Sempre più in Basso
Il procuratore antidoping del Coni ha rivelato che Ivan Basso, corridore quasi pentito, durante gli interrogatori ritrattò la promessa di rivelare i nomi degli altri sportivi coinvolti, nel timore di essere isolato e punito dal gruppo. «Hanno paura di perdere il lavoro e temono danni fisici, questi ciclisti. Perché nelle corse la cosa più facile è finire dentro un fosso».
Da quello sciocco che sono, immaginavo che unaffermazione del genere avrebbe scatenato un putiferio. E vero che fra le materie prime di cui siamo carenti vanno ormai annoverate le risorse di indignazione. Ieri leggevo di un funzionario pubblico che prima di andare in pensione ha assegnato lultima consulenza alla persona di cui si fida di più, se stesso, e non sono proprio riuscito a stupirmi. Però il doping di massa è ancora una ferita che brucia. O il procuratore antidoping, accusando un intero sport di mafiosità, aveva detto una castroneria, e allora andava rimosso. Oppure aveva detto la verità, nel qual caso tutte le gare di ciclismo, a cominciare dal Giro dItalia, dovevano subito essere fermate. Invece non è capitato nulla, se non la reiterazione della solita barzelletta: che il doping è un problema ristretto ai pochi atleti che vengono presi con le mani nel sacco (delle medicine). Come se gli altri, per reggere gli stessi ritmi, andassero avanti a cicchetti di grappa. E la presunzione di innocenza? dirà qualche lettore giustamente. Ogni grande principio conosce la sua eccezione. Nello sport moderno, che ha elevato il muscolo a dio, sono tutti presunti colpevoli. Di ipocrisia.
Massimo Gramellini, La Stampa del 16/05/07