Il ciclismo femminile pro non sta andando poi tanto bene

In tempi recenti, sui social soprattutto, sta andando di moda la retorica che il ciclismo femminile professionistico sia in grande espansione, sia di spettatori che di interesse generale e di conseguenza vada tutto a gonfie vele. Non è dell’opinione una persona che il ciclismo femminile pro lo conosce molto bene: Natascha den Ouden, 53 anni, 4 volte campione nazionale olandese di ciclocross, medaglia d’argento ai mondali junior di inseguimento su pista, moglie di Servais Knaven, vincitore della Roubaix 2001, madre di 4 figlie tutte cicliste: Britt (CityMesh), Senne (CityMesh), Mirre (EF Oatley) e Fee (UAE Devo), ma soprattutto è General Manager e fondatrice della AG Insurance – Soudal Team.


 

Den Ouden ha sollevato alcuni problemi del ciclismo femminile su varie piattaforme recentemente, tra cui i tipi de l’Equipe francese: “Lo dico da tre o quattro anni e nessuno mi ascolta. La gente non vede cosa sta succedendo. Abbiamo costruito il tetto senza solide pareti di sostegno. Stiamo cercando con troppa insistenza di copiare l’ecosistema maschile, spingendo per la parità finanziaria a velocità vertiginosa. Di conseguenza i budget vengono inghiottiti dagli stipendi, e dato che le atlete di punta sono rare, questi stanno esplodendo. Le squadre investono in una leader per garantire un ritorno agli sponsor, ma devono tagliare altrove, il che limita gli investimenti a livello di base, ovvero nello staff e nei campi di allenamento“.

Il problema quindi è di mentalità, che non sta evolvendo alla stessa velocità della crescente visibilità dello sport femminile:  “Le aziende non vedono ancora le atlete allo stesso modo degli atleti maschi, soprattutto quando sono gestite da uomini più anziani. Trovare finanziamenti rimane molto difficile per lo sport femminile e l’UCI non lo capisce. Dobbiamo investire nei livelli inferiori per creare un bacino di talenti e attrarre sponsor a lungo termine. Altrimenti quando i grandi campioni si ritireranno chi prenderà il loro posto?“.

 

La famiglia Knaven

Un dato significativo menzionato da den Ouden è un rapporto del 2025 di The Cyclists Alliance, il sindacato femminile dei corridori, secondo il quale il 17% dei corridori non WT o ProTeams non riceve alcuna contribuzione per correre. Secondo den Ouden “per colmare il gap tra uomini e donne si è finiti per crearne uno all’interno del gruppo femminile“.

Conseguenza: dal 2021 una struttura continental femminile su 5 ha chiuso. E l’opinione di den Ouden è condivisa da sue colleghe.

Stiamo affrettando i tempi“.  Ha dichiarato Robin Farina, direttore sportivo e operativo della squadra continental Cynisca, in “pausa operativa” quest’anno per mancanza di fondi: “Tra le categorie Under 19 e Under 23 le vie d’accesso al WorldTour si stanno restringendo a causa della scomparsa di squadre di sviluppo come la nostra. Il massimo livello è attraente, spettacolare, tutto quanto, ma senza fondamenta la piramide crolla. Certo, una stella come Demi Vollering merita il suo stipendio. Ma se non c’è nessuno alle sue spalle, è un problema. E nell’attuale clima economico, i primi budget a essere tagliati sono le sponsorizzazioni“.

La prova evidente è la cancellazione quest’anno del Tour de l’Avenir femminile, creato solo nel 2023, e già finito per mancanza di squadre U23.  In particolare per le donne, ancora più che per gli uomini, il passaggio ai pro avviene ormai tra i 19 ed i 22 anni, e non c’è un circuito di gare U23 femminili organizzato come a livello maschile di supporto, tant’è che Philippe Colliou, organizzatore del Tour de l’Avenir femminile, ha recentemente detto che l’idea è di riproporlo nel 2027, ma come gara juniores. inserita nel progetto della “coppa delle nazioni” femminile dell’UCI, riservata alle squadre juniores, sempre che veda la luce.

Se questi problemi sono già evidenti tra i colleghi maschi, in un ciclismo che ora ha già perso la testa per il 19enne Seixas nuovo messia, nel ciclismo femminile vengono acuiti appunto da budget più risicati e interamente diretti a pochi campioni. Un sistema “passa o crepa”, in cui i rischi li riassume den Ouden: “È come diventare CEO senza esperienza. La pressione degli sponsor e uno stipendio confortevole richiedono risultati immediati e possono generare sensi di colpa se ci si prende il tempo per imparare. Rischiamo burnout, problemi di salute o pensionamento anticipato se continuiamo a buttare i giovani nella mischia senza guida. Dobbiamo costruire un ecosistema, non un sistema basato sull’ego.”

 

 

 

 

 

 

Articolo precedente

La Ineos-Grenadiers cambia nome e volto: NetCompany-Ineos

Articolo successivo

Orbea amplia la sua gamma strada e gravel con l’arrivo di Campagnolo Super Record e Record

Gli ultimi articoli in Interviste, opinioni

Pagellone Giro 2026

Giro d’Italia 2026 consegnato agli archivi con l’impressione che sia piaciuto a metà del pubblico. E’…