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Talento e quel "di più"....
Testo
<blockquote data-quote="&quot;Morris&quot;" data-source="post: 1415400" data-attributes="member: 8345"><p>Abbiamo dunque visto inconsci richiami, gestualità, condotte, pronte ad essere scambiate per credenze, flemme, smorfie, superstizioni, o al limite effetti placebo, ma in realtà ognuno di quei casi, traccia sfondamenti tenui o più intensi nei confini risaputi dei centri nervosi, talvolta anche in negativo. Allora, quando insegneremo che luso della testa, anche in maniera irrazionale al credo di quei modestissimi tecnici che sono i diesse del ciclismo, o, più pomposamente, di quei dottori che fanno i preparatori ormai unici di questo sport, saremo in grado di attenuare le concezioni dirette della chimica e trasmetteremo agli atleti un input nuovo, che dovrebbe fungere da plusvalore nella prestazione. </p><p>Saranno possibili questi modus anche di fronte al doping genetico, già tanto presente ed invisibile ai test antidoping? Se lo sapessi me ne starei sul fiume a cantare vittorie e indirizzi, oppure mi adagerei allinvolontario ruolo di testimone vivente di ciò che fu, come in Fahreneit 451. Voglio sperare che sia possibile, anzi in fondo ne sono intimamente convinto, per continuare ad amare e divulgare, per dare un senso al passato, ed una via ai più giovani. Non ho altra strada che continuare a trasformarmi in un piccolo Oberweger. Voglio dunque persistere nello spiegare agli atleti la conoscenza di se stessi, ed avviare con loro la ricerca di quegli stimoli inconsci, che possono scatenare, ad esempio, nel singoli pedalatori, quel di più che la chimica non da. La parola chiave è Amore verso lo Sport, da viversi nel non conformismo, senza risparmiare motivate frecciate a chi ha cementato, fino ad oggi, linee sì decadenti. </p><p>Una via concreta alla speranza, la trovo nelle gesta e nelle risposte di Marco Pantani di fronte al Golia frutto totale della scienza Lance Armstrong. Niente, nella storia dello sport è stato più significativo: due epigoni a confronto. Da una parte un Pirata in tutto, nelle concezioni, nella naturalità esemplare di un talento imperioso ed imperiale; insanguinato, sfregiato e limitato dal vortice criminale che sa produrre luomo quando volge lo sguardo ai suoi difetti, alla sua voglia di dominio, al suo essere incapace di scansare linvidia quando si trova di fronte allammirazione. Sì, un Marco ai limiti minimi, nati da un insieme contro di lui, ed i significati che si portava gemelli; un ragazzo che innalzava lumana reattività per rimanere diverso dallangelo perfetto delle memorie di una cultura a cui, ugualmente, tanto savvicinava. Un uomo che concepiva il sapiens per vivere credi profondi e dinamiche da essere non divino e, proprio per questo, straordinario nel suo inno alla vita e al domani di essere umano. Un atleta che sapendosi impossibile, di fronte ad un disegno precostituito di incancellabile capro espiatorio, si distruggeva di cocaina e si indeboliva, come altri, magari elettisi censori, forti della pochezza dellipocrisia imbevuta in un bugiardo Atto di Dolore, di fronte alla disperazione si ubriacano, o fumano formando ciminiere. Certo, un ragazzo che ho conosciuto poco più che bambino, buono e sensibile, particolare come chi possiede forme artistiche definite, sempre possibile di lettura distorta o di pia fesseria, per chi è abituato a non discostarsi dal tetro mortale delle conte dei numeri. Un artista supremo: quindi, uno vicinissimo alla perfezione che si lascia agli orizzonti umani, fatti come si dovrebbe sempre ammettere, di bellissime imperfezioni. </p><p>Dallaltra, il frutto costruito robot delle totali concezioni matematiche. Innalzato e protetto dal volere di un