugenio Monti. Ecco limmedesimarsi di Peter Norman, nel levriero che insegue i miti Smith e Carlos fino ad eleggersi, con la gara della vita, in un quadro di storia, oppure lazzeramento della quotidianità atletica e di risultanze, per liberare il proprio massimo richiamo un giorno ogni quattro anni, di Al Oerter, E che dire dellamore verso il Sole, come ancestrale messaggio di spinta, per involarsi sulle praterie ed evitare placcaggi di Joan Lumu? Oppure la carica ed il monito per stuzzicare le facoltà dei compagni in un perfetto assioma di squadra, consistente in un palleggio infinito dei leader negli spogliatoi, prima della partita e durante lintervallo, traducibile in una filastrocca a mo di grafico: Di Stefano-muro-Puskas-muro-Di Stefano-muro-Puskas. Potrei andare avanti ore, ma mi fermo per il tempo sempre tiranno. Resta il valore di non aver volutamente menzionato solo dei grandissimi, diversi sono solo dei medi nella storia dello sport. E non ho menzionato, per rimanere su quel ciclismo che protagonista di questo luogo, Marco Pantani, colui che rappresentava, come nessuno, un coacervo di echi sconosciuti al troppo definito razionale dellosservatorio scientifico. segue [/QUOTE]
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