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Metodologie di allenamento
Forza o agilità?
Testo
<blockquote data-quote="Roberto Massa" data-source="post: 3236418" data-attributes="member: 20890"><p>Indubbiamente però al di là della "storia" nell'applicazione o meno delle strumentazioni* (la possibilità di analisi coppia torcente lo permette da anni l' SRM modello Science) i presupposti iniziali, e poi rivisti, delle SFR erano:</p><p>- applicazione di una forza "aerobica" superiore come mezzo mediatore tra un carico a cadenza "naturale/auto scelta" ed un lavoro con sovraccarico scarsamente aerobico.</p><p>Il presupposto sicuramente non era sbagliato però come da decenni sono note e si possono calcolare relazioni F/V, dall'altra parte è stato forse impreciso (e si continua) considerare la forza applicata come una componente costante. Non ci vuole nessuna strumentazione particolare per rendersene conto e per poter verificare (es EMG) come e quanto sono coinvolti i muscoli nella pedalata</p><p>- presupposto della riduzione del flusso ematico (es similmente alla metodologia Kaatsu?) con alterazione pressioni intramuscolari e maggior PERCEZIONE di fatica. Concettualmente è l'unico aspetto a cui non si può obbiettare nulla se non che...non mi serve percepire più fatica, posso specificatamente raggiungere una fatica superiore (sia reale che percepita) applicando adeguatamente intensità superiori che comportano adattamenti specifici più mirati (indipendentemente dalla cadenza).</p><p>- shift uso fibre da tipo I (lente) a II (veloci o medio veloci): all'aumentare dell'intensità aumenta il reclutamento delle seconde (da valore FTP a salire) con un adattamento che però è legato all'intensità effettivamente raggiunta e mantenuta. Anche ipotizzando (come riporta Coggan, non c'è dimostrazione) effettivamente di raggiungere lo stesso tipo di reclutamento a minori intensità di carico riducendo semplicemente rpm viene però a mancare la specificità di questo adattamento. Come riportato da <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12471317" target="_blank"> Takaishi (2002)</a> infatti questo miglioramento avviene in senso proporzionale con la riduzione di cadenza e non viceversa: la specifictà c'è ma in ambiti tanto più prossimali al valore di rpm in cui si raggiungono questi (ipotetici) presupposti. Non so quanta specificità ci sia nel poter poi mantenere 45, mettiamo anche 50 rpm, sempre considerando che una riduzione di cadenza comporta una riduzione del flusso ematico e di conseguenza una riduzione dei meccanismi aerobici.</p><p></p><p>* ps aggiungo anche che dal mio punto di vista c'è stato e c'è tuttora un "flusso ridotto" tra ricerca e applicazione nel senso che se fisiologi e ricercatori studiano e individuano X, nell'applicazione reale, vuoi per negligenza, pigrizia (di chi è preposto a compiere questo passaggio: allenatori, preparatori, coach) o scarsa confidenza si sperimenta un decimo di X. Senza sperimentazione poi non c'è applicazione pratica. E' più semplice rimanere nel proprio orticello sicuro, rodato e ripetuto che sperimentare, ciò non è da stigmatizzare ma da tenere in considerazione</p></blockquote><p></p>
[QUOTE="Roberto Massa, post: 3236418, member: 20890"] Indubbiamente però al di là della "storia" nell'applicazione o meno delle strumentazioni* (la possibilità di analisi coppia torcente lo permette da anni l' SRM modello Science) i presupposti iniziali, e poi rivisti, delle SFR erano: - applicazione di una forza "aerobica" superiore come mezzo mediatore tra un carico a cadenza "naturale/auto scelta" ed un lavoro con sovraccarico scarsamente aerobico. Il presupposto sicuramente non era sbagliato però come da decenni sono note e si possono calcolare relazioni F/V, dall'altra parte è stato forse impreciso (e si continua) considerare la forza applicata come una componente costante. Non ci vuole nessuna strumentazione particolare per rendersene conto e per poter verificare (es EMG) come e quanto sono coinvolti i muscoli nella pedalata - presupposto della riduzione del flusso ematico (es similmente alla metodologia Kaatsu?) con alterazione pressioni intramuscolari e maggior PERCEZIONE di fatica. Concettualmente è l'unico aspetto a cui non si può obbiettare nulla se non che...non mi serve percepire più fatica, posso specificatamente raggiungere una fatica superiore (sia reale che percepita) applicando adeguatamente intensità superiori che comportano adattamenti specifici più mirati (indipendentemente dalla cadenza). - shift uso fibre da tipo I (lente) a II (veloci o medio veloci): all'aumentare dell'intensità aumenta il reclutamento delle seconde (da valore FTP a salire) con un adattamento che però è legato all'intensità effettivamente raggiunta e mantenuta. Anche ipotizzando (come riporta Coggan, non c'è dimostrazione) effettivamente di raggiungere lo stesso tipo di reclutamento a minori intensità di carico riducendo semplicemente rpm viene però a mancare la specificità di questo adattamento. Come riportato da [URL="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/12471317"] Takaishi (2002)[/URL] infatti questo miglioramento avviene in senso proporzionale con la riduzione di cadenza e non viceversa: la specifictà c'è ma in ambiti tanto più prossimali al valore di rpm in cui si raggiungono questi (ipotetici) presupposti. Non so quanta specificità ci sia nel poter poi mantenere 45, mettiamo anche 50 rpm, sempre considerando che una riduzione di cadenza comporta una riduzione del flusso ematico e di conseguenza una riduzione dei meccanismi aerobici. * ps aggiungo anche che dal mio punto di vista c'è stato e c'è tuttora un "flusso ridotto" tra ricerca e applicazione nel senso che se fisiologi e ricercatori studiano e individuano X, nell'applicazione reale, vuoi per negligenza, pigrizia (di chi è preposto a compiere questo passaggio: allenatori, preparatori, coach) o scarsa confidenza si sperimenta un decimo di X. Senza sperimentazione poi non c'è applicazione pratica. E' più semplice rimanere nel proprio orticello sicuro, rodato e ripetuto che sperimentare, ciò non è da stigmatizzare ma da tenere in considerazione [/QUOTE]
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