buongiorno a tutti, io sono contentissimo. la mia prima GF è stata meravigliosa
tempo finale 6 ore e 28 minuti
vi lascio il racconto della mia avventura per chi ha voglia e tempo
Luce del Campo
Ed eccomi qui, sotto la severa basilica di San Domenico, giusto davanti a Fontebranda. Lo strappo che mi portava alla porta poco dopo l’ultimo chilometro mi ha fatto capire che con queste gambe non vado da nessuna parte. Altro che muro di Santa Caterina. I muscoli della coscia sinistra si contraggono in spasmi evidenti ed i turisti che mi passano di fianco sembrano più attratti dalla mia gamba che dai monumenti di questa contrada. Passando osservano la gamba “andare per conto suo” e poi mi rivolgono uno sguardo compassionevole. Ma andiamo con ordine, che tutto è un po’ precipitato negli ultimi 10 km, prima andavo come una viola..
Numero 5454 ultima griglia, ultimi posti, voltando lo sguardo vedo gli ultimi ciclisti ed il vuoto. La cosa mi rilassa perché è la mia prima granfondo e non so bene cosa aspettarmi, non sono certo abituato a pedalare in un grosso gruppo. Davanti a me lo sguardo si perde in una marea di caschi. Alle 8 in punto lo speaker annuncia la partenza dei primi ed anche dalle nostre parti sale un po’ la tensione. Si smette di parlare, si guarda l’orologio, si accende il
garmin. Il tempo vola e lo speaker annuncia che anche la nostra griglia è pronta a partire. Guardo avanti e vedo la marea di caschi montare in un movimento ondulatorio che avanza verso di me. Infiniti scatti di tacchette, si parte.
I primi 20 km volano via ad una media di 35 km/h senza neanche aver fatto salire i battiti ma improvvisamente bivio secco in campagna a sinistra e si entra in un girone Dantesco. Primo sterrato, tutti fermi. C’è una piccola striscia pedalabile in mezzo mentre ai lati è ghiaia e sabbia. Gente per terra, borracce ovunque, bombolette, borselli degli
attrezzi. Una marea di ciclisti ai lati che ha bucato. Procedo ai 15 all’ora impacciato e terrorizzato di bucare. Il cancello per il lungo si chiude alle 10 ed una foratura sarebbe la fine. Finalmente si esce ma poco dopo si rientra in uno che è pure peggio. Non conto più la gente a bordo strada, quella che torna indietro a recuperare qualcosa che ha perso, quelli che smadonnano e slittano, quelli che imprecano. Sul secondo sterrato devi scegliere tra le pietre in mezzo e la sabbia ai lati ed è arduo farlo. Questo poi è lungo e c’è pure una salita a tornanti ma in alto finalmente il primo rifornimento. Prendo solo acqua, e mi mangio una barretta che avevo con me.
Al bivio del lungo sono in orario e raggiungo gli amici Giovanni ed Angela partiti una griglia prima. Procediamo insieme sul terzo e sul quarto settore. Un po’ ci abbiamo preso il tiro, un po’ mancano quelle scene da soldato Ryan viste in precedenza, ed il morale sale. A Buonconvento si torna verso Siena su un lungo tratto di Cassia e mi ritrovo a tirare un gruppo sempre più folto. Sto sui 28-30 all’ora per non finirmi, ma sto bene e ad un certo punto Jos, un Olandese, mi da pure un bel cambio. Quinto sterro, quello di San Martino, questo è importante. Lo prendo davanti con l’intenzione di non far passare nessuno. Tutti a ruota sull’asfalto? Tutti a ruota pure qui! Sono gagliardo e mi sento benissimo ma questo settore ha degli strappi in sterrato da paura. Non puoi proprio alzarti in piedi (cosa che di solito in salita faccio spesso) ed anche da seduto la pedalata deve essere “rotonda e piena”, la catena sempre in tiro, non deve mai strappare. Voglio dire che per tenere l’equilibrio usi i muscoli in modo un po’ diverso e ad un certo punto la mia gamba sinistra si fa “sentire”. Ma è già finita, e siamo al secondo rifornimento dove ci prendiamo una meritata pausa. Giovanni rimette a posto la schiena.. che grande forza morale che possiede per pedalare ad handicap, lo capisco molto bene.
