Magari io sono una mosca bianca, ma provo a dire la mia.
Quoto Warsaw, perché penso apprezzi i miei racconti.:)
Non mi è mai piaciuta la competizione, fin da quando ero piccolo.
Ho iniziato a 10 anni con latletica, ma nelle gare mi sentivo sempre a disagio, non capivo il perché tutte quelle persone si trovavano insieme e invece di ridere e scherzare, erano così serie e concentrate nel tentativo di battere gli altri.
Stufo di quel mondo, un bel giorno inizio ad andare in bici, da solo, e mi accorgo di come è bello girare il mondo, e di come la fatica pian piano lascia il posto alla gioia di raggiungere luoghi che pensavo inarrivabili. Poi arrivano inevitabili i primi confronti, e le prime soddifazioni: superare qualcuno in salita, staccare un altro con uno scatto.... e così, senza accorgermene, ero cascato di nuovo, e (peggio ancora!) questa volta per mia volontà, in quel tunnel da cui ero fuggito. Allenamenti, sacrifici, gare, fino a perdere il vero motivo per cui ero salito su una bici, fino a perdere quasi tutto il gusto vero di pedalare. Per questo a un certo punto ho abbandonato il ciclismo, e l'ho fatto per anni: era diventato per me una continua competizione contro il mondo, contro ogni possibile avversario; ma contro cosa, in fondo? e per dimostrare cosa? di essere più forte, più veloce? Ancora una volta non capivo più il senso di queste cose.
Ho ripreso qualche anno fa, con una bici presa usata, e giravo per le strade come i primi tempi, senza nemmeno il conta Km, la prima vera forma schiavitù, perchè misurare la velocità è già uno stimolo a voler fare confronti, a stressarsi per un numero scritto sul computerino. Ho pedalato per molto tempo solo quando mi andava, solo nei giorni di sole, senza maglietta, per gustare di nuovo laria e il senso di libertà e di completezza che 2 ruote possono dare.
Ora ho ricominciato ad uscire più spesso, a fare tanti km e a pedalare con un gruppo, ma lo faccio con una maggior consapevolezza, quella di sapere come sono e cosa voglio. E non chiamo le mie uscite allenamenti", no io pedalo e basta, scatto ancora sui pedali e supero qualcuno ma poi mi giro e gli sorrido, gli parlo.
Certo mi piace ancora fare uscite dure, superare i miei limiti, cercare di andare più forte, ma solo come ricerca di me stesso. Nella fatica (non nella sfida) mi sembra di riuscire a comprendere qualcosa di più di me e del mondo. Non so a cosa serve, ma mi fa sentire meglio, meglio di come stavo prima.
Nel frattempo ho imparato ad amare altre discipline, mi sono riavvicinato alle camminate in montagna, dove si può andare solitari per ore e non sentirsi mai soli, dove non cè tempo, ma un silenzio che riempie ed insegna, dove non cè sfida, ma solo rispetto per qualcosa di eterno e grande.
E forse ho anche capito il perché dei miei molti passi falsi, infatti dallaltro lato, vedo che la nostra è una società intrisa da cima a fondo di confronto e di competizione: da quando nasci, e già tutto di te è stato misurato e quantificato, a quando a scuola devi dimostrare di essere bravo, a quando tutti si aspettano che tu abbia una carriera brillante, un lavoro remunerativo, una bella macchina, una bella casa, una bella moglie.....
Io vedo tutto ciò come una grande malattia, come una inconsapevole follia collettiva. Qualcuno dirà che grazie a questa follia, il mondo ha fatto enormi progressi in pochissimi anni. Tutto vero, infatti compriamo costosi e fantascientifici telai in carbonio, ma poi ci commuoviamo davanti un capolavoro artigiano in acciaio di 20 anni fa.
E poi guardatevi intorno: siamo davvero felici, o anche solo sereni?
Senza falsi moralismi.
Andrea
Provo a rispondere io...
perché credo che siamo abbastanza in sintonia...
Quello che dici è assolutamente condivisibile!!
soprattutto quanto dici sulla malattia del "dimostrare",
cioè dell'avere invece che dell'essere...e non solo nel
ciclismo.
Però mi fa piacere pensare che la maggior parte di quei ciclisti
che di domenica partecipano alle competizioni
poi al sabato fanno i cicloturisti, magari da soli,
percorrendo strade nuove, alla ricerca di
un necessario equilibrio interno e, perché no, di
una trattoria dove stringere rapporti di amicizia!!
E solo una esigua parte invece si accanisce
tra allenamenti e balle varie per spingere sempre
più forte...
Poi la malattia della competizione tende a
scemare in modo del tutto naturale con l'età...
E forse è giusto così: cioè che in giovane età
si sia attratti da quei condizionamenti sociali da
cui (quasi) tutti siamo colpiti...per poi capire con gli anni
che si tratta solo di stronzate che ti fanno
solo che star male!!
Poi ci sono quegli individui molto particolari
che riescono a trovare la loro personalità
già in giovane età!!
Sto parlando di quelli come te che trovano
velocemente la propria strada...e che in parte invidio!!
Ecco la differnza forse è tutta qui:
tu sei riuscito a trovare un equilibrio
prima di altri...ma, per fortuna, prima o poi
gli uominisani trovano sempre il loro equilibrio.
Ciao e grazie per le tue parole.


