Ti ringrazio per la risposta :) E' certamente un riferimento in più, pur con i suoi limiti (stando alla letteratura). Comunque mi incuriosisce, ma per ora ho solo letto il leggibile.
Durante la sessione con deriva cardiaca significativa che hai allegato lo utilizzavi?
Consapevole che al momento non è che si può pretendere chissà che ma, visto che le alternative sono i termometri rettali e le e-pillole (entrambi con alcuni limiti che ora non sto qui ad elencare), mi accontento di avere un riferimento oggettivo, con la speranza che la misurazione sia coerente nel tempo.
Utilizzavo il sensore nell’uscita di cui si discuteva, per me è essenziale come un PM. Allego uno screenshot da
Garmin in cui sovrappongo la temperatura esterna (rilevata dal Garmin
edge) e la temperatura del core. Purtroppo non riesco a mettere nello stesso grafico altre quantità, al più potete avere un quadro più completo tenendo sotto occhio il grafico temperatura ed fc che ho postato ieri è che ripropongo qui. Nella sostanza si vede che le aperte iniziali (erano da 2’) son state irrilevanti per l’innalzamento significativo della temperatura, quel che più ha contribuito è stato il passare del tempo e l’arrivo del sole. Si vede anche abbastanza bene verso la quinta ora come ci sia un drop della temperatura in concomitanza della breve (4’ circa) sosta al bar, la cosiddetta sosta pre-delirio in cui ho preso al volo una brioche e coca perché iniziavo a sentire fame. Come si vede il beneficio della sosta è durato poco (come accennavo ieri: una volta passato un certo limite poi è difficile stabilizzare l’intero sistema). Infine, tenete conto che ho toccato i 39 gradi e che in inverno un lungo sui
rulli porta al più la temperatura - almeno la mia - a 38.1/38.2 verso la fine della seduta (e con intensità del 5-10% maggiore).
Hai monitorato l'evoluzione di qualche indice per evidenziare la progressione dei possibili adattamenti?
Si dovrebbe rifare il ramp test, ma onestamente non mi va molto di investire tempo ed energie in quello, quel che a me interessa è vedere un miglioramento in esterna. Di sicuro rispetto a primavera un miglioramento c’è, solo che nei pensieri edificanti che faccio durante i lunghi ho realizzato che di fatto, per come si suggerisce di allenarsi per gestire il caldo, lo stimolo che si da al corpo è per lo più quello di avere piena efficienza nel meccanismo di raffreddamento. Questo ovviamente non è poco, resta il fatto che è anche importante passare del tempo a temperature elevate e, da un certo punto di vista, il lungo mi pare che possa aiutare in questa direzione. È evidente però che così facendo si fa un compromesso tra la ricerca di un adattamento al caldo e la qualità del fondo
Non tutti correggono i singoli fattori limitanti con la stessa rapidità o con la stessa dose di stimolo. Idem per il mantenimento. Adattiamo le tendenze alle necessità piuttosto che le necessità alle tendenze :)
Non fa una piega, solo che questo modo di agire mi sembra altamente inefficiente: nessuno si sognerebbe, per esempio, di fare le ripetute a soglia un mese all’anno e poi riprendere l’anno successivo (e spero che, oltretutto, non si abbia la pretesa che così facendo si possa pure migliorare in quell’aspetto). E il messaggio semplice che si fa passare sulla base degli studi degli effetti dello heat training è che tanto bastano 14 giorni per avere degli adattamenti utili (per lo più aumentare il tasso di sudorazione e forse abbassare un po’ la temperatura basale), ma la storia a mio avviso è più complessa di così, come cercavo di spiegare sopra.
Che poi questa del caldo sembra una menata pazzesca e/o un marginal gain, ma penso che non sia difficile vedere che i margini che si possono ottenere lavorando su questo aspetto sarebbero tangibili in termini di minuti su prestazioni secche con durata di almeno 30’ o gran fondo e simili.