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Testo
<blockquote data-quote="canserbero" data-source="post: 7305567" data-attributes="member: 107540"><p>Far entrare gli effetti della fatica nella modellazione della relazione tempo-potenza, porterebbe ad avere dei modelli dinamici, ovvero che non si limiterebbero a fotografare la situazione nelle migliori condizioni, e più aderenti alla realtà. Non mi sono molto occupato della questione, ma da quel che ho letto al momento ci si limita a constatare che “la fatica” comporta un decadimento della prestazione e a concepire strategie correttive/preventive - aggiustando il target mano a mano che il tempo trascorre/partire con un target meno ambizioso - o a pratiche mirate a limitare il decadimento della prestazione - mirare al target in condizioni di pre affaticamento. Chiaramente il tutto è reso ulteriormente difficile dal fatto che il cedimento/decadimento avviene per cause diverse a seconda dell’intensità di esercizio. Per esempio, penso che non sia casuale che il protocollo per la stima di CP e W’ con protocollo tre minuti all-out (Vanhatalo et al 2008) non sia tra i più diffusi, dal momento che non sarebbe una rarità cedere, anche prima della fine dei tre minuti, senza aver raggiunto VO2max.</p><p></p><p>Su come regolarsi dipende molto dalle finalità, sopratutto per l’amatore che ha tempo limitato.</p><p></p><p>In questo senso un modello tempo-durata-fatica o tempo-durata condizionato a un determinato livello di fatica, sempre che si riesca a stabilire i concetti di fatica utile alle proprie finalità, sarebbe di grande aiuto, dal momento che per il cristo medio è tutt’altro che semplice avere una curva durata-potenza da fresco e una analoga da affaticato. Riutilizzare l’idea di Riegel in questo ambito potrebbe avere una qualche utilità per avere un’idea del decadimento della prestazione, almeno in un determinato dominio di intensità. Di certo, un riscalamento uniforme dell’intera curva potenza da fresco porterebbe a dei risultati fuorvianti.</p></blockquote><p></p>
[QUOTE="canserbero, post: 7305567, member: 107540"] Far entrare gli effetti della fatica nella modellazione della relazione tempo-potenza, porterebbe ad avere dei modelli dinamici, ovvero che non si limiterebbero a fotografare la situazione nelle migliori condizioni, e più aderenti alla realtà. Non mi sono molto occupato della questione, ma da quel che ho letto al momento ci si limita a constatare che “la fatica” comporta un decadimento della prestazione e a concepire strategie correttive/preventive - aggiustando il target mano a mano che il tempo trascorre/partire con un target meno ambizioso - o a pratiche mirate a limitare il decadimento della prestazione - mirare al target in condizioni di pre affaticamento. Chiaramente il tutto è reso ulteriormente difficile dal fatto che il cedimento/decadimento avviene per cause diverse a seconda dell’intensità di esercizio. Per esempio, penso che non sia casuale che il protocollo per la stima di CP e W’ con protocollo tre minuti all-out (Vanhatalo et al 2008) non sia tra i più diffusi, dal momento che non sarebbe una rarità cedere, anche prima della fine dei tre minuti, senza aver raggiunto VO2max. Su come regolarsi dipende molto dalle finalità, sopratutto per l’amatore che ha tempo limitato. In questo senso un modello tempo-durata-fatica o tempo-durata condizionato a un determinato livello di fatica, sempre che si riesca a stabilire i concetti di fatica utile alle proprie finalità, sarebbe di grande aiuto, dal momento che per il cristo medio è tutt’altro che semplice avere una curva durata-potenza da fresco e una analoga da affaticato. Riutilizzare l’idea di Riegel in questo ambito potrebbe avere una qualche utilità per avere un’idea del decadimento della prestazione, almeno in un determinato dominio di intensità. Di certo, un riscalamento uniforme dell’intera curva potenza da fresco porterebbe a dei risultati fuorvianti. [/QUOTE]
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