Un bel "No ai marciapiedi" ci stava.
Mentre tutto il mondo va verso altre metodologie di mobilità... noi siamo a questo punto.
Ma è giusto così,siamo un popolo di rincoglioniti e ci meritiamo questo.
Il paradosso è che più la manifestazione che hanno organizzato raccoglie adesioni e crea caos, più dimostra che le soluzioni che propongono non sono attuabili.
È come andare in biblioteca a protestare contro il divieto di parlare, urlando.
Ogni auto in più nel corteo, ogni clacson, ogni minuto di coda in un giorno festivo conferma che l’auto privata è il problema, non la soluzione.
La protesta finisce per riprodurre e amplificare il disagio che vorrebbe eliminare. Se non fosse una proposta reale mi verrebbe quasi da ridere: manifestare contro le ZTL diventando parte del traffico che criticano.
Purtroppo oggi l’auto non è più solo un mezzo. È diventato un simbolo identitario.
Da un lato la narrativa di libertà, resistenza, “le elites vogliono impedirci di guidare”.
Dall’altro, realtà: l’auto occupa spazio, inquina, riduce sicurezza e vivibilità.
Chi protesta così pensa di difendere la libertà. In realtà difende la propria pigrizia, il diritto a fare un km in auto come se fosse un’impresa epica.
E in tutto questo il ciclista è il bersaglio perfetto perchè è la dimostrazione che il loro modo di vivere non è sostenibile, rappresenta il crollo di tutte le loro certezze, e questo genera odio e frustrazione in chi non aveva altre certezze che quello in cui vive sia l'unico mondo possibile, e tutto finisce nel calderone: chi va in bici al lavoro, chi si allena la domenica, chi lo fa per necessità, chi per passione.
Il ciclista diventa simbolo, minaccia antropologica. La bici, cambiamento lento e silenzioso, diventa insopportabile per chi misura libertà in cavalli e decibel.
Quello che fa più schifo è la politicizzazione di tutto questo. L’auto è un oggetto neutro e banale, a volte utile a spostarsi altre volte no.
Ma diventa simbolo di libertà minacciata, pistola per sparare odio. Chi guida attacca chi prova alternative: l’odio verso ciclisti e piste ciclabili non è per traffico o pericolo, ma per chi non piega la propria vita intorno a un oggetto politicizzato.
Questa manifestazione non è che un gesto performativo, parla alla pancia, non alla testa.
Il modo di agire è sempre lo stesso, crei un nemico, semplifichi il problema, offri un’identità: “noi, gli automobilisti oppressi”.
Ma domenica, in fila con le macchine, dimostreranno solo perché le ciclabili, le zone 30 e le ZTL servono.
E come dice il professor Luciano Floridi, nella vita e negli scacchi vince chi vede il presente ma pensa al futuro. E in questo caso chi resta ancorato al passato, difendendo la propria “libertà automobilistica” come se nulla fosse cambiato, ha già perso prima di muovere il primo pezzo.
Domenica, tra clacson e ingorghi, si noterà solo una cosa: la partita della mobilità sostenibile è già in corso, e loro stanno giocando fuori tempo.