C’è ancora spazio per la passione condivisa nel ciclismo?

/
135

La domanda non è provocatoria, per niente. E non è nemmeno un rigurgito da Boomer (non cosciente quantomeno), ma qual è lo spazio per la passione condivisa nel ciclismo oggi?  Badate bene, non dico che non ci sia passione, anzi, è ovvio che ci sia, tu che stai leggendo in questo momento se sei qui è ovvio che sia perché sei appassionato di ciclismo in qualche sua forma. I miliardi di segmenti e attività su Strava testimoniano in modo tangibile che gente appassionata di ciclismo ce ne sia tanta, che fa cose incredibili, per durata, distanza, dislivello e quant’altro.


La domanda è quanto spazio ci sia per la passione non calcolata, per la novità, per il divertimento. Leggendo quotidianamente i forum da ormai due decenni ho visto come il tenore dei commenti sia cambiato negli anni. Come pian piano si sia scivolati verso una certa apatia nei confronti dei prodotti nuovi. Prodotti che ovviamente continuano ad essere comprati, pur a prezzi sempre più alti, pur se con scelte tecniche “imposte” dai soliti poteri forti, dal marketing, dalla pressione della micro-società ciclistica. Ma prodotti di cui raramente leggo entusiasmo condiviso. O persino diatribe accese. Solo una litania di lamentele, sarcasmo, sfiducia. Gli epocali dibattiti sulle 29ers (le Mtb attuali) o sui freni a disco nella Bdc sono ormai roba vecchia di un decennio. Qualche giapponese sull’isola deserta che ne discute ancora con livore c’è ancora, ma appunto si tratta di folklore.

Non che sia particolarmente nostalgico di quelle infinite e ripetitive discussioni in cui alla fine si scontravano delle visioni del mondo e delle personalità più che altro, ma erano comunque segno di una certa vitalità, di un avere a cuore qualcosa, che ovviamente non era il prodotto in se, ma la propria passione.

Ma perché quei prodotti facevano discutere e suscitavano animosità? La mia idea è che perché erano figli di persone appassionate appunto (si, anche i freni a disco). Non è una questione di “una volta era tutto più bello”. Non lo era. Se si prende la storia della Mtb per esempio, è stata costellata di prodotti che oggi non possono che fare orrore. Sia per quelli dimenticati (o rimossi) come tutta la serie di biciclette full-suspended (o bi-ammortizzate) atroci che sono state proposte da gente con idee vaghe (eufemismo) di come funzioni una sospensione, sia per tutti quei prodotti che oggi sono ammantati di una patina di mitologia, ma che in realtà erano o degli accrocchi mal pensati o proprio di pessima qualità, come tutta la paccottiglia anodizzata che andava di moda negli anni ’90 (ma che resta mitica anche per me) fino ai deragliatori CNC. Però erano appunto prodotti frutto della passione di chi li inventava perché piacevano a loro.

Ogni Mtbiker ricorda i Mount Tam Maniacs, quel gruppetto di giovani hippies che sul californiano Mount Tamalpais alla fine degli anni ’70 aveva deciso, per divertimento, di buttarsi giù da una montagna con delle Schwinn modificate con gomme grosse, quelle che poi sarebbero state chiamate Mountain bikes. In quel gruppetto di appassionati c’erano Mike Sinyard, Gary Fischer, Tom Ritchey. Chi ha preso il loro posto nell’industria ciclo in quanto appassionati praticanti (o influencer come si dice oggi) ora che sono dei CEO ultra 70enni?

Chi ha preso il posto di un personaggio come Jobst Brandt (il ciclista a 360° che ho sempre avuto come modello) oggi? Ovvero un praticante competente che sperimentava (il gravel come inteso oggi è stata una sua idea) ed era anche ascoltato dalla aziende? (se non sapete chi sia compratevi questo libro). Oggi le aziende foraggiano decine e decine di influencer, ma poi ne ascoltano i feedback per creare o perfezionare i propri prodotti? O li usano come moderni strilloni e basta?

