Veronesi: «Siamo sicuri che l’Epo faccia male? Liberalizziamo»
Professor Veronesi, dove nasce il suo amore per il ciclismo?
«In Valtellina, per le vacanze. Partivamo da Bormio o da Chiesa di Valmalenco e andavamo all’assalto di montagne che ci sembravano invalicabili. Lo Stelvio su tutte. Ma la mia impresa è una Milano-Sanremo. Partenza alle 3 del mattino e arrivo a Sanremo che era già notte. Dopo 300 chilometri…».
Ricorda la prima bici?
«Un regalo di mio fratello Antonio. Era nera e fatta in casa. Sì, negli anni Trenta si compravano telai,
ruote e movimenti per spendere meno e montarla col fai-da-te. Ero il quinto di 6 fratelli e finivo per ereditare: scarpe, vestiti e bici».
Il «suo» campione?
«Coppi! Aveva un fisico sgangherato e lo sguardo malinconico, ma appena saliva in bici diventava un dio. Ho seguito tutta la sua parabola da gregario a numero uno assoluto. E ho seguito anche la sua fine per la malaria non diagnosticata. Il professor Astaldi di Tortona che lo aveva in cura è stato un mio amico. Un medico eccezionale, un grande studioso. Quell’errore se l’è portato dentro come un pesante senso di colpa. Non si dava pace».
E i campioni di oggi?
«Massima stima. Ho conosciuto personalmente Cunego e Basso, ragazzi con la testa».
Quanto sport c’è nella sua vita?
«Tantissimo: soprattutto canottaggio e alpinismo. Poi il motociclismo. Ho vinto un titolo italiano con il 2con della Canottieri Olona e da giovane impazzivo per le arrampicate. La mia palestra era la Grigna e il Bernina era la mia vetta preferita».
E le moto?
«Un mio vecchio pallino. Ho avuto una Honda 350, poi una 750, una Kawasaki 1.100, una Guzzi 750 e infine la Guzzi Le Mans 850. Quella per me è “LA MOTO”. Tra i piloti ho amato Agostini, che si è pure prestato per un nostro spot contro il fumo. Lui e Facchetti. Campioni. Signori».
Niente calcio? Per chi fa il tifo?
«Sono contro il tifo. Per principio. Quando è esagerato è fuorviante, irrazionale, un segno di debolezza».
Il doping è il male del ciclismo, anzi dello sport.
«Me ne sono occupato anni fa come Ministro della Sanità senza trovare la via d’uscita. Sinceramente non ho una soluzione. Credo che sia una malattia sociale legata all’abuso di farmaci. Viviamo in un mondo che si aggrappa alle medicine anche quando non servono. A volte mi chiedo se non converrebbe liberalizzare il doping mettendo al bando solo ciò che fa davvero male. Prendete l’Epo: chi assicura che faccia male? Chi va in montagna per 15 giorni ottiene gli stessi effetti. Se il problema è etico e vogliamo mettere tutti sullo stesso piano, si può pensare di liberalizzare. Da liberale convinto, ho un approccio meno latino e più pragmatico: noi abbiamo il diritto, non il dovere, alla salute».
Si era detto disponibile a fare da garante per una squadra professionistica. Continua ad aver fiducia nel ciclismo?
«Certo. Il ciclismo si può fare, e bene, stando dentro le regole. Sono pronto a garantirlo. Avevamo avuto contatti con grandi sponsor e con Ivan Basso. La mia Fondazione avrebbe appoggiato l’iniziativa. E si può sempre fare».
Accettando la presidenza dell’agenzia per la sicurezza nucleare, ha lasciato l’incarico di senatore del Pd. La tragedia del Giappone ha riportato tra noi l’allarme nucleare, ma lei dice: «Non abbiate paura». Perché?
«Io dico non abbiate paura del nucleare in sé, come fonte di energia. L’atomo è una sorgente di energia pulita e potente. Capisco invece la paura degli incidenti agli impianti, come quello di Fukushima. Infatti ho chiesto al Governo una pausa di riflessione sul nuovo piano nucleare per studiare in profondità il problema sicurezza».
Ha dedicato la vita alla lotta al cancro senza averla completamente vinta. Ce la faremo?
«Penso di sì. La conoscenza del Dna ci ha fatto sperare di arrivare più in fretta al traguardo e questo entusiasmo ha portato a un eccessivo ottimismo sui tempi. Ma la via delle genetica è quella giusta: il cancro nasce da un danno al Dna e dunque lo troveremo e lo correggeremo. In alcuni casi il danno è già noto e la malattia è guaribile».
Lei diceva quando nessuno ci credeva.
«Più che altro ho sempre detto si può curare, e meglio».
Tre consigli basic per tutti.
«Non fumare, mangiare poco e vegetariano, fare attività fisica, anche limitata».
Lei non mangia carne.
«Certo, per motivi etici, perché amo gli animali e dunque non li mangio. Poi per motivi di salute. E’dimostrato che chi non mangia carne si ammala meno e vive meglio e più a lungo».
Ha detto che tra i diritti del paziente ci deve essere il diritto a rifiutare le cure. Qual è il confine tra il «no» all’accanimento terapeutico e l’eutanasia?
«Giuridicamente il confine è molto lontano, ma concettualmente entrambe hanno l’esito di anticipare la conclusione della vita. L’accanimento terapeutico è un ossimoro, perché accanimento è una parole di violenza e terapia è una parola d’amore perché significa prendersi cura. L’accanimento è piuttosto un’ostinazione da parte del medico a voler curare anche quando l’efficacia delle cure è molto improbabile».