disegno consistente in danari e programmi, idioma di perfezione di quanto luomo possa essere soggiogante nel dominio dellessere, sullessere. Incipriato da una storia ingigantita con scopi e incubatrice perfetta di sperimentazioni ed intrecci, sulla materia ed i suoi composti. Un robot che pedalava le formule, senza fantasia e senza lampi di credo. Bruttissimo, unico, e, per me, falso poema tra i più grandi mai letti o di convenuta conoscenza. </p><p>Lomino pelato, umano totalmente, limitato dai verbi dintorno ed indebolito dalla polvere bianca, dunque, contro il robot spacciato nellilluminato, in realtà lucciola di decadenze, ma forte e senza limiti, anzi protetto. </p><p>Su quel Tour del 2000, abbiamo visto quanto il talento umano, possa superare il prodotto della scienza delluomo. Abbiamo scoperto che i centri nervosi, possono essere prodighi di luce propria ed indipendente dal fisico, ed abbiamo capito quanto riescano ad illuminare le fibre anche se minate. Marco, il Pirata, ha fatto traballare il Robot, lo ha sconfitto ben oltre la parziale intensità di Courchevel, ha urlato che si può. Per questo motivo, uno dei più squallidi disegni mai partoriti dalla mente umana, con la complicità subdola da Giuda di quel che restava di sapiens nel Robot, ha contribuito affinché ne fosse impedito un prosieguo. Era troppo, avrebbe ucciso la scienza matematica e disarcionato disegni. </p><p>Ci sarà un altro come Marco, nel ciclismo? Così, penso proprio di no, ma almeno voglio sperare nei similari da curare e spingere verso lincrinatura di chi non vede altro che le conte, di chi crede alle favole degli atleti realmente puliti nello sport, aldilà della prammatica giuridica di convenienza e di quel pubblico intriso di citrullismo, che fa da oca di risonanza per dirigenti infinitesimali. Potrà esserci forse ancora un grande scalatore, ma un artista come Pantani, non tornerà mai più.</p><p></p><p>Maurizio (Morris) Ricci</p></blockquote><p></p>
[QUOTE=""Morris", post: 1415400, member: 8345"] Abbiamo dunque visto inconsci richiami, gestualità, condotte, pronte ad essere scambiate per credenze, flemme, smorfie, superstizioni, o al limite effetti placebo, ma in realtà ognuno di quei casi, traccia sfondamenti tenui o più intensi nei confini risaputi dei centri nervosi, talvolta anche in negativo. Allora, quando insegneremo che luso della testa, anche in maniera irrazionale al credo di quei modestissimi tecnici che sono i diesse del ciclismo, o, più pomposamente, di quei dottori che fanno i preparatori ormai unici di questo sport, saremo in grado di attenuare le concezioni dirette della chimica e trasmetteremo agli atleti un input nuovo, che dovrebbe fungere da plusvalore nella prestazione. Saranno possibili questi modus anche di fronte al doping genetico, già tanto presente ed invisibile ai test antidoping? Se lo sapessi me ne starei sul fiume a cantare vittorie e indirizzi, oppure mi adagerei allinvolontario ruolo di testimone vivente di ciò che fu, come in Fahreneit 451. Voglio sperare che sia possibile, anzi in fondo ne sono intimamente convinto, per continuare ad amare e divulgare, per dare un senso al passato, ed una via ai più giovani. Non ho altra strada che continuare a trasformarmi in un piccolo Oberweger. Voglio dunque persistere nello spiegare agli atleti la conoscenza di se stessi, ed avviare con loro la ricerca di quegli stimoli inconsci, che possono scatenare, ad esempio, nel singoli pedalatori, quel di più che la chimica non da. La parola chiave è Amore verso lo Sport, da viversi nel non conformismo, senza risparmiare motivate frecciate a chi ha cementato, fino ad oggi, linee sì decadenti. Una via concreta alla speranza, la trovo nelle gesta e nelle risposte di Marco Pantani di fronte al Golia frutto