Certo, le aziende sono piene di marketing manager, product manager, etc.. che sono appassionati ciclisti praticanti, ma che libertà hanno questi di sperimentare, di proporre? Quanti non sono piuttosto appiattiti sul trend del momento? Quanti hanno la libertà di dire che certi prodotti non vanno incontro alle reali esigenze dei loro clienti? E soprattutto perché i clienti non vengono quasi più ascoltati? Che certe aziende molto grandi lo facciano magari non stupisce, mosse più da una mentalità da trend-setter in cui si vuole innovare per avere un vantaggio competitivo sui concorrenti e se poi il prodotto serve o non serve fa niente, ma le tante medie e piccole imprese? Perché non ascoltano i propri clienti? Perché si sono ficcate nel buco nero del cercare solo Likes e pollicini per sentirsi dire quanto sono bravi ed ogni critica (costrutttiva) se la legano al dito?

Chiaramente una risposta sta nel modo in cui il settore è cambiato negli anni dal punto di vista economico. Gran parte delle aziende hanno delocalizzato, smobilitando tutto in oriente, e questo, ormai è noto, non è solo un fenomeno del settore ciclo. Mentre le piccole imprese sono state messe fuori gioco dalla rincorsa all’high-tech, per cui è difficile inventarsi qualcosa in garage da soli a colpi di brugola. Idem il fatto che un settore che ha vissuto un boom epocale abbia visto l’ingresso dell’economia che conta, coi vari fondi di investimento a gestirne le sorti. Certo, in Cina è pieno di imprese di tutte le dimensioni che possono produrre qualunque cosa, bene e velocemente. Ma quanti lo fanno di loro o aspettano semplicemente che qualcuno da qui glielo chieda? Quanti di loro vanno in bici per davvero? Quanti invece sono solo interessati a prendere il posto degli occidentali nel business?

Ma tutto questo non ha forse portato uno scollamento tra chi il prodotto lo propone e l’appassionato che pedala? Che spazio c’è, veramente, per la mentalità “disruptive” (come piace dire ad ogni produttore di magliette prima di ogni Tour de France) oggi nel settore?

E non è un discorso che riguarda solo il CEO in giacca e cravatta a cui del pedalare frega niente, ma anche al praticante. Che interesse ha a pensare a qualcosa di nuovo, sia in termini di prodotto che pratica quando spesso è solo interessato a imbroccare l’editing giusto del video per Youtube per farci su 4 soldi? O a inventarsi l’ennesima scusa della riffa benefica per qualche causa per giustificare il fatto che farà il record di 1 milione di metri di dislivello in 48h o il record sul tratto Capo Horn-Cape Columbia per pompare il proprio ego? Quand’è che per fare un giro in bici è diventato necessario farlo sapere a qualcuno e monetizzarci sopra?

Quand’è l’ultima volta che vi siete appassionati per un prodotto utilizzandolo? C’è ancora spazio per la passione, e basta? Non quella personale, che nessuno mette in dubbio (il problema sono sempre gli altri, è la cifra di quest’epoca) , ma quella condivisa. Condivisa dagli appassionati, che siano il pedalatore della domenica, l’ossesso da 30.000km all’anno, l’artigiano o la grossa azienda. Perché io credo che sia la passione condivisa, l’entusiasmo condiviso, lo stato di salute di un settore.

Commenti

  1. Passione condivisa?
    Passione si, condivisa no perchè richiede del tempo.
    Credo che ultimamente la passione si sia trasformata da candela a fiammifero. La fiamma è sempre quella ma finisce subito e devi accenderne un altro.
    Le persone ormai sono abituate (ammaestrate?) a switchare contesto ogni 2x3, un mondo tiktokkiano insomma.

    Ehh è un mondo difficile...