Nella successiva discesa verso Tarverne d’Arbia cerco un gruppo “buono” ma perdo gli amici che sono rimasti indietro. Ci ritroveremo al Campo. Incontro un tipo che va parecchio forte, forse anche troppo, così ad un certo punto lo mollo e vado per conto mio incontrando diversi altri ciclisti. Ormai non si pedala più insieme, ciascuno è per conto suo, ciascuno ha il proprio passo ed i propri momenti, la propria concentrazione; d’improvviso è diventata una prova individuale tipo la sessione di bici di un triathlon. Passo un Belga che mi ripassa, che lo ripasso ed andiamo avanti così, senza trovare un equilibrio, non per sfida né per agonismo, è che le forze sono quelle e siamo sfasati sui momenti nei quali spingere. Lui in pianura mi molla, io in salita vado di più.
Ma siamo già a Monteaperti sesto sterro che sale “dabbestia”: è breve e mi salvo ma sono stato molto vicino al punto di rottura con la coscia sinistra. Il muro su asfalto che lo segue è molto peggio; su questo tratto si decide sempre la corsa dei professionisti ed ora capisco bene perché. Mi alzo in piedi, è asfalto, mi salvo ancora. Il terzo rifornimento mi vede con le borracce vuote già da un quarto d’ora e quindi bevo come un cammello. Pure troppo, mi gonfio un po’ lo stomaco, incontro due di Genova (la mia città) che riconosco per il velato richiamo della bandiera della città sulla maglia.
Riprendo e so che mi aspettano i muri in sterrato più cattivi. Colle Pinzuto mi fa stridere i denti ma ci sono, lo supero tutto in bici. Moltissimi ormai procedono a piedi nei pezzi più ripidi, e non solo. Fa caldo. La polvere è ovunque, la sento tra i capelli, tra le narici. La inghiotto ad ogni sorso perché si deposita sul beccuccio delle borracce. La luce della strada bianca è accecante. Ho già la testa all’ultimo sterrato, Le Tolfe. E qui devo dire che tutti, saggiamente scendevano. Specialmente dopo il curvone e destra. Io no, tignoso, mi ero messo in testa che non volevo vedere le mie fotografie a spingere la bici, non l’avrei trovato dignitoso quando le avrei riviste tra qualche anno. Le Tolfe è una specie di incubo: partono in discesa ripidissima che te la fai addosso perché più di tanto essendo sterrato non puoi frenare, poi subito si impennano e te le vedi tutte davanti. Adesso non è solo più la sinistra a protestare ma anche la gamba destra. Non è una protesta, è proprio un ammutinamento. Eppure salgo e non scendo. La testa c’è ancora. Gli sterrati sono finiti!
Siena. Vedi il cartello e sai di non essere arrivato. Il percorso infatti prevede un lungo giro attorno alla città e quindi mancano 10 chilometri. Dopo l’ospedale c’è quella leggera salita, i locali la chiamano “il panettone” e sul panettone sono ad un passo dal fermarmi. Rapportino ridicolo se paragonato alla pendenza, forse è un errore. Le gambe mollano. Crampi a destra ed a sinistra. Hai voglia “la testa”.. quella mica pedala! Procedo disperato, ma procedo. Conto i metri, so che manca ancora quella viuzza in salita in pieno centro, Santa Caterina, proprio dopo Fontebranda, che con una foto a Sagan tanti anni fa nella gara dei pro ho un po’ contribuito a divulgare. Oggi la conoscono tutti. Penso solo a quei duecento metri ed a come superarli.. e non ho risposte. Razionalmente so che mi fermerò ben presto in preda a dolori lancinanti alle cosce e quindi decido che ogni tanto la testa deve seguire il corpo e dopo la porta di Fontebranda, subito dopo l’ultimo chilometro, mi fermo.
Ed eccomi qui, so che se voglio salire al Campo devo superare questa crisi, mi calmo, faccio lentissimi movimenti e poi comincio ad estendere la coscia. Magicamente funziona, Santa Caterina ha fatto uno dei suoi miracoli. Riprendo, salgo piano, ma salgo. Non penso a nulla se non alle mie gambe che però rispondono, curva a sinistra. E’ finita. Viuzze, curva a gomito. La torre del Mangia sopra di me. Davanti lastricato, il traguardo, si apre tutta la luce del Campo, sono inebetito. Sono inebriato. Sono felice!