totale della scienza Lance Armstrong. Niente, nella storia dello sport è stato più significativo: due epigoni a confronto. Da una parte un Pirata in tutto, nelle concezioni, nella naturalità esemplare di un talento imperioso ed imperiale; insanguinato, sfregiato e limitato dal vortice criminale che sa produrre luomo quando volge lo sguardo ai suoi difetti, alla sua voglia di dominio, al suo essere incapace di scansare linvidia quando si trova di fronte allammirazione. Sì, un Marco ai limiti minimi, nati da un insieme contro di lui, ed i significati che si portava gemelli; un ragazzo che innalzava lumana reattività per rimanere diverso dallangelo perfetto delle memorie di una cultura a cui, ugualmente, tanto savvicinava. Un uomo che concepiva il sapiens per vivere credi profondi e dinamiche da essere non divino e, proprio per questo, straordinario nel suo inno alla vita e al domani di essere umano. Un atleta che sapendosi impossibile, di fronte ad un disegno precostituito di incancellabile capro espiatorio, si distruggeva di cocaina e si indeboliva, come altri, magari elettisi censori, forti della pochezza dellipocrisia imbevuta in un bugiardo Atto di Dolore, di fronte alla disperazione si ubriacano, o fumano formando ciminiere. Certo, un ragazzo che ho conosciuto poco più che bambino, buono e sensibile, particolare come chi possiede forme artistiche definite, sempre possibile di lettura distorta o di pia fesseria, per chi è abituato a non discostarsi dal tetro mortale delle conte dei numeri. Un artista supremo: quindi, uno vicinissimo alla perfezione che si lascia agli orizzonti umani, fatti come si dovrebbe sempre ammettere, di bellissime imperfezioni. Dallaltra, il frutto costruito robot delle totali concezioni matematiche. Innalzato e protetto dal volere di un disegno consistente in danari e programmi, idioma di perfezione di quanto luomo possa essere soggiogante nel dominio dellessere, sullessere. Incipriato da una storia ingigantita con scopi e incubatrice perfetta di sperimentazioni ed intrecci, sulla materia ed i suoi composti. Un robot che pedalava le formule, senza fantasia e senza lampi di credo. Bruttissimo, unico, e, per me, falso poema tra i più grandi mai letti o di convenuta conoscenza. Lomino pelato, umano totalmente, limitato dai verbi dintorno ed indebolito dalla polvere bianca, dunque, contro il robot spacciato nellilluminato, in realtà lucciola di decadenze, ma forte e senza limiti, anzi protetto. Su quel Tour del 2000, abbiamo visto quanto il talento umano, possa superare il prodotto della scienza delluomo. Abbiamo scoperto che i centri nervosi, possono essere prodighi di luce propria ed indipendente dal fisico, ed abbiamo capito quanto riescano ad illuminare le fibre anche se minate. Marco, il Pirata, ha fatto traballare il Robot, lo ha sconfitto ben oltre la parziale intensità di Courchevel, ha urlato che si può. Per questo motivo, uno dei più squallidi disegni mai partoriti dalla mente umana, con la complicità subdola da Giuda di quel che restava di sapiens nel Robot, ha contribuito affinché ne fosse impedito un prosieguo. Era troppo, avrebbe ucciso la scienza matematica e disarcionato disegni. Ci sarà un altro come Marco, nel ciclismo? Così, penso proprio di no, ma almeno voglio sperare nei similari da curare e spingere verso lincrinatura di chi non vede altro che le conte, di chi crede alle favole degli atleti realmente puliti nello sport, aldilà della prammatica giuridica di convenienza e di quel pubblico intriso di citrullismo, che fa da oca di risonanza per dirigenti infinitesimali. Potrà esserci forse ancora un grande scalatore, ma un artista come Pantani, non tornerà mai più. Maurizio (Morris) Ricci [/QUOTE]
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