    [MEDIA=youtube]cu3K1njbYqs[/MEDIA]
  2. Ammetto che non sono certo di aver capito il succo del topic, che dovrebbe riguardare una sopravvenuta mancanza di "passione condivisa" da parte dei praticanti, ma più che altro legata all'acquisto o comunque al possesso e all'uso di determinate attrezzature ciclistiche.
    Inoltre, leggendo i commenti è inevitabile percepire nostalgia, poca empatia con i tempi attuali, insomma una certa boomeritudine (sono fuori dalla categoria sociologica di solo 1 anno, quindi so di cosa parlo...)

    Per dare un contributo di cosa possa essere anche, la bici adesso, posso solo citare il caso un amico (per la verità, figlio di un amico) che compie adesso 24 anni e va in bici da un paio.
    All'inizio si è comprato una bici da corsa usatissima (carbonio, ma 10V, a credo 700 €) con il quale ha scorazzato un po' per l'appennino bolognese, nel tempo libero (già lavorava).

    Poi ha trovato qualche coetaneo che andava in bici, ha scoperto il mondo dei praticanti, l'esistenza delle manifestazioni, competitive e non.
    Dopo un paio di uscite con lui, ho cercato di coinvolgerlo in quello che facevo io (uscite medio lunghe collinari, più alcune granfondo l'anno), ma ho visto quasi subito che non gliene fregava nulla della bici da corsa e delle sue ossessioni : competizione e agonismo.

    Si è comprato prima una singlespeed, poi una gravel (tutta roba economica) e con quest'ultima quando può, ci viaggia. Negli stacchi dal lavoro è' andato in Francia, nel Sud d'Italia, mi pare anche a fare il giro della Sardegna. fa tappe brevi, lunghe, se possibili in compagnia altrimenti da solo.

    Non gliene frega nulla dell'allenamento e delle prestazioni, e relativamente poco anche dell'attrezzatura e degli oggetti ciclistici, ma usa la bici per scoprire il mondo, o forse anche sè stesso.

    Bene, dal suo punta di vista, sarà davvero percepita quella perdita di passione condivisa di cui si parla qui? oppure in lui (e immagino in altri suoi coetanei) si coniuga in modo diverso, non tanto legata allo scoprire l'eccitazione per un mondo nuovo di "prodotti" (anche quelli del Mt Tam poi di fatto volevano venderci qualcosa, altrimenti nessuno avrebbe saputo che scendevano dai monti con le bici del postino...), ma nell'utilizzo della bicicletta, letteralmente, non come fine ma come "mezzo" per esplorare il mondo.

    Io non ho ancora mai usato la bici per viaggiare, ma chi lo fa magari potrebbe dare un punto di vista utile.
  3. Fill:

    Un ventenne se lavora, nelle mie zone di reddito puo' tranquillamente superare i 20ml anno.
    Quindi volendo quellla cifra puo' permettersi di spenderla.
    Poi magari si potrebbe ovviare che quella cifra sarebbe piu' appropriato dedicarla ad altro.
    Ma non che non li abbia a disposizione..

    Quelli piu' matusa come me a quell'età acquistavano la moto.
    Non è poi cambiato chissà che cosa..

    Quello che invece è cambiato che i ventenni sono spariti boom non ci sono piu'...
    Sono cambiatii numeri, ci sono tanti 40-60 enni e quasi nessun ventenne...
    Quindi se hai un'azienda che deve fare numeri, va da se che vai dove ce ne sono di piu'..
    20.000 all'anno
    - tasse
    - affitto
    - cibo
    Voglio proprio vedere quale bici da 6000€ ti prendi
Articolo precedente

Investito e ucciso da un’auto Jonathan Paredes

Articolo successivo

Nuove scarpe Fizik Vega Carbon

Gli ultimi articoli in Interviste, opinioni

Pagellone Giro 2026

Giro d’Italia 2026 consegnato agli archivi con l’impressione che sia piaciuto a metà del pubblico. E’…