Un consiglio al ministro dell’istruzione Gelmini.
«Non rinunci mai a valorizzare la ricerca scientifica».
Al ministro della Sanità?
«Attuare la riforma degli ospedali, che avevo preparato quando ero Ministro. Il nostro sistema sanitario è eccellente, ma il punto debole sono alcuni ospedali, non al passo coi tempi» . L’ultimo film che le è piaciuto? «”I ragazzi stanno bene”di Lisa Cholodenko. Penso che andrebbe proiettato nelle scuole: è un messaggio potente contro l’omofobia».
Lei ama soprattutto la poesia.
«Soprattutto poesia femminile. Anna Achmatova, Matrina Cvetaeva, Emily Dickinson e Marianne Moore le mie preferite».
Il suo ultimo libro è un omaggio alle donne.
«Penso che siano più adatte a gestire la società del domani per le caratteristiche biologiche e per la naturale tendenza all’armonia e alla pace. Le doti vincenti nel futuro».
Una grande donna che le è capitato di incrociare?
«Ne cito tre: nella biomedicina Rita Levi Montalcini, nell’astronomia Margherita Hack, nella letteratura Elsa Morante».
E un grande uomo?
«Nella medicina il mio maestro, professor Bucalossi, nella filosofia Norberto Bobbio, nel giornalismo e nella scrittura Indro Montanelli».
150 anni dopo, si può dire che l’Italia è unita?
«IlRisorgimento voleva un’Italia unita ma anche repubblicana e democratica, invece è nata una monarchia e non molto democratica. Certamente oggi, dopo 150 anni, le cose sono molto migliorate».
Lei canta l’inno di Mameli?
«Non l’ho mai amato, anche se ne capisco e ne rispetto lo spirito. Sono convinto che non esista una guerra giusta e che ogni battaglia è soltanto un omicidio collettivo. Penso dunque che l’inno italiano dovrebbe essere un inno alla pace» .
da «La Gazzetta dello Sport» del 5 aprile 2011 a firma Pier Bergonzi
Le parole del professor Umberto Veronesi hanno scatenato molte reazioni. Tra queste anche quela di Ivano Fanini, patron dell’a Amore&Vita che argomenta in maniera anche drammatica le sue critiche alle parole del celebre scienziato: «Siamo al paradosso. Il Prof. Umberto Veronesi, ex ministro della salute, Presidente del Comitato Scientifico della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, che sarà al prossimo Giro d’Italia a sostenere e incoraggiare stili di vita corretti, vorrebbe liberalizzare il doping. E si chiede: “Prendere l’epo, chi ci assicura che faccia male?” Proprio l’Epo che dagli anni Ottanta ad oggi ha causato molte giovani morti. Apprezzo il suo sostegno per il “No al fumo” e all’eccessivo ricorso ai farmaci, ma così si contraddice. Non può uno scienziato di questa levatura prima parlare di eccessivi ricorsi ai farmaci e poi voler liberalizzare una sostanza come l’Epo, usata in maniera impropria dai corridori. Perché va ricordato, l’Epo cura le anemie e altre patologie, non deve essere usato in questo modo. Noi dell’Amore & Vita già nel 1995 – prima della legge contro il fumo -abbiamo vestito i nostri atleti per una intera stagione, addirittura con l’appoggio della Lega contro i tumori, con una maglia da gara recante una vignetta dove una sigaretta parlante esclamava “grazie di non avermi acceso”. Prima di fare outing nel 1996 e iniziare la lotta al doping ho avuto in squadra tanti campioni e in questi anni sei di questi ragazzi e amici – che poi erano andati per la loro strada, arrivati e partiti dall’Amore & Vita – non ci sono più prt colpa dell’Epos e ancora oggi li piangono i loro familiari.
Sono morti tutti dai 25 ai 35 anni, e non è finita, perché ormai abbiamo perso il conto delle persone che stanno cadendo come birilli. Sono centinaia i giovani che nel ciclismo e anche negli altri sport muoiono, da anni viviamo un calvario giornaliero di campioni beccati in frode sportiva. È proprio di questo ultimo periodo che la più nota squadra di juniores, proprio grazie a me col caso Bani, è stata squalificata tutta a causa dell’eccessivo ricorso ai farmaci che facevano.
Il più noto Professore d’Italia sarebbe dell’idea di liberalizzare il doping e dobbiamo vederlo proprio al Giro con un vincitore già certo, Alberto Contador, che dovrebbe essere squalificato per il clenbuterolo, e invece continua a correre. Siamo proprio alla fine del ciclismo. Meno male che il Presidente del Coni Petrucci, meravigliato risponde a Veronesi: “Non se ne parla nemmeno”.
Di questi tempi, quando tutti dovremmo uscire dall’omertà, bisognerebbe allargare ancora di più i controlli su tutti i fronti per tutelare il futuro dei giovani, e invece leggiamo dichiarazioni come quelle di Veronesi. Il Procuratore capo Torri per le sue dichiarazioni è stato crocifisso, mentre Veronesi, sugli stessi quotidiani, viene celebrato. Siamo fuori del mondo.
E Veronesi deve venire proprio al Giro d’Italia, nell’anno del 150° anniversario dalla nascita del nostro paese unito, a danneggiare l’immagine del nostro paese, del nostro ciclismo e dei suoi colleghi scienziati? Non è ammissibile».