Doping e omertà: parla Spinosa, il pm che fermò il medico di Armstrong
Intervista esclusiva a Giovanni Spinosa, il pubblico ministero che alla fine degli anni '90 scoperchiò il vaso di Pandora sul doping in Italia.
Combattere il doping. Un mantra che si racconta quotidianamente nelle stanze del potere sportivo, ma un mantra che nasconde, spesso, la scarsa - o nulla - volontà di fare veramente qualcosa. Al punto che la vera lotta al doping è stata fatta non dallo sport, ma dalla giustizia ordinaria. Come da Giovanni Spinosa, pubblico ministero, primo magistrato ad aprire il vaso di Pandora.
Il dottor Spinosa, quando lavorava a Bologna, istituì, infatti, il processo che coinvolse il professor Michele Ferrari (quello di Lance Armstrong, per intenderci). Con lui abbiamo parlato di lotta al doping.
Dottor Spinosa, il mondo sportivo appare omertoso quando si parla di doping. Come avete fatto a scalfire questa superficie di silenzio?
"Il primo processo che facemmo - che anticipò anche quello famoso contro la Festina in Francia - coinvolse il professor Ferrari. Per riuscirci ci avvalemmo di un ciclista professionista, Filippo Simeoni, il quale ci spiegò nel dettaglio non solo i fatti, ma soprattutto il sistema che era alle spalle del fenomeno doping. Un metodo che sistematicamente alterava l'organismo degli atleti. Capimmo, dunque, che si era fatto un salto di qualità, passando dalla pastiglia che migliorava la singola prestazione a un lavoro ben più sistematico e programmatico atto a modificare l'organismo".
Ma non fu facile, immagino.
"Ricorderà sicuramente un Tour de France, credo quello del 2004, quando in una tappa proprio Simeoni andò in fuga. Non era uomo di classifica, eppure fu proprio Lance Armstrong (sodale di Ferrari, ndr.) a lanciarsi al suo inseguimento. Lo raggiunse, gli intimò di aspettare il gruppo e, quando ciò avvenne, Simeoni venne pesantemente e platealmente insultato da molti corridori (tra cui il compagno di squadra Cipollini, da poco finito nei guai per doping, ndr.). Il perché è ovvio: aveva rotto quel muro di omertà che c'era e che, ahimè, c'è ancora".
I professionisti sono ormai diventati uomini di spettacolo prima che sportivi. Il problema doping va affrontato tenendo presente anche ciò?
"Lei ha ragione e bisogna ricordare che tra i professionisti girano tanti, tantissimi soldi. Io non mi occupo più di lotta al doping, ma sono convinto che gli interventi eclatanti che vediamo ancora oggi, quelli mediatici che riguardano i grandi campioni servano a poco. Il vero dramma del doping è il mondo degli amatori. Sono le gare juniores e amatoriali quelle più pericolose. Vediamo maratone, corse ciclistiche dove ragazzini o dilettanti fanno tempi degni dei professionisti. E' qui che bisognerebbe colpire, ma anche qui ormai si parla di macchine che fanno soldi ed è difficile trovare la volontà di intervenire".
Lei ha processato il professor Ferrari, discepolo del famoso professor Conconi. Che opinione ha di Conconi?
"Senza sarcasmo o ironia, lo definisco un grande scienziato. Il professor Conconi è una persona che ha rivoluzionato gli studi legati al corpo umano, al consumo calorico e ai limiti cui si può mirare. La scienza è importante e il professor Conconi è stato un grande scienziato. Quello che è sbagliato è l'uso che ne è stato fatto da lui e, soprattutto, dai suoi allievi. Sbagliato è applicare la scienza allo sport, distorcendoli entrambi".
Lei non si occupa più di doping, ma questo mondo lo conosce benissimo. Crede che la lotta al doping sia possibile, o è una battaglia persa?
"La lotta al doping si può e si deve fare tra i giovani e gli amatori. E' un problema culturale,
bisogna far capire che non stanno facendo il Giro d'Italia e che devono lottare con le loro armi. Però, guardando i dati sulla diffusione si deve prendere atto che il doping esiste in profondità e combatterlo è difficile. Per il mondo professionistico, invece, non credo più che si possa fare".
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