Stavo solo aspettando che si verificasse una cosa del genere...» . Il
professor Giuseppe DOnofrio parla del caso di Riccardo Riccò con il
tono pacato dellematologo, non certo con quello magari un po cinico
del tifoso da bar: «E infatti adesso spero che questo episodio così
grave valga più di cento perizie: dovrebbe costringere gli atleti a
fare un passo indietro. Perché quella delle trasfusioni è un
epidemia. Una pratica diffusissima» . I risultati dei primi test
clinici effettuati sul modenese avvalorano lipotesi della trasfusione.
Ma se Riccò per alcuni è una specie di kamikaze (fu il primo positivo
allEpo Cera, al Tour 2008) e per altri un «ragazzo malato dentro» , di
sicuro non è lunico ad aver fatto ricorso allautotrasfusione. Anche
se in 25 anni di premiato servizio della pratica dopante più diffusa i
casi limite come quello del modenese sono stati rari: «Quello che
colpisce continua DOnofrio è la dimensione molto artigianale di
quello che ha fatto Riccò. Non mi riferisco alla reinfusione, che è una
pratica tutto sommato banale. Ma alla conservazione del sangue nel
frigorifero di casa. Altre vicende ci avevano abituato a un grado di
organizzazione ben diverso» . Nel laboratorio madrileno di Eufemiano
Fuentes nel maggio 2006 furono trovati macchinari per il trattamento
del sangue disponibili allepoca solo negli Stati Uniti. Le immagini
della «fabbrica» di Eufemiano, che fatturava fino a quattro milioni in
nero allanno, sono eloquenti: decine di sacche piene, ciascuna col suo
nome in codice. Da riutilizzare, nel caso dei ciclisti, durante Giro e
Tour. Nei verbali dellinchiesta Coni (una squalifica di 18 mesi),
Michele Scarponi, tra i favoriti al prossimo Giro dItalia, racconta
come funzionava il sistema, quando i prelievi non venivano effettuati
alla casa madre: «Nellaprile 2006, avendo accettato di sottopormi al
trattamento emotrasfusionale, il Kalc (lassistente di Fuentes, ndr) mi
diede appuntamento in una località vicino a Trieste. (...) Ci siamo
incontrati in un parcheggio (...). Sulla sua auto mi accompagnò oltre
il confine sloveno in una località di cui non so il nome, a unora e
mezza dal confine. Lì salimmo nellabitazione di un medico sloveno, di
cui mi fa fatto anche il nome, anzi mi fu mostrato, dietro mia
richiesta, il tesserino medico. (...). Rimanendo nel salotto della sua
abitazione mi fece un prelievo di sangue che fu immesso in una sacca di
plastica che il dottore stesso mise in un contenitore termico. Non so
cosa fu fatto di questo sangue» . Il passaggio successivo, quello
dellutilizzo delle sacche in gara, lo ha spiegato bene Bernard Kohl,
terzo al Tour 2008, positivo al Cera come Riccò e tra i grandi pentiti
del ciclismo. Lui faceva capo al laboratorio austriaco Humanplasma: «Il
mio manager ha fatto tre viaggi dallAustria, mettendo le sacche di
sangue ogni volta nel bagaglio registrato, già scongelato. Le
trasfusioni si facevano tra le 18 e le 20, per massimo 20 minuti. Le
facevo sempre 48 ore prima delle tappe cruciali. In quel Tour ne ho
fatte tre da mezzo litro» . Da allora la battaglia dellantidoping si è
evoluta: il radar del passaporto biologico (linsieme dei dati raccolti
dopo i controlli del sangue) «vede» le manipolazioni. E al Tas sono in
discussione diversi casi, tra cui quelli degli italiani Caucchioli e
Pellizotti, incentrati proprio su presunte trasfusioni. Il fronte però
non è solo quello del ciclismo o dello sport agonistico. Nelle ore in
cui Riccò combatteva contro i danni quasi mortali di una trasfusione
sbagliata, a Este (Padova) andava in scena il processo a carico del
dottor Enrico Lazzaro: tra i suoi assistiti è implicata (assieme ai
genitori) anche S. G., nuotatrice minorenne allepoca dei presunti
interventi dopanti, sottoposta allozonoterapia nel laboratorio del
medico. La cosa importante è che il Tribunale del Coni si sia già
pronunciato sul caso, creando un precedente fondamentale: Lazzaro,
«imputato della pratica di metodi proibiti previsti dalle Lettere M1,
M2 della Lista allegata al codice Wada» è stato inibito a vita. Il
dottor Alberto Lugli della Carife Volley, già medico della Federazione
hockey e pattinaggio (sezione rotelle artistico) della Spal, verrà
invece giudicato dallantidoping del Coni nelle prossime settimane. Nel
frattempo la federazione dei medici sportivi lo ha squalificato per sei
anni per violazione del codice etico, dopo che il medico aveva proposto
una trasfusione (ed effettuato uninfusione per flebo) a un tesserato,
poi rivelatosi anche un giornalista molto sensibile al problema. Sul
suo sito il dottore (che non è certo lunico su piazza) pubblicizza
ancora le sue «specialità» , tra cui ozonoterapia e autoemoinfusione.
Perché di Riccò ce nè uno. Ma lemergenza-sangue è molto più ampia.
da «Il Corriere della Sera» del 11 febbraio 2011 a firma Paolo Tomaselli
Davvero resto basito....