Ciao Andrea, cominciamo con il dire che l'ematocrito è la percentuale del volume del sangue occupta dalla componente cellulare:la restante è occupata dalla parte liquida o plasma. Il suo valore normale si situa dal 35 al 47% per le donne, mentre normalmente per il sesso maschile è più alto (42-52%).
è un indice molto importante nella valutazione di un eventuale stato anemico, poiché in tal caso il valore dell'ematocrito risulta diminuito.
Al contrario, tale valore aumenta in tutte quelle situazioni nelle quali si ha esuberante produzione di globuli rossi e di emoconcentrazione, con conseguente riduzione della frazione plasmatica del sangue (policitemia).
Esistono condizioni fisiologiche, come la gravidanza, in cui si instaura una cosiddetta "anemia fisiologica". Con questo termine si intende specificare che l'ematocrito, a causa dell'aumento della componente plasmatica del sangue, risulta "diluito", e si situa quindi a valori leggermente più bassi di quelli normalmente presenti nel sangue della donna al di fuori della gravidanza.
In alcuni sport, come il ciclismo, il regolamento impone un limite massimo al valore dell'ematocrito degli atleti per tutelare la loro salute e non per prevenire la pratica del doping. L'atleta il cui valore supera il limite viene escluso dalla competizione a scopo cautelativo, non squalificato in quanto un valore di ematocrito eccessivo non è considerato doping." (Fonte: Wikipedia)
Da questa definizione di ematocrito bisogna necessariamente partire per capire quello che è stato il motivo scatenante di tutta la "vicenda Pantani", un vero paradosso. Quel 5 Giugno 1999 il suo valore di ematocrito era inspiegabilmente pari al 52%, nonostante il suo valore medio si attestasse intorno al 45%. Un risultato del genere lascia sbigottiti, tenendo conto che era già stato controllato con la Maglia Rosa sulle spalle nei giorni precedenti.
Ma il centro della questione è, voglio ripeterlo, che avere un valore di ematocrito alto non ha nulla a che vedere con l'assunzione di sostanze dopanti. Nella stessa misura in cui era improbabile uno sbalzo così improvviso del valore di ematocrito, era altrettanto improbabile che Pantani avesse tentato una "furbata" a quel punto del Giro d'Italia. Insomma qualcosa non è mai quadrato e nulla è mai stato chiarito in merito, anche sul fatto che gli esami eseguiti autonomamente (ma non ammissibili come prova da parte dell'UCI) immediatamente dopo la squalifica risultarono in regola.
E' quindi evidente che nei fatti non è mai stato dimostrato che Marco Pantani fosse un dopato o che avesse assunto qualsiasi tipo di sostanza illecita nel corso della sua carriera; tantomeno a Madonna di Campiglio. Questo è il grande paradosso della vicenda Pantani.
Questo paradosso può essere allargato a tante altre vicende nel ciclismo degli ultimi dieci anni. Il ciclismo è l'unico sport in cui i corridori devono dare praticamente una reperibilità costante anche nei periodi senza gare al fine di essere sottoposti in ogni momento a controlli antidoping a sorpresa da parte delle società e dell'Unione Ciclistica Internazionale. Eppure è l'unico sport su cui viene gettato fango quotidianamente e che viene etichettato come lo sport "dei dopati", come se fosse l'unico in cui qualcuno, perché sempre di una minoranza si parla, bara.
Forse però è l'unico sport in cui la lotta al doping da parte della Federazione internazionale (la già citata UCI) fa poco o nulla per dare regole certe e soprattutto uguali per tutti.
Così dopo la recente Operacion Puerto che ha sconvolto il mondo del ciclismo si sono create situazioni a dir poco imbarazzanti per cui corridori sono stati denigrati e in alcuni casi squalificati o licenziati dalle loro squadre, senza prove praticamente solo sulla parola di qualcuno; altri invece sulle stesse basi sono stati lasciati liberi di continuare a correre e a vincere.
Tutto ciò per dire che il mondo del ciclismo andrebbe profondamente rivoluzionato ai cosiddetti "piani alti" e che anche il sacrificio sportivo (e purtroppo successivamente anche umano) di Marco Pantani è stato con tutta probabilità solamente un danno collaterale di qualche gioco di potere di cui, con altrettanta probabilità, non verremo mai a conoscenza.
Questa vicenda, peraltro mai chiarita e verificata fino in fondo, segnerà nel profondo l'animo di Marco, più della sua cronica sfortuna e degli incidenti, portando in lui un "male di vivere" che non riuscirà mai ad accettare e del quale non riuscirà più a liberarsi. La vera ragione per cui si è sentito esiliato e disprezzato è stata la vergogna per essere stato considerato un "dopato". Lui ha lottato una vita contro avversari, sfortuna e infortuni per onorare il suo sport e il suo pubblico. Da quel fatidico 5 Giugno il pensiero che anche soltanto una persona potesse mettere in discussione tutta la sua carriera lo riempierà pian piano di una incolmabile tristezza.
Come se non bastasse nelle settimane successive ai fatti di Madonna di Campiglio Pantani viene risucchiato in una vera e propria caccia all'uomo da parte dei mass media, che non perdono occasione per denigrarlo e offenderlo gratuitamente. A nulla servono i suoi tentativi di difendersi da quelle accuse assurde, ormai la foga contro di lui del mondo giornalistico e dell'ambiente del ciclismo non gli lascia tregua.
Così nella sua mentre si fa sempre più strada l'idea di un complotto nei suoi confronti. Ma da parte di chi? Perché? Se così fosse a chi stava scomodo Marco Pantani? Domande alle quali è impossibile dare una risposta certa, fatto sta che il contraccolpo psicologico è tremendo. Lui avrebbe potuto incamerare i quindici giorni di squalifica e tornare come se niente fosse successo, purtroppo però il suo orgoglio di sportivo, ma soprattutto di uomo, fu ferito irrimediabilmente. Nel 1999 Marco non torna più in gruppo e anche se nel 2000 dimostra di poter tornare un corridore ad alti livelli, costretto com'è a vivere con l'ossessione che qualcuno possa "fregarlo di nuovo", il Pirata non è più lo stesso.
Non appena Marco riesce a trovare un po' di serenità gli eventi del Giro del 2001, che lo mettono di nuovo nell'occhio del ciclone, minano ulteriormente il suo morale, allontanandolo da tutto e da tutti. Col passare del tempo questa ossessione lo logora sempre più, fino a spingerlo a cercare sollievo, o forse solo distrazione, in una vita dissoluta, fatta di cattive compagnie e cocaina. Quell'ambiente apparentemente amichevole, ma profondamente insidioso, lo porterà, nonostante qualche parentesi di serenità, ad autodistruggersi.
Ciao Campione, riposa in pace