Domanda e riflessione un po' boomer e un po' Marzulliana allo stesso tempo, nel senso che se ti rileggi comprendi come la mancanza di una cosa, dal tuo punto di vista, sia dovuta ed esiste solo in relazione al fatto che la stessa era molto evidente in passato, vagheggiando così una sorta di età dell'oro. E qui cade il boomer...che è in ognuno di noi, mi viene da dire.
Comprendo che hai una visione molto più ampia e completa di tutti noi sul mondo bici, ciclismo etc., ma se posso azzardare è proprio questa quantità di informazioni e conoscenze a generare i tuoi mostri: come uno studioso tu scavi, cerchi collegamenti, motivazioni, e siccome hai un quadro veramente ampio, non ti fermi alla prima risposta, ma ti poni domande diverse, indaghi le zone grigie, non dai per scontato nulla, ma questo ti porta lontano dalle risposte semplici (ma non semplicistiche).
Non ricordo quale storico sostenesse (a ragione) che gli avvenimenti vanno contestualizzati, e cioè andrebbero sempre guardati ed interpretati con gli occhi del loro tempo. Dovremmo fare così anche per il ciclismo e la passione per esso, perché parliamo di un concetto astratto che può essere esplicitato in tanti modi, ma indubbiamente risente della società e dei tempi. Così era agli albori, quando qualcuno mise le gomme larghe a bici che venivano usate per tutt'altro, e così è ora. Quella cosa che chiamiamo ciclismo non è e non può essere che lo specchio dei nostri tempi: quindi sono vere tutte le cose che citi, anche a livello economico, ma la cosa certa è che non può essere che così. Ogni movimento, ogni passione, ogni ideologia, ogni scoperta scientifica, è realmente figlia del suo tempo, ed è al contempo anche evoluzione del passato da cui eredita ma da cui deve discostarsi poi per essere davvero innovativa. Penso al periodo fine '800 e primi del '900 quando ci fu un marcato interesse per lo sport anche da parte delle classi sociali medie: sono gli anni, tra l'altro, in cui nacque il Tour de France, poi seguito dal Giro d'Italia, gli anni delle esposizioni universali come quella storica di Parigi del 1900, anni in cui la società e la vita delle persone stava cambiando in un modo che sembrava, anche per il futuro, che il progresso e la tecnologia potessero dare certezze e benessere all'infinito. Invece a breve seguirono i più grandi e devastanti conflitti mondiali del pianeta, morirono quasi 37 milioni di persone, e la povertà e la distruzione della società che ne seguì fu veramente impressionante.
Qualcuno lo farà, forse la prossima generazione, o quella dopo ancora: cercheranno di capire come funzionasse la società dei social, e quali effetti ha avuto sulle persone e sulla società stessa. Noi ci siamo dentro, ma a leggere e sentire parlare quelli della mia generazione, dei cinquantenni o giù di lì, non è la nostra società, questa. E come potrebbe esserlo? Non abbiamo la visione per abbracciare questo tipo di società: i nostri discorsi, le nostre passioni, gli obiettivi, la visione del passato e del futuro, è diversa. E' una visione senza social (non solo in senso stretto, ma tutto ciò che ci gira intorno anche a livello educativo, economico, etc.), perché noi nati dopo gli anni '60 e che abbiamo vissuto tanti anni senza, fondamentalmente non ne abbiamo bisogno. Una mancanza che si trasforma in un punto di forza. Quando penso che ciò è capitato per puro caso, rifletto anche sul fatto che tanti non sfruttano questo punto in più che abbiamo guadagnato.