Anche su questo non sono d' accordo del tutto.....
è giusto soffrire, è giusto applicarsi, ma se uno è un somaro non riesce comunque a competere con i cavalli da corsa...... lo scrivo perchè ho provato ad applicarmi ma senza risultato..... ho visto solo dei numeri che poi, sulla strada non avevano nessun significato.....
Scusa vadabrut se ti tiro in ballo.
Soffrire, dolore, sono causa della fatica. Qui i libri di gestione della fatica e dello stress tirano in ballo Epitteto “La gente non è turbata dalle cose in sé, ma dall’opinione che ha di esse.”
Cioè non è tanto la fatica che ci turba ma da come l’interpretiamo.
Ci sono i “forti”, anche loro sentono la fatica, ma la giudicano come un’opportunità, come un mezzo necessario e utile per migliorare la prestazione.
Anche gli altri la sentono (la fatica), ma ne sono sopraffatti, non riescono a reagire, ne vengono travolti e abbandonano.
Non serve fare esempi, sappiamo bene quante volte abbiamo girato la bicicletta perché il panico della fatica ha avuto ragione.
C’è un detto: quando la fatica bussa alla porta i “marroni” sono andati ad aprire, ma non hanno trovato nulla. Ma questo non fa per noi.
Soluzioni per chi non ha i marroni?
Indico la mia, ma ognuno potrebbe trovare la propria dimensione.
La fatica, lo stress, si possono anche non ascoltare o perlomeno non dedicarci importanza.
I pensieri, il focus mentale, possono essere grandi alleati. Se mi concentro in qualcosa, pertinente o meno all’oggetto del mio allenamento, è facile che il mio cervello “senta” meno i sintomi della fatica e dello stress. Posso anche concentrarmi su dei riferimenti ritmici ad esempio la respirazione oppure sulla pedalata dei miei compagni di avventure, oppure sul contare le mie pedalate durante le SFR. Sono tutte strategie che mi occupano il cervello e non lasciano entrare il “rumore “della fatica che bussa alla porta.
Ti faccio tre esempi per descrivere che il sintomo della fatica, della brutta sensazione che a volte ci blocca e fa interrompere i nostri giri in bicicletta, ma che a volte è solo un sintomo.
1) Airone del Chianti – durante la prima gara del 2009 – arrivava allo strappo finale in debito di energie, ma durante lo scatto, si “dimentica” della fatica, fa la volata, scavalca alcuni avversari e scopre che magari poteva dare ancora qualcosa di più
2) Io – allenamento della scorsa settimana – sono cotto, ho dato tutto, già da 15 minuti avevo detto alle mie gambe di portarmi a casa, perché proprio non sapevo come riuscirci. Poi ad un tratto mi accorgo che sto per passare l’entrata di una salita dove 15 anni fa feci una cronoscalata. Con la coda dell’occhio vedo un ciclista che sta scalando. Ho un flash, mi vedo 15 anni più giovane, mi vedo cavalcare la bicicletta di allora, indossare il body di allora, sento gli odori di quella volta. D’un tratto prendo la borraccia e la getto via, imbocco la stradina in salita, metto il 39, scatto, rifaccio dopo 15 anni la cronoscalata. Stesse sensazioni, stessa emozione. Supero di brutto il ciclista che ha innescato la storia e faccio un tempone. Poi ritorno indietro a prendere la borraccia, e mi faccio un’altra ora di allenamento.
3) Tu – la prossima volta che ti senti cotto – va a trovare un cane rabbioso, di quelli che hanno la fama di azzannare gli stinchi dei ciclisti. Poi vedi se hai non ancora energie e forza per un attacco alla Tchmil.
Vinta una volta la fatica ci si sente un po più forti. Magari le prossime volte che usciamo, ci facciamo intimorire un po meno dalla fatica e sarà un po’ più facile gestirla.
La prossima volta che Airone è sopraffatto dalla fatica “pensera” a quella volata e vedrai che qualche fibra muscolare ancora integra da spremere la troverà di sicuro.
La prossima volta che voglio fare una ripetuta in più, prenderò la borraccia e la getto via per alleggerirmi e vedrai che ripetuta da dio ne verrà fuori.
La prossima volta che ti senti fuso pensa la cane che ti vuol lasciare il segno dei suoi denti.
Scusate non volevo andare in offtopic.
Ma imparare a gestire la fatica è la base del nostro allenamento.